LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Un bellissimo "Mosaico di paese". Anche la memoria è una forma d’arte. Arte è anche ricordare, annotare, scrivere con amore, come fa Dino La Selva in queste intense pagine di cui consiglio vivamente la lettura.
Protagonista è San Marco in Lamis, un borgo "acquattato come un animale selvatico sul fondo di una valletta carsica sugli spalti occidentali del Gargano".
Ben narrate le vicende del passato, ottime le descrizioni di paesi e case che si amalgamano alle sensazioni, ai ricordi, alle emozioni. Ai ritratti di famiglia.
La memoria svela e rivela sentimenti antichi e nuovi. Ed è armonia. Dolce poesia.
MOSAICO DI PAESE
di Dino La Selva
Edizioni Via Lattea
2008, pag. 144
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Introduzione
Protagonista di questo libro è San Marco in Lamis, grosso borgo acquattato come un animale selvatico sul fondo di una valletta carsica sugli spalti occidentali del Gargano. Le sue case bianche dai tegoli bruni, come un esercito ben disciplinato, si dispongono nel fondovalle in file affiancate e marciano decise all'assalto del monte; ma si stancano presto e si arrestano appena il pendio diventa troppo ripido.
Un paese né bello né brutto, simile a tanti altri del nostro Meridione, di antica civiltà contadina e artigiana, ora imbastardito e involgarito dall'assalto della civiltà delle macchine, dei consumi e della speculazione edilizia. Un paese duro, avaro, difficile... Ma non certo banale. A volte rassegnato ma più spesso anticonformista e ribelle, fino alla ferocia; feroce anche quando ride. Un paese che non fu mai capace di offrire una vita soddisfacente ai suoi figli, e perciò di forte emigrazione, che ha il destino di essere denigrato e maledetto da chi vi è nato e costretto a rimanervi, vivamente e continuamente rimpianto da chi lo ha abbandonato. Avviene per esso ciò che succede per i quadri dei pittori impressionisti, che visti da vicino sembrano delle informi frittate multicolori, man mano che ci se ne allontana acquistano profondità e luce fino a divenire bellissimi. Ho intitolato il libro Mosaico di paese perché volevo comporre un mosaico completo e ben costruito della sua vita, mettendo insieme con ordine e precisione gli episodi uditi da ragazzo dalla viva voce e dal colorito parlare di mio padre, e i ricordi miei personali, di un meraviglioso periodo di libertà e di allegria trascorso nella mia fanciullezza in un luogo inondato di bambini, di mosche e di sole. Ma, ahimè, i miei ricordi sono piuttosto vaghi e incompleti, e mi accorgo ora che ne è venuto fuori non un bel mosaico, preciso e ordinato, ma un'accozzaglia di pezzetti colorati. All'incirca, il quadro di un impressionista visto da vicino.
Non so cosa il lettore troverà di bello in questo mio libro; ciò che sicuramente vi noterà subito sarà l'amore e il rimpianto per il paese d'origine.
È in fondo la nostalgia bruciante per la propria terra che accompagna dovunque nelle sue peregrinazioni di nomade forzato, come una maschera invisibile di tristezza, l'uomo del Sud, sia egli bracciante o funzionario statale, analfabeta o professionista.
Ed è appunto ai miei conterranei meridionali «all'estero» che dedico questi miei incompleti zoppicanti ricordi: perché i paesi grandi o piccoli dell'antico Regno di Napoli hanno un fondo culturale comune, si somigliano un po' tutti, e forse essi riconosceranno un po' se stessi e il loro paese natio nei personaggi e nelle vicende che mi accingo a rievocare.
