Martedì, 22 Maggio 2012

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Tracce di Giuseppe Traetta

LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Tracce di Giuseppe Traetta
Un libro di poesie che toccano le corde del cuore, bianche come la luna, splendenti come perle, tremule come fiamme nell’ardere dell’amore.
L’autore esplora sentimenti ed emozioni profonde “nella terra della propria anima”, da cui emergono suadenti parole in versi, intense poesie.
Solo nell’amore vi è piena libertà di amare, dice Giuliano Cardellini, mentre la vita scorre sul sentiero assolato di briciole di gioia, emozioni rubate, prime intimità e estasi supreme. E dolcemente scrive: “amiamoci così / senza troppo vagabondare / consentimi / sfiorare / la tua pelle vellutata / smaniosa / nella gonna svolazzante, / concedimi / il gusto agrodolce / di terre lontane / in trasparenti coppe…”.

TRACCE
di Giuseppe Traetta

EDIZIONI VERTIGO IMAGING
2005, p. 145
Per ordinare il libro clicca qui

Il ricavato delle vendite di “Tracce” sarà devoluto all’associazione di volontariato ONLUS “Gli amici di Luca”.

L’associazione “Gli amici di Luca” è attivamente impegnata nell’ambito dell’assistenza della persona in coma e delle loro famiglie. A questo proposito ha promosso la nascita della “Casa dei risvegli – Luca De Nigris”, un progetto che nasce dall’incontro tra l’associazione e l’Aziena Usl di Bologna.

Gli amici di Luca – via Saffi, 10 – 40131 Bologna
www.amicidiluca.it

***

Se io uso il teatro, la musica o il cinema è solo una conseguenza funzionale all'idea e se riesco a darle bellezza, diventa opera d'arte, prima di tutto per me. Ora, bisogna solamente fare un grosso sforzo per poter governare questi tre mezzi espressivi, come se dovessi imparare ad utilizzare un martello, uno scalpello o una linea.
Giuseppe Traetta

5 dicembre 1998

Sono in trappola. Mi ci intrappolo da solo nelle trappole io. Avvolto tra la fitta rete dei filamenti di una radio esasperata una ragione incontrollata che sempre più mi stringe, mi intrappola e soffoca la fantasia, la vita mia preda fuggitiva, meta colorata in bianco e nero come un ricordo. Dov'è finita la causa, dov'è il fine, dov'è finito il bambino che giocava all'uscita della scuola elementare con le mani e parlava da solo facendo combattere i due robot che lo aspettavano a casa, e che poi si sentiva imbarazzato quando la sorella più grande, con le sue amiche, ridacchiava della sua puerile follia? Lui non conosceva nemmeno il significato della parola imbarazzo... era così eccitato al pensiero di giocare, si eccitava con il gioco senza nominarlo, senza neanche sapere cosa significasse la parola gioco... lo faceva e basta e gli bastava quello. Ora quel bambino è diventato subito grande, vuoi per una cosa vuoi per l'altra. Quello che conta per quel bambino diventato grande è la consapevolezza di rendersi conto di essere un grande che vuole spesso imitare il bambino senza più esserlo perché non si può muovere: la sua camera è tappezzata di calcoli e calcoli e conti e previsioni e soffoca e sta male senza saperlo, perché la sua mente è invasa dal non essere che vuole per forza di cose essere qualcosa che non è più, anche se è più semplice respirare e basta, come diceva il personaggio di un corto che ho visto oggi: per sapere che sei vivo basta che respiri e te ne rendi conto, il resto viene da sé.
Allora il bambino, diventato per forza di cose più grande di quello che è, decide per l'ultima volta: a questo punto getto la radio nel pozzo e sulla luna il senno distruggo ogni principio... abbracciami follia, dammi quella rosa blu che più di una volta mi hai teso e non ho colto, voglio stringere lo stelo nella mano sinistra e con la destra accarezzarti, il mio sangue voglio darti, per sempre tuo nel volo vorticoso all'infinito.


