LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Un bel libro dallo stile fluido e accattivante. Il "memoriale di un cuore errante" che si fa ricordare.
Resta impressa la figura di Kalindi, che ci appare come una visione, mentre uno stormo di poiane si alza in volo nella campagna granadese e le notti sono troppo brevi e troppo fredde nel momento in cui qualcosa, dentro, lacera il cuore.
Un libro denso di sensazioni, una metafora affascinante, un viaggio alla ricerca del sé, verso quel sentiero indefinibile tracciato dai sensi e dall'anima che conduce alla scoperta dell'io più profondo.
MEMORIALE DI UN CUORE ERRANTE
di Alice Alberini
Il Filo Editore
2007, pag. 72
Per ordinare il libro clicca qui
"Se un essere umano ha il progetto inverosimile di cambiare specie e imparare a volare, è normale che debba consacrarvi molti anni di esercizi estenuanti"
Amélie Nothomb
A mia sorella Giulia per il suo coraggio e
a mio fratello Nicolò per la sua energia
Kalindi è una giovane ballerina di flamenco nell'Andalusia a cavallo tra il xvi e il xvii secolo, l'apice della storia spagnola, ma allo stesso tempo anche un periodo di miseria e povertà. La ragazza affronta un viaggio per mari e monti, a faticare e a rendere sempre più precaria la sua vita, spinta non dall'amore, da un tesoro o da un sogno: essa è, "semplicemente", alla ricerca di sé. Porta dentro un segreto, fin da bambina, un avvenimento che le ha fatto perdere se stessa, e si è ora adeguata a vivere in quella misera normalità, di gesti e di azioni. Forse per questo le sembra di non trovare in alcun luogo la sua anima, ma solo a poco a poco comincia a capire il senso e lo scopo della sua vita. L'unico ago che veramente punta a nord è quello del nostro cuore, quello che può farci sbarcare su una terra nuova. Questo capisce Kalindi: che non è nata per seguire la normalità, ma solo la diversità.
Dalle prime pagine
Era un pomeriggio pesantemente nuvoloso, quando Kalindi bussò tre colpi alla piccola porta di legno. Fu una signora ad aprirle; sfatta dalle fatiche della giornata, mostrò un viso burbero e stanco, sporco di polvere e imbrunito dal sole, la tozza mano appoggiata all'uscio era rigata dai graffi dei ciuffi di grano e il terriccio era rimasto tra le unghie e tra le pieghe rugose. Le chiese solo chi fosse, impietosita dagli occhi appesantiti della povera giovane, e poi la fece entrare.
Una lunga storia alle spalle, come una lunga strada percorsa. Kalindi era molto più giovane di quanto poteva lasciare a intendere la sua pelle scorticata e il suo viso smunto e olivastro. Tante leghe avevano attraversato i suoi piedi nudi e sanguinanti, su tante valli sabbiose si erano appoggiati, doloranti avevano battuto lunghi tratti di pietre aguzze lungo vie appena accennate dal passaggio remoto di qualche altra anima in pena, raminga, vagabonda.
Ma l'uomo è sempre spinto da qualcosa quando affronta una ricerca tanto spirituale quanto fisica.
L'inerzia stessa è questo qualcosa. Tuttavia, ciò che trascinava Kalindi per i monti, nelle piane, a faticare e a rendere sempre più precaria la sua vita, non era un uomo, né una donna, né un tesoro, né una terra. Era qualcosa di molto più labile, di molto più invisibile, letteralmente più leggero e impalpabile, ma, proprio per questo, di più condizionante e indispensabile. Andava cercando se stessa, semplicemente e impassibilmente. Pazza, le era stato gridato dietro, strega, di questo l'avevano accusata. Ricacciata di casa in casa, di villaggio in villaggio, da chi non la capiva o forse la capiva fin troppo. Perché l'essere umano è fatto così, teme se stesso più di ogni altra cosa e se vede riflesso in un altro paio di occhi il suo stesso terrore, i suoi stessi dubbi, si gonfia come una preda che viene attaccata e ricaccia il pericolo di scoprire chi è.
Achala non le aveva aperto la porta perché la capiva; non arrivava assolutamente a concepire lo scopo di Kalindi, e proprio per questo aprì la porta, preferendo forse immaginarsi un uomo dietro le parole "me stessa". Kalindi non era stupita; ormai più nulla poteva confonderla o renderla perplessa nel comportamento degli altri. Come Achala, tante altre famiglie le avevano permesso un pasto di sopravvivenza e una notte al coperto, magari nella stalla insieme alle vacche, perché non si sa mai che la ragazza sia una strega o sia inseguita dall'Inquisizione.
