Martedì, 22 Maggio 2012

Presentare libri

I miei ricordi di Ugo Mucci

LA RECENSIONE di Nicla Morletti

I miei ricordi
Un libro intenso di ricordi (uscito in libreria nell’aprile 2008), che cattura il cuore e che si avvale della prestigiosa presentazione del grande Domenico Rea, scritta per l’Avvocato e Autore Ugo Mucci il 23 settembre del 1985 a Napoli.
Racconti di vita vissuta che lasciano una scia dal sapore di altri tempi, che affondano radici anche nella nostra storia: “S. M. il re a Benevento, “Quella sera alla Bussola”, “Il Duce a Benevento”, “Alla stazione ferroviaria”, “Gennariello”, “Port’Alba”, “Abissinia A.O.I.”, “La guerra civile in Spagna”, “Nonno antonio”, “Lettera al padre”.


I MIEI RICORDI
1930-1940 e… poi!! C’ero anch’io.
di Ugo Mucci

Istituto geografico editoriale italiano
2008, 130 p.
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Ho deciso di dare alle stampe questi miei ricordi che fanno parte della mia vita e, pensandoci bene, anche della vita di coloro che avranno la pazienza di leggermi.
In questi scritti ognuno potrà riconoscersi perché, in fondo, la vita è uguale per tutti. Tutti abbiamo gioito, tutti abbiamo sofferto, a volte c'è stato riservato un amaro destino o, forse, per i più fortunati, e sono pochi, una vita facile e tranquilla.
Comunque, il traguardo d'arrivo finale è "là", in fondo alla discesa; ora stiamo percorrendo il "sunset boulevard", però laggiù c'è una luce infinita ed eterna.
L'Autore


