LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Vittoria Federici racconta la vita. Il suo è un narrare fluido, partecipe dell’esistenza fugata negli attimi più bui, ma anche negli attimi in cui il ricordo degli affetti familiari diviene dolce commozione e lieve malinconia.
Un narrare concentrato in una sapiente distillazione verbale dove realtà e pulsioni del cuore, reminiscenze e dolori si mescolano in un fluire di ombre e di luci.
Lettura che tocca e commuove.
ANIME DI SECONDA MANO
di Vittoria Federici
Casa Editrice Menna
2008, pag. 136
Per ordinare il libro clicca qui
Dalle prime pagine
Irene decise, la prossima volta avrebbe rischiato, era un'impresa difficile, ma non sarebbe tornata indietro a nessun costo. Era trascorsa una settimana dal loro ultimo incontro, e le avevano riferito che il ragazzo aveva raddoppiato la dose. Si isolava nel suo giardino e fumava. Mentre Irene suonava il campanello del cancello di lui elevava mentalmente una preghiera. «Ciao santarellina! sei venuta a redimermi»? «No a fumare» «Cosa»? «Hai capito bene» confermò lei. «Questa è buona! monachella il prete ti ha lasciata». «Ascolta Roberto, facciamo un patto, io fumo la cicca, e se sopravvivo mi racconti la tua storia. Prometti»? Gli rispose «Sono talmente convinto che non lo farai, che accetto le tue condizioni». «Bene, dammela»! «Fai sul serio»? «Ti ho detto accendi la cicca». «Va bene». Gliela mise tra le labbra e tirò fuori i cerini, ma le mani incominciarono a tremargli e non riusciva ad accendere, allora Irene glieli tolse, si mise con la testa appoggiata ad un albero, e accese anche quella che Roberto si era messo in bocca. Era giunta alla metà e continuava a sentirsi normalissima. Roberto la fissava con occhi pieni di sarcasmo. Ecco, l'aveva fumata tutta e non era successo niente. Quale miracolo! E lei che aveva temuto il peggio. «Ehi! santarellina puoi alzarti!» La voce di Roberto era calmissima, neanche a lui aveva fatto effetto... ma allora... «Uffa - sbottò il giovane -, non hai ancora capito che erano normali svizzere»?! Entrambi proruppero in una fragorosa risata. «Ora mantieni la tua promessa», disse Irene. «Un'altra volta» rispose lui. «No adesso, - insistè la ragazza, e si sedette di nuovo —. Sto aspettando». «E va bene mula»! esclamò il ragazzo. «Oh! finalmente hai cambiato, mula mi piace di più che santarellina». «Irene giura che non dirai a nessuno ciò che ti dirò». «Roberto sai già che non lo farei, comunque lo giuro»! «Cancro! hai mai sentito questa parola»? «Sì, rispose lei, allora»? «È venuto da me, ha scelto il mio corpo come abitazione, ed io non lo voglio» capisci? Vorrei scrivere, viaggiare, dipingere; ma iniziare una di queste cose che vale? Quando so che il mio tempo è breve e non riuscirei a portarlo a termine? Un mattino pieno di sole ti alzi, la mente colma di idee che la tua giovinezza intende realizzare, poi uno ti dice: «La tua vita sarà breve, quanto non so, ma breve». Allora che vale iniziare anche una di queste cose, incontrare una ragazza come te, perché dimmi tutto questo è permesso? Darci la giovinezza e non poterla realizzare, una mente creativa e non avere la forza d'incominciare niente? A volte vorrei prendere una pistola e farla finita, ma sono un vile, e continuo a spiare i miei giorni nella speranza di non scorgervi la falce, oppure prendo la cicca e m'illudo di avere ancora tanto tempo. Mi ero fatto una ragazza, forse non l'amavo, ma credevo al suo amore, quando ha saputo la verità, ad un certo punto mi ha detto: «Non voglio essere una vedova bianca, perciò meglio lasciarci. Non l'ho più vista. Non è il suo abbandono a ferirmi, ma il pensiero che la vita mi ha ripudiato. Comprendi cosa voglio dire»? Irene non sapeva che rispondere, si aspettava il racconto di una delusione amorosa, il dramma del giovane si presentava in tutta la sua crudezza. Che posizione poteva prendere? D'impeto disse: «Roberto accetta la vita»! «Cosa stai dicendo»? «Accettala com'è, dipingi, scrivi, realizza le tue aspirazioni, che importa entro quale tempo lo farai? Importante è che tu lo faccia. Puoi vivere così intensamente i tuoi giorni da ripagarti di quelli che ti verranno a mancare». «Basta! Basta! che dici»! replicò il giovane, e rabbiosamente prese a schiaffeggiarla. «Roberto, gridò lei, non fare così, non prendere più la droga, è una ladra che ti ruba il tempo già tanto prezioso. Non uccidere inutilmente i tuoi giorni».
