Martedì, 7 Febbraio 2012

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Autori - Recensioni Le opere di Andrea Masotti

Le opere di Andrea Masotti

LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Andrea Masotti
Libreria di Manuale di MariArtista versatile, dalle solide e multiformi attitudini culturali, Andrea Masotti ci offre un modello di poesia e narrativa che vanta un pacato ricercare nel quotidiano vivere, tra ricordi, sogni e originali descrizioni di registi gitani e cieli azzurri.
Realtà e fantasia si amalgamano dando colore alla tavolozza della vita, mentre i giorni passano e tutto scorre come il fluire delle acque di un fiume.
Una scrittura classicheggiante e pur molto moderna che riesce a tradurre i nuclei lirici in un ritmo flautato e che possiede, nel veloce accostamento analogico e nell'esperto gioco delle assonanze, il più alto valore poetico.
Opere di
ANDREA MASOTTI

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Dalle tenebre

Padre mio
so
che dalle aride tenebre senza occhi
non ti commuove la mia sorte
el Es el Fue y el Serà
vedi.
Moltitudini ipervariopinte
entrano escono
sotto archi soleggiati
e di ogni palpitare tragico
conosci l'inganno.
Fu un regista gitano
sotto un cielo troppo azzurro
ad architettare ogni storia
nella tavolozza di neve
e ad ogni comparsa che indugia incerta
tra masse vocianti
grida "partecipa", "corri"
o se stanco "esci,
il copione è libero"
ora un bambino o un vecchio
possono sentirsi uomo
ora chi ride forte
può dubitare.
Una clessidra inceppata
misura il tempo,
violini suonano.
Està tiempo
mucho tiempo mas.

