LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

"Sassofen" è un romanzo originale e coinvolgente dove si fondono parole e musica. Una trama ben costruita che affonda nella psiche, pur conservando un ritmo brillante ed efficace.
"Sassofen" è sentimento e suggestione di colori. Leggere queste pagine è come assistere ad un concerto dove sono evocate atmosfere sempre diverse: rock, jazz e perfino classiche e operistiche.
Una storia molto interessante che scava in profondità, ma con quel pizzico di ironia che non guasta. "Il testo - precisa l'autore - è parzialmente autobiografico. Ciò che mi interessava era rendere l'atmosfera che regnava nei giovani nel periodo che va dalla fine degli anni '60 ai primi degli anni '70."
SASSOFEN
di Paolo Albertini
Edizioni Tracce
2007, p. 154
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Prefazione di Ubaldo Giacomucci
Romanzo originale e intrigante, scorrevole ma legato al monologo interiore, questo "Sassofen" di Paolo Albertini ci trasporta nel mondo scintillante e precario dei musicisti di professione, in una sorta di Bildungsroman che porta il protagonista ad un distacco improvviso dalle facili suggestioni dello spettacolo e di una vita eccentrica. L'Autore, in questo romanzo realistico ma suggestivo, ci offre un'opera narrativa efficace e coinvolgente, sia per la forma letteraria comunicativa, sia dal punto di vista della trama coerente, in cui si esprime anche lo "spazio inferiore" della riflessione esistenziale e della psiche. Il romanzo è senz'altro particolare per i temi affrontati che riguardano sia la difficoltà nelle relazioni interpersonali e nei rapporti umani sia la forza inferiore e la maturazione esistenziale del protagonista, resi con uno stile scorrevole e vivace.
Il sassofono diventa così allegoria potente e suggestiva di una realtà fascinosa ma decadente, che impone la dialettica tra la urgenza dell'istinto e la lenta maturazione esistenziale, l'accrescimento della vitalità e la crescita dell'anima.
Dalle prime pagine
Una pedalata tira l'altra. Mio padre mi ripeteva a volte questa frase. Tornava stanco la sera e gocciole di sudore corpose e luccicanti gli rigavano la maschera del volto. Sulla fronte era impresso il segno del tessuto ruvido di una grigia berretta. Di giorno al lavoro nella cava, a tagliare e lavorare una pietra che spezza le mani, dal colore d'alba livida di qualche mattino. Al ritorno cinque o sei chilometri da percorrere sul sellino sfatto della bicicletta.
La bici di mattina è nel ripostiglio, morbida e rassicurante nelle forme verde pastello. Sembra una strana e vivente creatura metallica. Un filo più scuro di sinopia conferisce un'elegante snellezza agli elementi tubolari. Nei punti di raccordo del telaio brillano modanature cromate. Dietro il sellino pende una borsetta marrone di duro cuoio dalle cuciture in rilievo, con dentro i materiali per riparare una foratura, impiccio fastidioso e sempre in agguato nelle strade sterrate, gonfie di polvere e breccia bianca.
Colorite narrazioni di storia familiare ne accrescono il fascino. Durante la guerra, opportunamente nascosta alla svelta, è scampata allo sconquasso delle truppe tedesche in ritirata. Ha intrapreso viaggi lunghi e pesanti per trasportare sale, grano e poca legna da ardere. Le restano come appesi addosso ricordi di feste e dissapori, sempre da protagonista silenziosa.
Anche questa mattina appare quietamente in attesa.
Un portapacchi nero fissato con robuste viti ne appesantisce il disegno e non sembra intonarsi con tutto il resto. Si svela facilmente come il tratto della necessità. Sollevo con cura l'astuccio anch'esso nero e lo sistemo alla meglio, fissandolo con un cordino elastico al portapacchi.
Contiene un sassofono tenore, nel suo letto di raso rosso.
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