Mercoledì, 8 Febbraio 2012

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Ai confini del mare di Daniela Terigi

Il commento di Nicla Morletti

Ai confini del mare di Daniela Terigi“Ai confini del mare” è un titolo bellissimo per un libro che fa dell’intensità dei sentimenti l’immenso. Pagine di assoluta poesia pervase di una magia descrittiva e di una forza della parola tutte particolari. Dominano la luna e il mare, il soffio della vita e i suoni lungo i sentieri sacrali della notte, rotte dell’anima che abbracciano l’immensità dell’andare e venire delle onde.  Immagini poetiche catturano il lettore come gemme d’inverno: le notti di maggio, l’inquietudine tacita delle acque lunari, i riflessi d’ambra contro il sole. Il tutto nei vortici del destino.
Scrive l’autrice: “…quale karma mi fa vivere / dentro un cristallo di pianto, / nella fatica estenuante dell’illusione, / prima di arrivare al mare, / che, nella sua pace immensa, / dopo un fugace piacere, / mi restituirà silenzio.”.


AI CONFINI DEL MARE
di Daniela Terigi

Tipografia Editrice Pisana
2002, p. 64
Per ordinare il libro contatta la Redazione


Presentazione di Cristiano Mazzanti
"Seme anemofilo": è la definizione dinamica del verso di Daniela Terigi. Nella lingua della Bibbia vento è "ruah" che significa anche spirito e anima come è la forza che anima queste liriche. La poetessa presenta con magia descrittiva di paesaggi esterni ed interiori una Weltanschaung, una Visione totalizzante, una Cosmovision di un incontro ontico con la natura fino alla metamorfosi nelle manifestazioni più profonde e segrete della terra e del mare. Potrebbe essere spontaneo riflettere che l'autrice abita non lontano dal luogo de "La Pioggia nel Pineto" ma in alcuni passaggi si avverte una vibrazione paragonabile al contatto fisico descritto ad esempio da J. Steimbeck nel "To the God Unknow". (Tocco col ventre la sacralità della terra).
Lo scavo poetico spazia dalle dimensioni più minute ed umili come la chiocciola che si fa cornucopia, del muschio "morbid" notturno, all'aquila che affonda nell'insondabilità degli abissi. Due i compagni di viaggio: la luna e il mare. La luna non è quella retorica sempre attaccata alle pagine come una rificolona: è una dimensione sacerdotale che fino dai primi versi emana un "soffio" e si incarna negli ulivi che assorbono il colore argenteo della sublimità nella foglia seconda. L'ulivo, la pianta più forte, più elastica e nello stesso tempo più delicata, quella che accompagna i sogni di pace fino dalla colomba di Noè e si fa "poetico" nella tradizione greca.
Innumerevoli le autodefinizioni-confessioni della nostra guida fra i sentieri sacrali della notte e le "sabbie d'acqua marine" (trasformata la versione omerica delle strade liquide con quella del deserto): "pescatrice di sogni, (definizione della stessa poesia che si immola per offrire un turibulo alla quotidianità), "gufo" che si fa araldo della notte come il pensiero filosofico della civetta hegeliana ... L'abbraccio si estende a 360 gradi nella conclusione talassica, primordiale: soli "io e il mare": basta mettere l'accento sulla "e" e collocarla sul velluto di Chopin.

Prefazione di Donatella Trevisan

Il tempo, lo spazio, la luce, l'esistenza con le sue soste e le sue svolte e i suoi attimi d'infinito filtrati attraverso un'anima visceralmente legata alla terra, al corpo, ai sensi. Tutto è fisicità assoluta, e proprio in quanto fisicità assoluta anche assoluta spiritualità. Leggendo le poesie di Daniela Terigi si entra nella terra per sconfinare nel cielo, ci si immerge nell'olfatto per raggiungere antri dimenticati dalla memoria, ci si lancia in una corsa sfrenata per annullare ogni moto, si penetra nei suoni e nei colori per incontrare la propria anima. A volte succede anche il contrario, e allora partendo da un ricordo o da una riflessione ci si trova accorpati al tronco di un albero, oppure si scivola a pelle nuda nel mare, oppure si diventa conchiglia, animale, elemento. Si ritrovano le proprie radici di essere umano, ci si riscopre parte integrante del creato.
I versi di Daniela Terigi ci restituiscono la funzione essenziale della poesia, che è la sua capacità di ricollegarci al nostro nucleo più intimo facendo ricorso al linguaggio universale che le nostre teste e i nostri cuori hanno elaborato nel corso dei millenni, in ogni parte del globo: il linguaggio lirico. Quella che ci parla è una "voce antica" che fa vibrare le corde fondamentali del nostro essere e ci rammenta che tutti, ovunque ci troviamo sulla terra, sperimentiamo gli stessi dolori e le stesse gioie, le stesse ebrezze e gli stessi estraniamenti, da tempi immemori.


Dal libro

Guardo le gemme chiuse
come la tristezza
a quest’inverno caparbio
e i frammenti dei campi
aggrappati alla terra bruna
come un’ostinata illusione;
il silenzio frantuma
cristalli di brina
trapuntati d’uccelli.
Pochi ritagli esangui di cielo
scivolano con languore
fra i vigneti spogli a consacrare,
nel tempio gravido della natura,
l’inesorabile stillicidio del tempo.

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