Da "Il viaggio"
L'avventura cominciava in un caldo pomeriggio di giugno in una stanza con parquet al terzo piano di via Castel Morrone 5 a Milano quando mio padre, di ritorno dall'ufficio, apriva improvvisamente la porta ed annunziava a tre bambini accoccolati a giocare sul pavimento: «Ragazzi, fra quindici giorni si parte per Sammarco!». Aveva gli stessi capelli neri ondulati, precocemente brizzolati, lo stesso volto olivastro, gli stessi occhi vivi e penetranti di sempre, ma nel suo sguardo c'era qualcosa di diverso: qualcosa d'infantile, di ansioso e di ridente al tempo stesso. Un'esplosione di rumorosa allegria accoglieva la notizia. Ed ai miei occhi affascinati riaffioravano e ridiventavano nitide le immagini ormai offuscate dell'anno prima.
Un paese lontanissimo, meraviglioso, favoloso quel Sammarco in Lamis! Se chiudevo gli occhi rivedevo la strada polverosa, accecante di sole, tutta tornanti, che si inerpica prudente sulla pietraia riarsa... le piccole case bianche schiacciate nel fondovalle... Nella piazzetta velata di polvere bianca, ecco il massiccio palazzotto con tutti quei balconi dalle ringhiere di ferro, l'alto portone dagli anelli d'ottone, la ripida scalinata semibuia... in cima alla quale apparirà tra poco una vecchina dalla gonna nera, lunga, pieghettata e dagli occhi lucidi, che è la mia nonna!...
E piano piano dalle brume dell'anno passato riemergono e divengono sempre più nitidi tanti altri ricordi. Ecco la Villa Comunale circondata da un'alta e robusta inferriata come un giardino proibito, oasi di immensi platani e di aride aiuole dalle quali sprizzano come per miracolo centinaia di dalie multicolori e sciami di iridescenti libellule... e in Villa sul viale tra i platani, piccolo e vivace, c'è papa che passeggia con gli amici: il dottor C., calvo, grassottello e ridanciano, il dottor V., con la testa leonina, la voce possente e l'incipiente pancetta, il tipografo C., alto, magro e con le orecchie a ventola, l'avvocato G., col cappello a larga tesa e la cravatta nera a fiocco, e, più alto e magro di tutti, il farmacista T., fluttuante in un candido vestito di lino. Chi tiene le mani in tasca, chi la tiene dietro la schiena, chi ha la giacca aperta ed i pollici infilati nel giro manica del gilè. Ogni tanto si fermano e fanno il cerchio attorno a papa che, piccolo di statura, parla animatamente guardandoli di sotto in su, con la mano sinistra nella tasca dei pantaloni e l'indice destro puntato e gesticolante.
Ecco i non lunghi viali del Largo Piano lastricati a mattonelle di cemento bucherellate fiancheggiati da grami alberelli di robinia, che nelle serate estive improvvisamente si popolano di una vivace e varia umanità, tutta intenta a passeggiare e a chiacchierare fino a notte inoltrata. Stanco di correre e saltare, nella sera incipiente mi sono seduto a riposare sul fil di ferro che, sostenuto da paletti di legno dipinti di verde, fiancheggia e delimita il viale. Da un gruppetto di pacifici signori conversanti e deambulanti si stacca un ometto basso, grassottello, in divisa militare nera con i bottoni dorati e frustino in mano, che si dirige minaccioso verso di me. Io non lo so, ma è nientemeno che il Capo delle Guardie Municipali. «Uagliò! Lèvete da ddo!...». Mi apostrofa con voce imperiosa agitando il frustino. Io lo guardo con aria stupita come fosse un marziano o un fenomeno da baraccone, e non mi muovo. Non avendo ottenuto l'effetto previsto lui si ferma interdetto. Poi si avvicina ancor più minaccioso e ripete a voce ancora più alta: «Uagliò, ha capute!». «Lèvete da ddò!...»