La Presentazione di Domenico Rea

Attraverso alcuni brevi racconti, l'Autore rievoca la Napoli della sua adolescenza.
Ugo Mucci, divenuto avvocato "per forza" (cioè, dietro consiglio dello Zio Vincenzino, come narra nell'omonima novella), vive ormai lontano dalla sua regione d'origine e vi si riaccosta con l'animo dell'emigrante, il quale ricorda ciò che ha visto con i propri occhi - i luoghi, le persone, gli episodi. Il tono prevalente è quello della nostalgia, benché temprata da un bonario umorismo e dalla levità di un linguaggio semplice e spontaneo. Lo stile è colloquiale, e riecheggia i modi della parlata quotidiana e finanche dialettale, specialmente quando la nostalgia, che investe tutto un mondo e un modo di essere tramontati, diventa autentico rimpianto per il buon tempo passato, con le sue tradizioni e i suoi miti, come ne la Domenica delle Palme o, più ancora, In campagna: terminata la scuola l'A. trascorre le vacanze in campagna, accolto da compare Giovanni, un vecchio contadino fiero del proprio lavoro nei campi e delle sue memorie di soldato. Il mondo agreste è rievocato attraverso una particolareggiata descrizione della casa, della festa della trebbiatura, della preparazione della ricotta. E lascerà nel ragazzo una impronta indimenticabile. Quando vi tornerà, molti anni più tardi, la vita e la guerra avranno distrutto la famiglia dei coloni. "Il nostro mondo se ne era andato per sempre, inesorabilmente", egli commenta.
I racconti ricostruiscono una specie di itinerario autobiografico dell'A., attraverso la rievocazione di piccoli momenti presi dal quotidiano, immagini appena abbozzate di personaggi della vita di ogni giorno, di strade, di quartieri (v. Port'Alba: prete mangione, il profumo della pizza, il Lotto), impressioni, sensazioni, odori, in una galleria di tradizioni e tipi riesumati da un mondo che non esiste più: // tortano casalingo contro il panettone confezionato, la capèra, il solachianiello che, nel caso specifico, è anche un emerito imbroglione, il lustrascarpe, commosso ricordo di questa figura e, indirettamente, della città e delle sue strade: il Rettifilo affollato, la Galleria Umberto, via Toledo.
Al mercato, racchiude in sé l'animus stesso della sua città. La visita al mercato è un vero tuffo nel passato in cerca di colori, odori, sapori perduti: "per osservare il brulicare della gente, per ascoltare i rumori e le voci alte e confuse, per assaporare gli odori che salgono al ciclo..." "per guardare il verde fresco degli ortaggi...". "E me ne vado, poi, dopo essermi riempito gli occhi e le narici..., con la nostalgia di chi vive ormai in una regione ordinata e tranquilla "ma dove non c'è la poesia della mia terra, dove tutto è più calcolato, è più disciplinato, dove c'è cortesia ma non il calore del mercato della mia città".
Fin dal primo racconto, La prima volta Napoli, egli rievoca le proprie impressioni allorquando, bambino, appena giunto dalla provincia, venne in visita con una zia: lo affascinano la folla, il tram, certi aspetti caratteristici degli abitanti, come quel loro placido dialogare davanti al tram, indifferenti alle esigenze civiche, ma soprattutto gli odori e i sapori, quello del caffè e della cioccolata e del fritto di gamberi "scoperto" per la prima volta, o delle "sfogliatelle" di Pintauro. La conoscenza del mare suscita in lui una visione di paradiso.
Col secondo racconto, Mucci ritorna a Napoli per acquistare Il vestito alla marinara, un vero lusso per adolescenti. Descrive il suo impatto col grande magazzino, la Rinascente, poi la sua felicità nell'indossare l'abito nuovo.
Il "diario" ci porta quindi A San Giorgio a Cremano, ove il ragazzo si reca a fare i bagni di mare, consigliatigli per motivi di salute. Ricorda il pessimo sapore dell'olio di fegato di merluzzo, la difficoltà di camminare sulla pietra pomice della spiaggia. Particolari personali si intrecciano al ricordo di episodi legati alla vita del luogo, come quello di un ragazzine che ingoia un chiodo, che esprime l'intensa partecipazione dei vicini e la gioia dei genitori dopo l'eliminazione del chiodo stesso, trasformato in offerta votiva come "per grazia ricevuta".
A volte il racconto è legato al ricordo di una persona, come nel già citato Domenica delle Palme, che si accentra attorno alla figura della nonna paterna, cui i bambini portano la palma benedetta. Una figura tipica del matriarcato meridionale: "mai uscita di casa" dopo la morte del marito, tutta vestita di nero, il figlio le bacia la mano con devozione, ella dona ai nipotini una moneta d'argento. I cenni ambientali (la Madonna sotto la campana di vetro, il canterano) sottolineano il suo mondo di appartenenza.
Al ricordo di una donna è ispirato anche Nella, ingenua storia del suo primo amore per una compagna di classe, con tutto ciò che ne consegue: la derisione dei compagni, la lettera d'amore "trafugata" e capitata in mano della giovane e avvenente
professoressa, Carla, che l'A., divenuto adulto, rincontrerà dopo dieci anni. Il momento dell'incontro con la commozione di Carla che rievoca "i tempi dolcissimi della gioventù" e, nello stringergli la mano, trema e lascia cadere una lacrima, tradendo un antico sentimento d'amore.    .
In alcuni racconti viene fuori una nota moraleggiante, come ne Il fu Podestà. L'A. torna all'università nella Napoli del dopoguerra, che è un po' quella di Malaparte. La narrazione si incentra sulla figura del professore di diritto, "'o pazzo", che non ha fatto la guerra, ha cambiato volto politico e ora intimorisce gli studenti con la sua violenta severità. Un personaggio che raggiunge il paradossale.
Sullo stesso filone è Profumo Antonio, classico tuttofare prodotto dall'arte napoletana di arrangiarsi: ragazzo del bar, faccendiere negli uffici pubblici (lo chiamano "avvocato"), infine ambulante alla stazione e convocato in pretura per aver agito senza licenza. L'occasione per il moralismo è data al Mucci dal con fronte tra il destino del pover'uomo, che viene condannato, e l'assoluzione concessa ai ricchi palazzinari, speculatori e cinici.
Indiretta accusa contro la mancanza di assistenza negli ospedali è Angelino, in cui è descritta la morte di un bambino. "Ma la burocrazia, anche nella morte, è quella maledetta cancrena difficile, impossibile da estirpare. E a rimetterci, sono sempre e solo i poveri". Ma ciò che interessa qui non è l'impegno sociale, quanto il quadro ambientale del "basso", tra le grida della madre e la viva partecipazione delle vicine.
A un episodio di cronaca s'ispira infine Gennariello, la triste vicenda di un piccolo portatore di droga che dà occasione al Mucci per un'efficacissima descrizione dei "quartieri" di Napoli.
Ed è in queste descrizioni ambientali, in questi quadri d'assieme che sta la parte più valida del libro.
Napoli, 23 settembre 1985