***
La notte fu troppo breve e troppo fredda. Kalindi era avvolta da tanta irrequietezza e rimaneva rannicchiata nella sua insicurezza, stesa su di un pagliericcio. Guardava la luna attraverso la piccola grata sopra la sua testa. Lo sguardo fisso a scrutare la sfera perlacea, cercando di immaginare le sue imperfezioni senza riuscire a coglierle. Più strizzava gli occhi e maggiore era la rotondità estenuante del pianeta; intorno a esso tanti lumini quanti i grani di terriccio tra i solchi del viso della vecchia signora, ma decisamente più nobili. Tuttavia, nonostante la superiorità quantitativa delle piccole stelle, era la luna a troneggiare, padrona della notte e di quel cielo soffocantemente immenso, denso di vita, ma nel quale Kalindi si sentiva perduta, vuota e sola. Amava osservare per ore tutto ciò che aveva sopra quando era sdraiata: la prospettiva era completamente diversa e ci si sentiva quasi piacevolmente schiacciati dal peso atmosferico. L'aria cominciava a impallidire e il cielo a risvegliarsi. Mancava poco all'alba. Chiuse gli occhi per stringere a sé qualche minuto di riposo.
***
L'umidità del mattino bagnava il vestito di Kalindi infiltrandosi tra i fili di paglia. Tutto era stranamente silenzioso e immobile. Socchiuse le palpebre, ma il primo sole abbagliava impudentemente il suo viso. Come per abituarsi alla luce del giorno dopo una vita intera passata nell'oscurità della sua anima, Kal permise agli occhi di aprirsi lentamente e ripetutamente. Ma ora una sagoma impediva al sole di raggiungerla e, come una visione, si circondava di un alone di raggi luminosi. Non si spaventò Kalindi; rimase ferma, con le ginocchia raccolte sullo stomaco vuoto e le braccia appesantite sotto il capo bagnato. Quegli sguardi si fissarono per un intero minuto. Il profilo apparteneva a un ragazzo, anch'egli sporco di terra, bruno come un corvo e tante lentiggini arrossate dall'arido sole. Due iridi di un morbido castano, spensierate e gioviali, come solo quelle di uno spirito libero potevano essere. Le mani a conca sul mento potevano avvolgere due mele ciascuna, così sproporzionate se paragonate all'esile busto. Seduto su una cassa di legno, il ragazzo fissava Kal con indifferente curiosità e un sorriso appena accennato, quasi malizioso. Fece scorrere ripetutamente le pupille lungo le gambe della ragazza e su su fino alla scollatura per poi irrigidirsi definitivamente sul suo volto. Imbarazzata, Kal si sollevò dal pagliericcio, tirando la veste fino alle caviglie e, incrociando un braccio sulla spalla sinistra, si lisciò i capelli con la mano libera, senza mai distogliere gli occhi dall'uomo di fronte, finché questi si alzò e, voltandosi ancora una volta a mostrare uno sguardo di furbizia, sparì oltre la stalla.
Il sole era ormai già alto, nonostante un nugolo cominciasse ad accumularsi intorno a esso.
L'inverno stava cessando, ma, come fosse ancorato all'animo della ragazza, ancora non dava segni di lasciar completo spazio alla fresca primavera. Kal rimase a fissare l'erba che tentava faticosamente di riordinarsi dopo i pesanti passi del misterioso ragazzo. Poi notò tracce furtive della donna: appoggiati a un grosso baule di legno, divorato dagli anni, sonnecchiavano un catino d'acqua e uno straccio sporco di un unto indelebile… come la sua sofferenza, pensò. Non faceva altro che riscontrare, ovunque poggiasse il suo sguardo, l'equipollente del suo stato d'animo. Ciò le accadeva sempre più spesso, tanto da temere di essere in preda ad allucinazioni… eppure era certa di ciò che sentiva, quasi percepisse simbioticamente l'essenza intrinseca del mondo che l'avvolgeva. Per distrarsi dai suoi dubbi si alzò verso il baule, ormai obsoleto e fatiscente come la casa di Achala; l'acqua era gelida e la sua pelle rabbrividì.
Profilo di Alice Alberini nella Galleria degli Autori.