***


La borsa

Scese dieci gradini tastando il corrimano di plastica, poi girò, era stanca e l'età matura la rendeva spaesata in quel dedalo di corridoi ed indicazioni, ricordava che gli ascensori tardavano e che una piccola folla attendeva il proprio turno premendo con insistenza i pulsanti. Perché addossarsi agli sconosciuti? La borsa era ingombrante e lei non poteva permettersi di pigiarla addosso ad altri o peggio di rischiare che un intruso la urtasse.
Aveva preferito i gradini, piuttosto ripidi, e arrivò così al piano sotterraneo dell'Ospedale dove c'era meno luce che all'ingresso, appena sufficiente ad orientarsi tra i vari servizi che erano segnalati con piccoli riquadri colorati e frecce direzionali disegnate sui tabelloni.
Quando si trovò di fronte una porta a vetri smerigliati l'aprì ed entrò nel corridoio trasversale, qui filtrava dalle vasistas superiori qualche riflesso di sole: passò la borsa da una mano all'altra perché non ne reggeva il peso. Di fianco all'entrata e di fronte stavano sedute quattordici o quindici persone, per lo più anziani, lei accennò sottovoce un buonasera ed una vecchia le rispose.
Nella mezza luce si accorse, come sempre, dei capelli degli altri pazienti, uno ad uno, radi, grigi, rigidi.
Una donna aveva un velo che li costringeva, ed una benda che sorreggeva una mano, gonfia, nascosta in un guanto di lana.
Un uomo di oltre settant'anni, magro, emaciato, stava in piedi vicino all'uscita; l'occhio sinistro era infossato, le palpebre turgide, un cerotto chiudeva le narici delle quali la sinistra appariva scavata verso il setto nasale.
Sedute, due donne la osservavano: la prima, sui cinquanta, con i capelli castano rossicci arricciati, raccolti sulla nuca, tirati a forza: sussurrava a tratti, con un sorriso ironico, girandosi frettolosamente verso l'altra donna, poco più giovane, dai neri occhi liquidi.
Più in là, dove in fondo stava scritto: - radarterapia - c'erano padre e figlio, in disparte, seri, non parlavano ma la fissavano come se aspettassero da lei una risposta.
Si sedette, era quasi la sua ora, appoggiò la borsa a terra, poi tese la mano per accarezzarla, la toccò, si ritrasse guardinga: i volti intorno la fissavano circospetti, una cappa di greve silenzio era calata nella stanza e le mancava il respiro, allora risoluta evitò il contatto con gli altri e studiò, ma non era la prima volta, l'ambiente circostante, cercò, se mai vi fosse, una via di uscita, una apertura sul soffitto, una vetrata, una botola.
Alle spalle, nelle vetrinette, erano esposti i medicinali di sempre, scatole ora bianche, ora azzurre, verdi, viola: vecchi preparati che forse non erano mai serviti là sotto: rassicuravano, ma ancor più arredavano il corridoio.
Si accorse allora, per la prima volta, che tra quelle confezioni contenute nelle vetrine e negli arredi e tra gli abiti non c'era il nero.
Neri erano solo quei segni di ventole dipinti sui vetri e i cartelli di - zona controllata - fissati sulle porte color crema.
L'infermiera, in camice bianco ben abbottonato, le venne incontro: esprimeva distaccata pietà e lei si chiese come facesse a mantenere tutto il giorno la stessa espressione di cortesia.
Improvvisamente il dottore apre la porta di fronte: è alto, robusto, con fitti capelli corti e barba grigia, lei lo conosce bene, pettinato, la camicia stirata di fresco, niente cravatta, l'ha sempre visto uguale, uscito da una fiction; la chiama per nome con voce ferma e l'infermiera le chiede i moduli della prenotazione e della richiesta – oggi è la volta buona che iniziamo la terapia, signora – sorride - lei si alza tenendo stretta la sua borsa – ma non ci avrà portato un regalo? Non doveva disturbarsi –no, replica il medico, niente regali, il regalo più grande lo fa a se stessa, finalmente si è convinta a iniziare le sedute, è stata dura – non ascolta, sente alle spalle un accorato brusio che presto si spegne quando le voci del medico e dell'infermiera non lo coprono più. Cosa hanno gli altri da mugugnare, da rimproverarle? Perché non pensano alla mattina dissipata nella penombra, alle notti rotolate nel letto, ai pomeriggi trafitti da un chiodo che non li abbandona mai?
Seguendo il personale entra nell'ambulatorio e socchiude la porta, la consuetudine la fa stendere ancora sul lettino, come le altre volte che poi era uscita di corsa quasi subito, ma ora con la borsa appoggiata oltre i piedi, la sua bassa statura glielo consente, non può abbandonare la borsa. No, almeno quella no.
Il dottore scorre le frasi di sempre ed altre nuove di cui lei si accorge tardi perché le sono rimaste un po' negli orecchi – niente regali, lo champagne e i cioccolatini non so più dove metterli, sono a dieta – intanto con una siringa aspira il liquido trasparente di due fiale, poi tenendola con la sinistra prende un batuffolo di cotone imbevuto di disinfettante e si avvicina.
Dalla borsa esce un prolungato miagolio.
Il dottore della fiction rimane immobile alcuni secondi, incerto – cosa ci ha infilato? Un registratore? - infine si protende titubante sulla borsa e appoggiato il cotone con la mano libera apre la cerniera, ma poi sorpreso fa un salto indietro..il gatto vede la siringa ed arruffa il pelo, spalanca le piccole fauci il muso si fa rabbioso... salta fuori dalla borsa e balza... con gli artigli si aggrappa al camice del medico sopra la spalla e tenta di graffiargli il volto gnaulando, lui con il braccio proteso si difende e lo colpisce gettandolo lontano, il gatto atterra sul pavimento e quindi con il pelo irto imbocca la porta semichiusa - No! deve capirlo! fino a che non viene qui convinta io non posso iniziare la terapia! - grida il dottore - se lo deve mettere in quella dannata zucca! stavolta poi ha superato ogni limite! -
La donna scesa dal letto esce in silenzio, riprende il gatto che si é acquattato sotto un termosifone e lo rimette delicatamente in borsa.
Non le grida del dottore, non lo sguardo degli altri, solo la morte la spaventa, le ventole nere, la siringa.
Il gatto no, non è bugiardo, si fa capire subito, non sta zitto a farsi infilare degli aghi con il veleno, a farsi raccontare che così soffri e rimani spellato ma probabilmente vivi qualche settimana di più. Non ci crede, proprio come lei. Basta portarselo dietro. Esce dalla porta a vetri smerigliati, il gatto si calma e le fa le fusa, lei lo accarezza, di questo ha bisogno: é contenta che tutti abbiano visto.

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