Raccontro tratto dal libro

1929 - Nonno Antonio

Una figura che fa parte dei miei ricordi più cari.
Nonno Antonio un uomo di una settantina d'anni, alto, elegante, vestito di nero, come usava ottant'anni fa, un cappello nero a lobbia, un paio di baffi bianchi alla Umberto che gli conferivano un che di signorile e che incutevano timore reverenziale in chi lo guardava. Aveva invece un cuore grande così, sempre pronto allo scherzo specie con noi nipoti più piccoli. Ottimo cuciniere tanto da pretendere che la moglie Maria Grazia, che gli aveva dato cinque figli, stesse lontana dalla cucina.
La famiglia di nonno Antonio era originaria della vicina provincia di Avellino, dalla quale venne via perché il mio bisnonno all'epoca dell'invasione dei piemontesi aveva ucciso due soldati del nord. Dovette quindi fuggire e riparare a Benevento. Fu questo amato nonno valente costruttore tanto da lasciare alla nostra città l'immenso palazzo del governo terminato nell'11, data che si può leggere sulla pietra fermaporta del portone centrale del palazzo.
Avevo sette anni quando mi colpì il primo grande dolore della mia vita: un'emorragia cerebrale se lo portò via all'età di 69 anni. Quanto piansi non so dirlo. Non avrei più visto quello splendido viso e non avrei più sentito la sua voce baritonale. Chiamava mio fratello, secondo di soli tre anni, "Cicchinotto" perché era molto robusto e stava sempre a prendere le sue carezze.
Come avrei fatto a dimenticare nonno Antonio, visto che non avevo mai conosciuto il padre di mio padre morto a soli 42 anni. Perciò riversai tutto il mio amore sul padre di mia mamma che poi era la sua fotografia.
Questo racconto lo voglio lasciare a chi verrà dopo di me e a quelli della mia famiglia che sono ancora in vita.
Grazie, caro nonno, e aspettami dove ora sei.


Ugo Mucci, è nato a Benevento, è insignito della onorificenza di Cavaliere Ufficiale OMR1, è Ufficiale del Corpo Automobilistico dell'Esercito. Giornalista pubblicista, autore di testi per canzoni, poeta dialettale e scrittore. Avvocato civilista in pensione, è stato anche docente di materie giuridiche. Vive a Massa, dove è stato allievo ufficiale durante l'ultima guerra e dove ha contratto matrimonio. È iscritto alla SIAE dal 1970.
Tra i suoi successi: "Un bimbo biondo", "Reggina", "Comm' 'a terra mia" e "II topolino e il gatto" (stampate dalla Ed. Mus. Da Rovere di Firenze), "Bella e impossibile", "Alla casina delle rose", "Io sento" (incisa da Tony Dallara in CD), "Sconosciuta", "Myriana", "Quel vestito di raso", "Vent'anni", "La professoressa della IV A" e tante altre stampate dalle Ed. Mus. Bang Bang e Ardiente. Di recente ha scritto un inno marziale "Dal Magra al Sannio" e gli Inni di carattere religioso "Ave Maria" e "Veni creator Spiritus", musicati dal M° Italo Saliz-zato di Venezia.
Ha scritto sei commedie per il teatro napoletano di cui due rappresentate a Massa ed a Milano. Ha al proprio attivo anche un'operetta per ragazzi "II paese dal nome fantasia", una commedia musicale, dal titolo: "...e di nome si chiamava Abe-lardo" con musiche originali di Aldo Valleroni e Italo Salizzato, e due operette: "Monsieur Dupont, ladro e gentiluomo" e "La notte di Lucrezia" dalla Mandragola di Niccolo Machiavelli.
Ha pubblicato, per la Edizioni Alfredo Guida di Napoli, "II Vangeli) commentato dal professor Caliere", "Io, la pazzia" per la Edizioni Ibiskos di Empoli, il romanzo "Due donne", il primo, il secondo e il terzo volume di poesie napoletane " 'A vita è 'na cummedia", "("'erano una volta a... Benevento" Voli. 1/2 e "Non otnnis moriar (Non morirò del tutto)" per la IGEI di Napoli. Ha vinto numerosi premi letterari in tutta Italia ed ha partecipato (recitando personalmente) a numerosi recitals di poesie proprie e dei maggiori poeti napoletani.
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