Martedì, 22 Maggio 2012

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Rime de Roma di Luciano Gentiletti

LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Rime de Roma di Luciano Gentiletti
Un singolare libro, una particolarissima raccolta di poesie in dialetto romanesco piacevolissimo.
L’autore è poeta sensibile e silenzioso, osservatore attento ed appartato, dalla vena facile e fluente, dall’ispirazione profonda ed affettuosa, dal verso semplice e ricco di umanità. Egli sente nell’animo il cuore pulsante della sua città e della sua gente, traducendone in versi ora tristi, ora lieti, ora nostalgici, ora giulivi, la genuinità con rara capacità di fede e d’amore. E Roma, imponente e bella, spande così la sua melodiosa voce attraverso i versi di Luciano Gentiletti.


RIME DE ROMA - Pensieri in rima
di Luciano Gentiletti

ALETTI EDITORE - Collana Gli emersi poesia
2009, p. 64
Prezzo: € 15,00
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Luciano Gentiletti
è nato a Roma e vive ai Castelli Romani. Attratto fin dall’adolescenza dalla poesia, in quanto sintesi di emozioni e sentimenti, si è spesso dilettato a scrivere versi, ma ha sempre accantonato questa passione per le esigenze del vivere quotidiano. La vita non concede deroghe e quando si cresce iniziano le responsabilità e tra lavoro, famiglia e figli uno si trova completamente assorbito nel proprio ruolo mortificando le ali del pensiero. Oggi da pensionato e con i figli grandi, ha ritrovato l’intimità delle sue riflessioni che gli hanno riaperto le porte della poesia. Ultimamente ha riscoperto la poesia dialettale romanesca che lo ha fortemente influenzato per il suo impatto diretto e per la capacità di stigmatizzare fatti e situazioni. Oggi scrive prevalentemente poesie romanesche e dal 2007 ha iniziato a partecipare ad alcuni concorsi con la soddisfazione di veder pubblicate nelle varie antologie le poesie presentate. Il dolore come l’amore sono sentimenti intimi e personali che non accettano intromissioni; ma la poesia, a volte, riesce ad unire ciò che il mondo divide.

ER PAZZIENTE

Pe’ corpa de ‘n orecchio malannato
me so’ trovato ‘n giorno ar Forlanini
de peggio nun avevo mai provato
pe’ come so’ trattati i cittadini.

Te fanno fà la fila a ‘no sportello
che te rimanna da do’ sei partito
e quanno sei chiamato ar nummerello
er tempo che ciavevi è già finito.

Si poi riesci a fà l’accettazzione
te trovi ‘n’artra fila su ar reparto,
er medico nun c’è, stà a colazzione,
te vonno fà venì proprio l’infarto.

Quanno và bene perdi la mattina
si no ce vole tutta la giornata,
è come si fai terno a la cinquina
ar gioco de ‘sta granne tombolata.

Apposta te lo chiameno “pazziente”
chi se rivorge a la Sanità
così se ficca bene ne la mente
che come Giobbe deve sopportà.

***

“LI PIANISTI”

Pe’ contà li presenti in Parlamento
quanno c’è da fà la votazzione,
c’è ‘n sistema elettronico che, attento,
te conta quanti spigneno er bottone.

Mo te succede che pe’ coprì ‘n’assenza
l’amico de cordata o de partito
fà risurtà ar banco la presenza
spignenno er tuo bottone cor suo dito.

Chi ha sgamato er fatto e te l’ha visti
mentre che votaveno ‘n po’ strani,
te l’ha chiamati subbito “pianisti”
pe’ quela posizzione de le mani.

Er voto che viè fori è taroccato
perché nun tiene conto dell’assenza
e lo Stato viene puro cojonato
perché paga er gettone de presenza.

So’ anni che và avanti ‘sta vergogna,
un artro che nun fosse deputato
l’avrebbero sbattuto lì a la gogna
pe’ truffa ai danni de lo Stato.

Solo da noi pò succede ar Parlamento
che i deputati ponno fà “i pianisti”
fregannosene der comportamento,
dartronne…… semo ‘n popolo d’artisti!


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