18 gennaio 1999

Un segreto che resta per sempre tale, diventa sacro nel momento stesso in cui se ne è preso coscienza.
È quello che voglio fare ora, qui, in queste pagine.
È quello che m'ha detto lei: nello yoga il maestro ti dice una frase che tu ripeterai ogni volta che farai meditazione e questa frase non dovrai mai pronunciarla, è un suono che resterà per sempre nella tua testa: un cavaliere errante che vagherà per sempre tra le linee cerebrali trasportate dallo spirito. È quello che mi manca: un'idea segreta, pura, non sporcata dal giudizio di qualunque agente esterno che rimanga feto e si sviluppi come una creatura che partorirò già completa - realmente esistente. L'idea diventa corpo, il concepimento si materializza e solo allora esce allo scoperto - vivo e autonomo. Ora chiudo i conti con il mondo esterno, l'unica cosa che mi lega a una realtà è un ricordo passato, immortalato per lei. E su questo ricordo, nasce una storia che si colora delle mie fantasie, una storia sì di idee ma formata anche di fatti: c'è stato un percorso e c'è ancora un percorso, un sentiero che si snoda e su questo sentiero è successo qualcosa che io voglio fermare là. Nella sua globalità di idee, azioni e conclusioni, faccio una zoomata su un segmento della mia storia e questa zoomata mi rivela particolari elementi che la compongono e che la racchiudono.
Due punti formano il segmento ma tra questi due punti ce ne sono altri fino all'infinito.
Allora mi sono detto: cosa ho in mano, o meglio, cosa mi ritrovo in mano?
Bene, ho delle immagini, una esperienza trascritta in chiave semi poetica per la mia ragazza e due leggi fisiche che mi affascinano.
Allora le immagini sono legate al mondo che mi circonda: la città e la civiltà cittadina che... la metropoli del mondo e il villaggio globale e la civiltà che vi ci sguazza dentro, tutto ciò proteso in tensione verso "l'appuntamento", la fine del millennio. Ho poi delle immagini molto forti di un villaggio interamente abbandonato, in cui già il silenzio è un forte elemento contrastante con la caoticità della civiltà stessa. L'una può sembrare la vita, l'altra la morte, ma secondo quale punto di vista? Insomma, qui entra in gioco l'esperienza personale: una sorta di fuga; eravamo inconsciamente pieni del mondo in movimento e probabilmente cercavamo l'immobilità. Una cosa è certa: abbiamo fatto un viaggio e qualcosa è successo durante questo viaggio, qualcosa che è rimasto bloccato nella mente, bisogna solo dargli forma.
Tempo fa parlavo con Nicola, studente di fisica nucleare, e si sfiorò l'argomento riguardo alla teoria fisica del battito delle ali della farfalla.

***

Il folle comincia a parlare
a parlare rivolto a tutti... Comincia a delirare.
Dice e ciò che dice fa male
fa male al cervello di chi comincia ad ascoltare
fa male agli occhi di chi vuole guardare
incuriosito guarda ed ascolta
ed è pericoloso: non si può fare.
Tutto il mare trabocca da un vaso
scoordinati i pensieri stracciata la grammatica
aboliti i cliché spigoloso all'udito
il folle comincia a tremare
recupera la percezione da una scatola nera
in fondo al mare son state scoperchiate
vecchie tombe polverose e i sensi scatenati:
pericoloso processo che sveglia mummie antiche
che s'arrampicano su ragnatele
dal fondo d'una necropoli del SUD.
Pericoloso processo in fase d'attivazione
urgente serve bloccare il tutto fermare
bloccare il tutto silenziosamente e non sporcare.
Ed ecco arrivare due penosi soldatini di piombo:
«Dobbiamo portarla via per accertamenti,
se tutto è apposto sarà rilasciato subito!»
odio la formalità ipocrita delle frasi fatte
e loro: «Ci lasci lavorare in pace
che sarà tutto più facile e veloce».
Lo so! Risponde il folle:
«È più facile in pace che in guerra».


 

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