Martedì, 22 Maggio 2012

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Introspezioni di Alfredo Lucifero

LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Introspezioni di Alfredo Lucifero
L'introspezione è l'atto con cui l'individuo osserva e analizza il proprio intimo, i fatti della propria coscienza, i propri sentimenti, le proprie esperienze.
Nessun altro titolo poteva rappresentare meglio questa stupenda raccolta di poesie di Alfredo Lucifero. Con "Introspezioni" l'autore pone al centro del suo libro l'analisi delle vicende interiori, l'esplorazione dell'inconscio, l'abbandono a quel monologo interiore che non affiora alla luce della coscienza, eppure si svolge ininterrotto dentro di noi. Emergono i ricordi con certi giorni di primavera in riva al mare, la casa paterna, gli amori. Sono versi che attentamente letti e ben assimilati hanno il pregio di far immediatamente rivivere in persone sensibili e culturalmente ben dotate un'infinità di ricordi, di sensazioni spiritualmente toccanti, di palpiti vitali e rimembranze felici, sentimentali e appassionate, di ideali sepolti, proprio ed in virtù di una tale aleggiante e spaziante liricità nonché per la sublime armonia ritmica e poetica dei versi.

INTROSPEZIONI

di Alfredo Lucifero
Bastogi Editrice Italiana - collana di Poesia Il liocorno
2009, 74 p.
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Sul crinale dei sentimenti
Introduzione di Romano Battaglia

In queste poesie l'autore sembra che ritorni alla casa paterna mentre nei campi di vento fa ondeggiare le spighe di grano e dai pioppi cadono lentamente i fiocchi di lanugine, come neve di primavera. Nella casa gli oggetti, le stanze, i silenzi lo conducono in un viaggio a ritroso nel tempo attraverso paesaggi e persone con le loro storie e i loro sguardi. Da questi ricordi ne nasce un affresco dove spesso è protagonista la donna con la sua capacità di amare. Il titolo della raccolta Introspezioni ne riassume perfettamente il concetto fondamentale che è quello della rivisitazione dell'anima.
Alfredo Lucifero sa che la poesia è la voce per spiegare il mistero del mondo. Lo si capisce chiaramente in questo suo ultimo lavoro. Le sue parole scendono sulla nostra solitudine e ci accompagnano passo dopo passo sul crinale dei sentimenti. La poesia non ha volto, è come il vento che passa dappertutto e non si vede. La dimentichiamo quando siamo felici, ma nei giorni di malinconia ci rivolgiamo alla sua forza misteriosa per rinascere. Abita nel silenzio infinito del cielo, fra montagne e mari, pianure e fiumi, alberi e fiori. Dipende da noi ritrovare la chiave di quel giardino segreto dove nascono piante in ogni stagione e con qualsiasi tempo.
A volte, l'autore, sembra voglia sottolineare che può far più rumore un poeta che una dorata cupola di stelle perché anche le più brevi composizioni possono contenere l'infinito.
La poesia è come la pioggia: a volte cade fitta dando una sferzata alla natura, altre volte scende dolce come in primavera e nel giardino, qualche foglia del platano si stacca silenziosa. È l'inizio del lento declino della stagione: l'estate cederà il posto all'autunno, poi all'inverno e così via.
Il tempo non si ferma mai neanche per un minuto e tutto continua a cambiare inesorabilmente. Non ci resta che la poesia a consolarci.
Nella solitudine l'autore cerca di riannodare i fili sparsi della sua esistenza per ritrovare un po' di quella felicità che lo accompagnava da ragazzo in certi giorni di primavera, quando andava sulla riva del mare ad ammirare i pezzi di legno, le bambole rotte e gli altri oggetti che le onde avevano depositato sulla sabbia come frammenti di una umanità alla deriva.
Il segreto che arricchisce e allunga la vita di un essere umano sta nel ritrovare la felicità ed abituarsi ad essa come una creatura che vuole soltanto il nostro bene. Alfredo Lucifero sta percorrendo questa strada perché il suo cuore non invecchia mai e continua a produrre opere non solo di poesia e di prosa, ma anche di scultura.
L'autore ha una lunga esperienza della vita. Le molte stagioni l'hanno istruito, sa tutto, conosce il movente che sta dietro ad ogni segreto, la spiegazione di ogni fenomeno che avviene sotto il sole, ma la sua mente e l'anima hanno un solo credo: la poesia.
Le sue aspirazioni frustrate si rincorrono e si accavallano come onde del mare. Le emozioni represse si nascondono nelle pieghe dell'animo come chicchi di grano nei solchi. I sogni infranti continuano ad affacciarsi come bambini a finestre aperte sull'azzurro del cielo.
Il dolore e la fatica di vivere sono le pietre miliari del suo percorso incline alla tristezza e alla malinconia. L'entusiasmo infantile o il disincanto della maturità, l'estro primaverile o la calma invernale continuano a recitare il loro canto molteplice e fanno dell'autore un poeta appassionato dei sentimenti umani e dell'amore.


