Martedì, 22 Maggio 2012

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Ho spento gli orologi di M. Sodi e V. Tappari

LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Ho spento gli orologi
Libreria di Manuale di Mari"Fermati sull'immagine e ti basti, ama l'istante" scriveva Abraham J. Heschel.
Questo libro cattura la sconfinata bellezza dell'attimo  attraverso le immagini del fotografo Vittore Tappari, ben interpretate da Mario Sodi con la sua immensa poesia. Un viaggio del pensiero e dell'anima nel cuore della terra, nelle crete senesi, tra momenti di attesa, feste e soffuse malinconie. "Tutto si consuma nell'attimo, psiche e thanatos si congiungono." E nella magica notte del 24 giugno, la notte di San Giovanni, i  fuochi d'artificio illuminano la città di Firenze di luci nuove. E nuovamente il cuore pulsa "del suo antico firmamento".
Scrive Mario Sodi: "Ho spento gli orologi, perché quello che importa è che l'uomo – con un'unica percezione – colga la moltitudine dei frammenti come unico insieme, che dal numero infinito dei frammenti elevi il suo sguardo a quella che è l'infinità di tutta l'infinità: l'idea."
In questo libro prezioso si alternano immagini singolari del paesaggio toscano a incantevoli versi che hanno il respiro del cielo e del mare. "C'è ancora una terra innamorata, dove è bello sostare. E sognare." Scrive Mario Sodi. Ed ora nella sacralità del silenzio, ascoltiamo ancora per un attimo la voce di questo poeta: "…Luna… Nel calice mi prendi / d'acqua di cielo."

HO SPENTO GLI OROLOGI
immagini di Vittore Tappari testi di Mario Sodi

Florence Art Edizioni
2008, pag. 96
Per ordinare il libro clicca qui


Un oggetto o un albero dall'aspetto comune, se osservati con attenzione, si trasformano in qualcosa di singolare. La macchina fotografica può rilevare i segreti che l'occhio nudo o la mente non colgono: è un esercizio d'osservazione e il miglior risultato è spesso un colpo di fortuna; tra le migliaia di foto, che ho scattato nel tempo, poche sono quelle veramente straordinarie. La fotografia è una continua ricerca di originalità, e di bellezza; è saper vedere la trasparenza di una foglia, il colore di un oggetto, l'espressione viva di un volto.
Motivo frequente delle mie scelte fotografiche è il paesaggio toscano - da Siena alla Maremma - per l'affezione che da sempre provo per questa terra esclusiva. Mi piace girovagare fra le colline, seguendo il percorso di strade sterrate, solitarie, prive di indicazioni, che si inoltrano all'interno, osservando nuovi paesaggi che mi sembra aver sempre conosciuto. Ammiro ed amo questa terra: panorami solari o in ombra, ridenti o malinconici; un rudere, un aratro, il tabernacolo ornato di un fiore, un castello, i cipressi solenni, le curve delle colline accarezzate dalla luce radente del mattino. E i volti belli e antichi, in armonia con la natura.
Immerso in questi scenari avverto, nella solennità degli spazi, nella sacralità del silenzio, il respiro della Terra ed una gioiosa tenerezza per la grande madre.
Tento di fermare con una foto la forza, la bellezza, l'istante dello splendido fiorire e rigenerarsi delle stagioni, portando via con me delle schegge di luce. Ogni volta che percorro queste strade, aperte su vasti orizzonti, io, minuscolo frammento della sconfinata energia del creato, mi sento immenso, in comunione con il cielo e la terra: io stesso "creta preziosa nel pensiero del Signore della Luce" come ha scritto con felice intuizione l'amico Mario Sodi che ora, interpretando con la sua poesia le mie immagini, mostra il comune segreto paese dell'anima.
Vittore Tappari


