Martedì, 22 Maggio 2012

Presentare libri

Ibis di Olga Karasso

La recensione di Nicla Morletti


Ibis di Olga KarassoUn testo originalissimo, un libro particolare. Pagine che si leggono con curiosità. Pensieri che catturano perché sgorgano copiosi e diretti dall’animo dell’autrice. Dalla sua vera e più profonda essenza. Un viaggio della mente fatto di riflessioni e ricordi.
Scorrono immagini e insieme ad esse nascono nuove sensazioni: ecco l’alba di un giorno piovoso, un fine giugno del millenovecentonovantasette, e ancora luglio e agosto e ieri. Oggi. E poi castelli, il Tempio dei Giaguari, quello dei Guerrieri con le mille colonne. Il tempio di Venere. Enigmi del pensiero o verità svelate? Al lettore la sorpresa di queste particolari e interessanti pagine alla scoperta della vita che, come ha scritto Kahlil Gibran, “canta nei nostri pensieri, e sogna nel nostro sonno. Anche quando siamo sconfitti e oppressi, la Vita sta in alto sul suo trono. E quando singhiozziamo, la Vita sorride sul giorno, ed è libera anche quando noi trasciniamo le nostre catene.”


IBIS
di Olga Karasso

Team 80 Edizioni
2009, p. 141
Prezzo Euro 12,00
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Olga Karasso, scrittrice e poetessa premiata in importanti concorsi, ha pubblicato le raccolte di poesie Verdi Malinconie, Un gradino dopo l'altro e Esperanza, opera psicologica, ed il romanzo Il treno di Alina. Insieme a Franco De Poli ha tradotto per l'editore Guanda poesie di Léopold Sedar Senghor e alcuni poeti bulgari. Redattrice della rivista di letteratura internazionale "II Canguro", ha collaborato con un noto quotidiano con articoli di critica letteraria su scrittori e poeti stranieri.


Dalle prime pagine

Allora si fecero avanti i farisei e incominciarono a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo per metterlo alla prova. Egli, però, emettendo un profondo sospiro, disse: "Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico che mai sarà concesso un segno a questa generazione". Quindi, lasciatili, montò di nuovo in barca e se ne andò verso l'altra riva. (Da Vangelo secondo Marco)

In quel nido scuro di zecche e pulci furono gli occhi a colpire. Occhi neri e umidi imploranti compassione e cibo, ma forse molto più. Non esigevano probabilmente nulla ma rividi lo sguardo malizioso e innocente di mio padre, gli occhi elemosinanti degli orfani del mondo senza vergogne né pudori falsi. Non racconterò ciò che mi spinsero a fare per il rispetto che nutro nei confronti del mistero della vita e della sua tessitura. Dirò soltanto che, esasperati dalla gestualità e dal timbro di voce sovreccitato, gli addetti aeroportuali di Linate, dopo avere atteso ore e visto, mi domandarono con il sarcasmo tipico di molti maschi se fosse per lui che avessi inscenato tutto quel pandemonio tra Spagna e Italia. Era già notte e, nonostante le lacrime e le proteste sincere e ad arte, non lo liberarono ma dovetti tornare il giorno dopo.
A mezzogiorno, Ibiscus, il maiorchino, entrò così nella mia o meglio - un'ora e mezza dopo - nella vita di mia madre in un momento in cui avevo cessato di scrutare gli occhi della gente in cerca di risposte, in un momento in cui mi riusciva difficile credere di essere viva o che gli altri lo fossero. Ibis era vivo, fremeva di vita, raccoglieva tutto senza porre condizioni nell'attesa paziente che qualcosa o qualcuno nel mondo lo amasse. Io? Le elucubrazioni filosofiche di una vita sul divino, l'intellettualismo mal digerito di cui mi ero nutrita, i vagoni di domande lanciati nello spazio cui niente o nessuno aveva atteso, la cupa dolorosa sensazione di vaghezza e di vuoto al centro del petto, l'assenza di ogni legittima gratificazione, tutto scompariva dinanzi alla profondità insondabile dello sguardo di un cane piccolo e spelacchiato che stava di fronte fissandomi come se fossi una regina o non oso dire chi.

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Allora si fecero avanti i farisei e incominciarono a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo per metterlo alla prova. Egli, però, emettendo un profondo sospiro, disse: "Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico che mai sarà concesso un segno a questa generazione". Quindi, lasciatili, montò di nuovo in barca e se ne andò verso l'altra riva. (Da Vangelo secondo Marco)

In quel nido scuro di zecche e pulci furono gli occhi a colpire. Occhi neri e umidi imploranti compassione e cibo, ma forse molto più. Non esigevano probabilmente nulla ma rividi lo sguardo malizioso e innocente di mio padre, gli occhi elemosinanti degli orfani del mondo senza vergogne né pudori falsi. Non racconterò ciò che mi spinsero a fare per il rispetto che nutro nei confronti del mistero della vita e della sua tessitura. Dirò soltanto che, esasperati dalla gestualità e dal timbro di voce sovreccitato, gli addetti aeroportuali di Linate, dopo avere atteso ore e visto, mi domandarono con il sarcasmo tipico di molti maschi se fosse per lui che avessi inscenato tutto quel pandemonio tra Spagna e Italia. Era già notte e, nonostante le lacrime e le proteste sincere e ad arte, non lo liberarono ma dovetti tornare il giorno dopo.

A mezzogiorno, Ibiscus, il maiorchino, entrò così nella mia o meglio - un'ora e mezza dopo - nella vita di mia madre in un momento in cui avevo cessato di scrutare gli occhi della gente in cerca di risposte, in un momento in cui mi riusciva difficile credere di essere viva o che gli altri lo fossero. Ibis era vivo, fremeva di vita, raccoglieva tutto senza porre condizioni nell'attesa paziente che qualcosa o qualcuno nel mondo lo amasse. Io? Le elucubrazioni filosofiche di una vita sul divino, l'intellettualismo mal digerito di cui mi ero nutrita, i vagoni di domande lanciati nello spazio cui niente o nessuno aveva atteso, la cupa dolorosa sensazione di vaghezza e di vuoto al centro del petto, l'assenza di ogni legittima gratificazione, tutto scompariva dinanzi alla profondità insondabile dello sguardo di un cane piccolo e spelacchiato che stava di fronte fissandomi come se fossi una regina o non oso dire chi.

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