Prefazione di Lia Bronzi

L'esistenza intesa come stato aleatorio permanente e pratica quotidiana di un vivere all'insegna della ricerca in senso lato, come chiaro concetto di essere, con il suo valore analogico, anche (per lumen naturale inditum) è, senza dubbio, la cifra genetica e spirituale delle raccolte poetiche, già edite, di Alfredo Lucifero. Ma nella raccolta Introspezioni il concetto si acclara ancor più, poiché in essa l'essere del poeta soggioga il conoscere nella primordiale affermazione esistenziale, tramite il nerbo che risiede nei suoi principi primi ad una esistenza necessaria, che sola può rendere ragione delle esistenze contingenti. Infatti, nelle liriche, il poeta misura la vita nella fisicità della propria finitudine, afferrandola momento per momento, in ormai ristretti spazi di tempo e di luogo dove: "...L'anima corre vagabonda/ Senza una ragione..." ("Visione") e dove si abita da soli, anche se non mancano presenze-assenze, che pur non hanno quella centralità animatrice che loro compete e sono sempre pronte a tiranneggiare, nell'utile fenomenico a scapito dell'essere della "altera" parte. Ne nasce così quella transillitterazione psicologica e antropologica che si annida in celebrazioni paradigmatiche dello smarrimento, situate nel fuoco della controversia dello spirito, che pur tuttavia tende a ricercare i caratteri di trascendentalità e di analogia dell'essere, atti a unificare sistematicamente tutto: "La stella/ è un aeroplano lento / in un tempo immemorabile / All'alba / affonderà nella luce." ("Stella"), dice infatti il poeta, con una sintesi che vale già la speranza. In questa entificazione immaginosa che viene ad interporsi fantasticamente fra il sé e le cose, nascono e si snodano liriche in sinfonia di ossimori, dove par che si spogli necessariamente, dolcemente e amaramente l'albero della vita, verso un mondo "altro ed in limine" tra abisso-enigma-totalità, che va a misurarsi con la incommensurabilità dei sogni, capaci di portare alle estreme conseguenze il processo di fuga dalla realtà, con estesa gamma di toni, che rimandano la colonna sonora della vita, nei quali è presente: l'azzurro dell'anima, del cielo, del mare, degli occhi, come colore predominante e di speranza nella molteplicità in cui si esprime l'io universale nel cuore dell'esistere, dove: "...non voci/ ma luci/ azzurre di silenzio e di stelle, / dove angeli tiepidi/ aspettano un sogno azzurro/ che naviga sul mare/ a diventare vita/ prima che sia fuggita." ("Azzurro").
E si avverte come l'io poetico, sottoposto all'impossibilità di raggiungere l'anelata felicità, che è poi connaturata alla sostanza e all'essenza dell'essere umano, sia capace di trasformare le esperienze più intime in segnali topici che fluiscono come onda, lungo il flusso vivo della lingua, nel transitare incandescente delle cose che da lui sono nominate, secondo un'aura apodittica che le rende più luminose e chiare, con striature di crepuscolarismo. Infatti, con il passare del tempo, nel poeta, si fa più forte ed accorato lo scavo inte-riore nella materia dei giorni e nella densità opaca dell'anima, allo scopo di trame la cifra, l'ordine ed il nome della sua estrema e coraggiosa presenza, che tenacemente si contrappone al vuoto e all'assenza: "In arcobaleni di vittoria" ("Visione"). Per questo il reale vissuto e la sua enunciazione non sono mai separati o disgiunti e si realizzano nella "sincerità" che diviene poi pregio d'opera, come si evince dal clima lirico e onestamente disperato della chiusa della poesia "II perdono" che testualmente recita: ".. .Il perdono/ straccia l'amore/ come un vecchio gambero rosa/ che non può risalire/ la corrente forte/ di un'acqua/ chiara e infinita". Come a dire che, malgrado i postulati di buona volontà e gli sforzi erculei per perdonare, senza la fiducia non ci può essere amore, mentre l'amore e la morte di giorni trovano un loro luogo di conciliazione, un ritmo di vita pulsante, quando possono riempire il vuoto nel segno di una genuina primitività così come si evince da "Irrealtà" con i versi che recitano: "C'è un vuoto/ nel pensiero/ lo puoi ricoprire con l'amore/ o con la morte I di questi giorni che così facilmente I finiscono I senza un motivo apparente./ Pochi giorni/ ma hanno in sé I la vita eterna, I la felicità che scompare. .."e che hanno in sé un sussulto tale da stigmatizzare quei rari momenti dell'esistere che colgono ogni grumo, ogni accensione, ogni patema d'animo, ma anche qualche piccola, rara gioia, proprio per quella emozione sorgiva dalla quale provengono, per la qual cosa non possiamo fare a meno di pensare alla poesia di Cendras, esistenzialmente e fortemente connotata, pensosamente filtrata certamente universalizzabile.
Ma dal diuturno interrogarsi affiorano belle immagini archetipali, di concrezione e di gioiosa genesi, quali quelle del mare, armoniose e presenti come ramificazione d'anima del poeta, che pur toscano di nascita, ha anche radici della terra del Sud, della Magna Grecia calabrese, appunto, che, con il loro "spleen" punto-luce, riescono ad arricchire la poesia e magicamente anche il paesaggio interiore e fisico del poeta, ravvivando gli scenari reali o surreali che siano, cadenzando esaltazioni ed inganni, inferni o paradisi, nell'essenza del divenire, ben al di là e ben oltre le metafore e le sinestesie, fino a lambire il problema ontologico-trascendentale, come si comprende dalla chiusa della lirica "Passeggiata" con i versi che recitano: "...giravamo con gli amici/ sul mare d'inverno,/ alcuni son andati/ a camminare sul mare da soli:/ li ho persi di vista/ come conchiglie nascoste", dove, con postura di poeta e giusta dose di canto, si sottende la morte come ricongiungimento al liquido amniotico del mare, mentre è presente la simbologia della conchiglia, reiterata anche in altre liriche, quale miracoloso numero della creazione, concretizzato per disegni enigmatici, in superficie e nel profondo, vivente in profondi silenzi, antecedenti alla stessa parola, anche se da essa è possibile sentire il rumore della risacca, che ci culla in un sogno perenne.
Esistono nella raccolta anche effimere vibrazioni di post amore, che sono e furono accensioni di essenze stesse del vivere del poeta, che non appartengono ad una donna in particolare, piuttosto ad una intricata massa di passioni che, in qualche modo, hanno qualcosa di duraturo nel tempo e che conservano tutta l'ineffabilità dell'amore finito, colto nei colori magici della perdita e dell'assenza, ma anche dell'identità, come annuncia aoristicamente e icasticamente il poeta: "Vedo la mia anima/ Specchiata sul tuo viso:/ forse ti amo." ("Identità"), mentre in "Mummia" è il sogno ad essere: ".. .lucida fiamma/ del mistero! che resta l'unico/ sentimento vero." confluendo con ciò, nelle tenebre del sentimento, tutti i disagi della pena esistenziale, che vanno a trasformare i fenomeni empirici in paradigmi e riflessi di ampia e commovente universalità.
Ma il poeta è alla ricerca, con sottesa cifra tutta sua, della verità Trascendentale, rivelata nelle "Vestigia Dei" e del destino dell'uomo, senza pacificanti illusioni o verità digerite, semmai aperto alla magia incomprensibile del mondo. Infatti egli scrive nella lirica "II sonno": "Scoprendo il segreto/ dall'attimo/ in cui dalla veglia/ si arriva al sonno/ e l'identità scompare, / capiremmo il senso / della vita e della morte." ed ancora, con parole brevi ed intense, in fugati ed aforistiche enunciazioni, che in un lampo illuminano ristretti campi visivi in zone d'ombra, Alfredo Lucifero ci rende ragione di una poetica che cerca Dio con queste parole: "Dio è nell'anima: / la sola a pensare/ di essere immortale." ("Immortalità") dove si appalesa, nella sintesi, una potenza espressiva e di pensiero che ben si adegua al dettato del poeta.
Altrettanto si conferma in "Ricerca" che ancor brevemente recita: "Lasciava ogni azione agli altri/ troppo impegnato nella ricerca infinita I di sogni e di misteri I annidati nelle pieghe dell'anima", il tutto detto con scansione interiore nel paradigma della sensibilità umana di esperienze significative e personali, che vanno a generare un ulteriore significato, dove non manca una sottile metaironia.