"Fermati sull'immagine e ti basti, ama l'istante."
Abraham J. Heschel

"L'immagine mobile dell'eternità": così Platone definiva il tempo. Tanto mobile e veloce che non lo si avverte e, quando vien fatto di considerarlo seriamente, ci si rattrista preferendo pensare ad altro, spesso alle nostre frenetiche occupazioni: perché soprattutto quell'eternità che sta dietro l'inevitabile sipario, della quale il nostro tempo terreno è l'oscuro messaggero ("le monstre qui nous ronge le coeur"), ci disorienta.
Ma viviamo nel tempo. Che fare dunque? Se non si può sfuggirgli si può almeno cogliere nel suo tracciato - che gli antichi consideravano un continuum di istanti puntuali in fuga e il cristianesimo una via recta verso la salvezza ("è in Te, mio Spirito, che io misuro il tempo") -, un percorso inarrestabile ma insieme costituito da quelli che potremmo definire gli "istanti memorabili". I quali si fermano nella memoria e quindi riportano al presente ciò che sarebbe stato destinato a scomparire nel "non essere" del passato.
È vero che la possibilità di cogliere la preziosità dell'istante - l'infinito che esso contiene - è concessa a creature particolari, dotate di una rara sensibilità: i mistici e gli artisti - "figli della terra e del Cielo" - , che percepiscono suoni che altri non odono e vedono figure prima della loro definizione, per un privilegio che li pone a contatto dell'Universo.
Ma "il tempo è breve - scriveva A.J.Heschel - e perciò dobbiamo essere pronti a vivere il torrente della meraviglia. Non dobbiamo perdere ciò che non si ripeterà mai più; e non dobbiamo lasciarci sfuggire il momento, anzi dobbiamo riempirlo di significato": che è certamente molto di più del carpe diem oraziano, poiché vi è la gioia di un compimento che va oltre la stessa dimensione dell'attimo, contenendo la percezione sensoriale-spirituale di un evento che "è stato" ma sarà - intimamente - per sempre.
Quando Vittore Tappari mi mostrò le sue foto, provai un'intensa emozione. Tutto - paesaggi, case, persone, animali - mi rivelò il suo partecipe amore per la Natura. Fra le molte immagini, una in particolare mi colpì, misteriosa, austera ed insieme tenerissima: fra monti sfumati di nebbia la casa raccolta, quasi rannicchiata nella sua ombra segreta. Ed io rividi nel silenzio dei lunghi inverni il mio corpo bambino accolto da quello di mia madre; e nello stesso istante sentii il fuoco e la voce di una donna, simile a me, che mi porgeva vino e melagrana.
Il passato divenne d'un tratto presente. Il mio spirito era penetrato nel cuore dell'immagine ed aveva fermato il tempo.
Questo avvenne anche per le altre figure, perché avevo lasciato la mia corsa fissando il mio occhio segreto su ogni creatura accolta dal desiderio di Conoscenza. Avevo spento i miei orologi: udivo solo parole che scaturivano nel silenzio, gocce che lentamente scendevano dalla Caverna a formare, senza rumore, la nuova roccia.
L'Albero di Vittore è stato il mio albero, anch'io nelle vene della terra e nello splendore dell'aria. Sono sceso nel suo mare, ho corso con lui, vento di grano, ho solcato il cuore bruno delle crete senesi, ho amato gli occhi dei suoi amici, ho levitato sulle sue nubi leggere...
Ho compreso il pensiero di questo sapiente Amico che mi ha insegnato ad amare il tempo e ho scritto parole a specchio delle sue immagini, narrando emozioni generate dal suo clic, pietre di luce sul mio lago per miriadi di cerchi nella fantasia di una Vita che tende da sempre al suo mitico Omega.
Di me ho raccolto le parti disperse nel passato, e rivivendole nel presente ho guardato con occhi ridenti il tramonto sulla mia città.
Ho spento gli orologi, perché "quello che importa è che l'uomo - con un'unica percezione - colga la moltitudine dei frammenti come un unico insieme, che dal numero infinito dei frammenti elevi il suo sguardo a quella che è l'infinità di tutte le infinità: l'Idea. Facendo così egli è in grado di intravedere nel fluido scorrere dei frammenti del tempo il volto armonioso di un unico Insieme, di intravedere cioè nel tempo il Tempo stesso".
Mario Sodi


Da "Ho spento gli orologi"

Rosa

Non sei un fiore.

Sei il volto di mia madre
che mi appariva dopo il sonno
e mi attirava a sé.

Lo stupore del primo bacio, i sensi
sbocciati nelle coppe traboccanti
del primo amore.

L'abbraccio improvviso di Giuditta
rosso il viso nel volo della corsa,
occhi accesi di cielo.

Sei, nella sera dalle ombre inquiete,
la voce di un amico, il lieto invito
per il domani;
una porta che forse si schiude
ed accende la notte.

Tu la luna inventata dal cuore,
il sogno, il mio viaggio, la fortuna,
sei la cosa
invisibile più vera
tu
sei
la Rosa.

***

Raccontami

Raccontami il viaggio
di un dio
che fermò il suo sguardo
per scrutare
ogni strada ogni passo ogni ferita;
la formica sulla pietra nera
e i graffiti
unghiati
sulla chiusa caverna
del Tempo.



Vittore Tappari, è nato a Pisa e vive a Firenze. Da venti anni si occupa di fotografia. Ha creato diverse "multivisioni" come Le Apuane (1990), presentato a Firenze nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, I colori del silenzio (1991) e Ritmi (2000). Come fotografo di scena, ha partecipato con Franco Zeffirelli alla realizzazione di un documentario sulla campagna toscana.
Ha pubblicato Amare Terre (1990), Immagini della terra senese (1995), La Maremma toscana (1996), The World of Harley Davidson (1997) e Per non dimenticare. Immagini di San Miniato al Monte (2005).

Mario Sodi, nato a Siena, vive a Scandicci (FI). Ha pubblicato fino dal 1960 poesie su riviste letterarie (Atelier, Città di Vita, Contemporart, II Rinnovamento, Pietraserena, Poesia) e antologie (fra le molte, le antologie del "Premio David", del "Lerici-Pea", della "Società Dante Alighieri").
Ha inoltre curato testi di letteratura e critica d'arte ed ha pubblicato i volumi di poesia Il chiostro delle rondini (1987), Il campo del vasaio (1990), Amare Terre (1991), I cortili del vento (1992), Fatica di vedere (1993), La scatola delle quattro lune (1996), Le bandiere dell'Onda (1998), TalitaKum (2000). Nel 2007 è uscita la raccolta di racconti Il giardino degli aromi. Sue opere sono state tradotte in francese, inglese e russo.
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