Ci guardiamo dritti negli occhi per alcuni secondi di profonda suspense...; poi io lo apostrofo, calmo e un po' seccato: «Ma che, parli francese?». Adesso i suoi amici si stanno sbellicando dalle risate: «Ah! Ah! Ahahahah!!... Ma che parli francese!!... Te l'ha data bbona la resposta!!...», mentre lui si volta indietro verso di loro e chiede allibito: «Ma chi è?!...». «Quisse è lu figghie de don Giuvannine La Selva!... Uah... ah... ah.... ah!... Ma che parli francese?!... Ah!... Ah... Ah!!.».
In settembre c'è la fiera di San Matteo, una festa bellissima piena di gente, di rumore, di colori, di nitriti, di ragli, di giostre, di luci, di grida, di risa, di richiami gutturali e incomprensibili, ma soprattutto di bancarelle cariche di merce di ogni tipo, colore e varietà. Proprio sotto il portone ci sono i banchetti dei nocellari. Sacchi pieni di nocciole italiane e americane e ripiani carichi di giganteschi pezzi di torrone. A tutti quelli che glielo chiedono i nocellari pesano nocciole o staccano, con martello e scalpello, grosse schegge di torrone che poi pesano e ravvolgono in fogli di carta oleata. Nella dolce luminosa mattina di settembre io esco di casa per mano a papa. «Papa! Voglio le noccioline!» Ma papa continua a camminare diritto tirandomi per la mano, lo però mi sono impuntato e non voglio sentire ragioni. «Voglio le noccioline!!... Voglio le noccioline!!» urlo, sbraito, pesto i piedi per terra! Ma mio padre è più duro di me. Secco e deciso replica: «Le noccioline le mangiano le scimmie!». La notizia mi colpisce come un fulmine e mi lascio portar via imbambolato senza protestare. Effettivamente a Milano al Giardino Zoologico i bambini si divertono a dare le noccioline americane alle scimmie che le sbucciano con le loro manine e se le mangiano. Però ora, ripensandoci, la cosa non mi persuade mica tanto. E tutti quei bambini allora che a San Marco se le mangiano?... Eppure non sono mica scimmie! Quest'anno non mi faccio imbrogliare: voglio farmene una bella scorpacciata, e scommetto che non mi faranno neanche male!
E quante altre cose belle, divertenti, eccitanti ci sono a Sammarco! Ci sono anzitutto le cuginette, le zie, la nonna e tanta altra gente allegra e simpatica. Ci sono i fabbri, con quella musica di martelli così acuta e armoniosa, che sotto i tuoi occhi trasformano un pezzo di metallo incandescente in un ferro di cavallo e poi ferrano il cavallo sulla piazza davanti alla fucina. Ci sono i carradori che fabbricano i traìni dalle altissime ruote ed applicano a queste il cerchio di ferro facendolo prima arroventare e poi buttandoci sopra acqua fredda. C'è la taverna davanti alla quale sostano sempre asini, muli e cavalli di ogni età, razza e colore, sempre assediati da nugoli di mosche e di tafani. Ci sono le donne con le tonacelle e le pianelle che portano sulla testa anfore, senili e conche di rame. Oppure assi di legno cariche di gigantesche pagnotte di pane. Ci sono soprattutto tanti bambini, sciami di bambini scalzi, sporchi, liberi come uccelli, che sembrano i veri padroni del paese e che sanno fare giochi bellissimi, mai visti prima: alla cavalla, alla sugghietta, a mazza e cuze, a tizzeca effà! Di tutto ciò a Milano non c'è neanche l'ombra.
E quando, appena arrivato a Sammarco, qualche parente o amico di famiglia mi porrà la fatidica domanda: «Ti piace più Milano o Sammarco?» sicuro di sentirsi rispondere «Milano», io lo deluderò immediatamente rispondendo senza esitare: «Sammarco!». Ma che davvero scherziamo?! Sono domande da farsi? Un paese così straordinario e divertente. Dalla vita così varia e animata, pieno di bambini, di animali, di confusione, di colori, di grida, con tante usanze diverse e strane, con tanta gente vivace e allegra! Paragonarlo a Milano? Puah! Neanche a parlarne: Sammarco, Sammarco!
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