Il labbro inferiore di Irene aveva preso a sanguinare per la violenza con il quale il giovane l'aveva colpita. A quella vista egli si calmò: «Prometti che non prenderai più la droga», chiese lei. «Cercherò di farlo» promise egli. «Verrò ancora se lo vorrai» propose la giovane accomiatandosi. Sì, torna, rispose con tono tra il perentorio e il supplichevole. Roberto rimase con la sua solitudine, mentre ella angosciata pensava che il ragazzo aveva rinunciato alla vita, prima che la vita avesse rinunciato a lui. Immedesimandosi nel dramma del giovane avrebbe voluto dirgli: «Confida in Dio» ma di fronte lo scetticismo e la ribellione che prove portava della sua esistenza? I genitori di Roberto erano deceduti a breve distanza l'uno dall'altro, lasciandogli la villa che malgrado le costruzioni che andavano sorgendo tutto intorno, travolgendo lo splendido paesaggio nella spirale di cemento, restava per la sua architettura la più bella del circondario. Il giardino era ampio e colmo di piante, gli alberi tendevano in alto i loro rami, e nei giorni di tempesta sembravano voler calmare il cielo adirato. Con la casa aveva ereditato anche una discreta rendita che gli permetteva di essere autosufficiente. Quel giorno Irene lo trovò intento a dipingere: sembrava che la giovinezza avesse preso il sopravvento su ogni cosa, e gli interessi che essa comporta si fossero risvegliati per chissà quale prodigio in un giardino da tanto tempo coperto di neve. I giorni che seguirono furono indimenticabili, Irene leggeva alcune poesie che lei aveva scritto, il ragazzo ascoltava attento e vi faceva delle argute osservazioni, poi leggeva alcune pagine di un romanzo appena incominciato, oppure gli mostrava alcuni quadri da lui dipinti dove si notava quasi sempre un cielo che sembrava voler dominare ogni cosa e una montagna con un picco tanto aguzzo, che pareva volere arrivare fin lassù. Era desiderio di liberazione o di qualcosa che gli sfuggiva e cercava, e la individuava come un oppressore pronto a schiacciarlo?
Era forse l'indefinito che chiamiamo Dio a provocarlo? Irene ritenne prematuro affrontare l'argomento. Il sole era tramontato da un pezzo, le ore volate senza che se ne rendessero conto. Il buio incominciava a calare quando la ragazza disse: «Vado» «Egli si offrì di accompagnarla, ma lei si schernì rassicurandolo: «No grazie, non ce ne è bisogno, la tua casa non è in capo al mondo, e poi non è la prima volta che vengo». «Come vuoi, replicò Roberto, a domani». «Ciao» salutò lei.
Irene aveva appena svoltato l'angolo, quando i due individui gli si fecero vicino. Uno lo aveva già visto in casa di Roberto e non le aveva ispirato fiducia, quindi allungò il passo, ma quello già noto gli si pose davanti, l'altro la prese per le spalle, quello che gli stava di fronte aveva una siringa in mano, e rivolto all'altro: «Tiella ferma... è lei»? «Sì rispose l'interrogato» e l'altro... Di' bella, il tuo amico non prende quasi più la roba? come mai? è già due volte che ci rimanda via con la merce. «Irene tentava di liberarsi, la stretta dell'uomo si faceva più forte. «Allora sei tu la causa di tutto»? «Lasciatemi» gridò la giovane. «Non l'hai ancora assaggiata, aspetta e vedrai cosa fai perdere al tuo amichetto e a te stessa - replicò l'individuo -, anzi siamo così generosi che per te abbiamo riservato la siringa».
E mentre uno la teneva, l'altro le scopriva il braccio.
Vittoria Federici, è nata e vive a Civitavecchia (RM). Ha pubblicato diversi libri e vinto numerosi premi, tra i quali ricordiamo: "Primavera strianese", "Città di Pompei", "Città di Fucecchio", "Città di Venezia", "Victor Hugo", "Giovanni Gronchi", "Premio Firenze Capitale d’Europa".