In "Pensiero nascosto" è l'impenetrabile presenza occulta del "Deus absconditus", di ficiniana memoria che se ne evince, che: "...non ha forma/ né pensiero/ né colore/ né ombra, / esiste mal non si trovai non si vede/ impenetrabile esistenza occulta." concetto appartenuto poi alla poesia di Leopardi, Montale, Caproni.
In "Forse" il baratro tra il dire poetico e quello fìlosofico diviene quasi incolmabile, per lo iato apertosi tra visione e pensiero, tuttavia già si avverte, in questa perdita di senso, la verità catartica della poesia che, da sola, può condurre ad iperuraniche Trascendenze.
Un discorso a parte merita la poesia "II carro" che si sviluppa in fugati quasi narrativi, con linguaggio limpido e fluente amalgamato a riferimenti mitico-letterari che si muovono diacronicamente lungo l'asse della storia della terra del Sud ed esattamente nella zona chiamata "Lacina" sulla Presila in Calabria. La tessitura testuale è ad uso gnoseolo-gico nella sua estensione allegorica, ma soprattutto ben rappresenta il discorso mitico-favolistico-poetico, sviluppato in luoghi poco conosciuti e senza tempo, quasi in "Interiora terrae" nella percezione del labirinto d'acqua dove il carro diviene: "...leggero come un gabbiano/ grigio e bianco,/ rude come la terra e il cuore/ forte di gigli e di rane, / che lo nascose liberandolo/ come una nave/ grigia e bianca/ senza vele né cuore.". Ed ancora una volta, per Alfredo Lucifero, il mare riceve la vita, la culla, la protegge, come la placenta buona della madre, anche se poi, per il cordone ombelicale obbligato, non dona la libertà, per questo il carro non ha vele né cuore.
E sempre, con queste forme di interiorizzazione della parola scritta, collegata naturalmente alle più profonde preoccupazioni dell'esistere, fluiscono le ultime liriche della raccolta, con titoli che recitano: "Ballata del cuore", "Sempre un Minotauro", "Mutazione", "Uomini", poiché il poeta abita la realtà da solitario, dice infatti in "Mutazione": "Tutto è cambiato/ ma io sono lo stesso, / immobile e infelice.'" secondo un "mal di vivere" umano, originario ed escatologico, che pur trova catartico asilo nella parola poetica, la qua le chiama le cose con il loro vero nome, per raccontarle e comunicarle agli altri. In "Sempre un Minotauro", la cui immagine è presente in copertina, la valenza della metafora è autobiografica ed acquista una dimensione plastica e sonora, unitamente al valore affettivo per il mito ed al suo stesso messaggio, capace di creare, al contempo, immagini "altre" che il poeta colombiano Juan Manuel Roca definirebbe da "pintor del habla", che popolano, con intrinseca musicalità, versi liberi, che già risuonano come malinconico canto, in tracce di percezioni ed emozioni filtrate dal pensiero pensante che vuoi risolvere il proprio enigma, con una conclusione intuibile nella chiusa che recita: "... sarà ucciso per sempre/ dall'alto delle nuvole e del tempo/ da Teseo divino / che troverà l'entrata e l'uscita / liberando anche se stesso." dove c'è idealizzazione platonica della realtà, quale ipotesi acclarante zona d'ombra, secondo un discorso connettivo infinito d'ordine altamente psicologico dove la poesia scava in "interiore homine".
Concludendo, dunque, Introspezioni è opera di sintesi di sentimento e immagine, dove le passioni umane dell'artista sono ormai decantate e rese universali in un appena intravisto orizzonte metafisico che già si dischiude all'anima sensibile del poeta, secondo una forma moderna dai risvolti romantici, non del tutto rimossi, realizzati in una scelta lessicale accurata come lo è la sintassi, capace di ricreare la tensione comunicativa ed escatologica del sogno e dell'erranza che è poi caratteristica della vera poesia.

Leggi e commenta alcune poesie tratte dal libro nel Blog degli Autori.

Il Profilo di Alfredo Lucifero nella Galleria degli Autori.
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