Giovedì, 9 Febbraio 2012

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La festa delle tartarughe di Dina Marika Riccardini

LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

La festa delle tartarughe
Libreria di Manuale di MariUn libro interessante e stimolante. Uno stile letterario esemplare, schietto e sincero.
Una storia che cattura dalle prime pagine trascinandoci nel mondo della protagonista, ad esplorare le anse della sua anima di donna e di artista, dotata di grande cultura.
Il suo dilemma trae origine dalla festa delle "Tartarughe" un club privato d'élite: "bene coniugata o male coniugata?" Tutto avviene nel suo intimo, dato che la protagonista non riesce ad adeguarsi al conformismo borghese. Le pagine si fanno sempre più intense e inducono ad una lettura attenta. A profonde riflessioni.
Dice Dina Marika Riccardini: "Il mio libro tratta il rapporto di coppia, considerando soprattutto la condizione di vita comune a quella di molte donne d'oggigiorno, indipendenti e emancipate, perciò molto esigenti e selettive nei confronti dei partner. Questi ultimi, per cultura e educazione aspirano a un modello di donna d'altri tempi, subalterno e poco problematico e non riescono a riconoscere ed accettare la nuova situazione della donna che del passato si è intelligentemente evoluta dal suo ruolo di sottomessa, fino a giungere a persona con tutti i diritti civili e morali."

LA FESTA DELLE TARTARUGHE
di Dina Marika Riccardini
Gruppo Editoriale Informazione
2008, pag. 93
Per ordinare il libro clicca qui


La festa delle tartarughe è un'opera autobiografica in chiave grottesca che evidenzia il mondo interiore della protagonista, la signora Vanessa, artista e donna di cultura, attorno a cui ruotano quasi tutti i personaggi femminili, ad eccezione di Leonardo, marito di Vanessa. Le figure maschili compaiono solo sullo sfondo come ombre di esseri appartenenti ad un altro pianeta. Viene messo a fuoco fin dall'inizio il dramma di identità di una donna sposata ma che intimamente ed intellettualmente si sente libera dai lacci che un tale legame le impone nell'ambiente in cui vive. Vanessa è una donna non comune: di temperamento artistico, ha inoltre una cultura superiore alla media che le permette una critica, oltre che un'autocritica, lucida ed ironica, a volte pungente, delle persone e degli avvenimenti con cui viene a contatto.
Il suo dilemma, quasi amletico, le viene duramente evidenziato in occasione della festa delle "Tartarughe", un club privato d'elite, "bene coniugata o male coniugata"? Il dramma beninteso esiste solo nel suo intimo, in quanto la protagonista non riesce ad adeguarsi al conformismo borghese di un certo perbenismo come si deve a chi appartiene ad una elevata classe sociale che le imporrebbe un comportamento di facciata nei confronti del marito tiranno e prevaricatore (el paron).
Il suo temperamento romantico la indurrebbe ad un rapporto di coppia più egalitario e sentimentale. Ma forse la sua è solo utopia considerando la mentalità corrente della società, per cui sono ben stabiliti ruoli e compiti della coppia nella famiglia: il marito (el paron) comanda e la moglie ubbidisce, come pure i figli. Il sentimento non è contemplato in queste regole sociali, fa parte, come giustamente osserva Vanessa, solo di certa letteratura romantica o amorosa che non ha niente a che vedere col matrimonio. Ed è ancora più grave per lei il fatto che è convolata a nozze dopo una bellissima storia d'amore e di poesia! Lo choc della dura realtà della vita matrimoniale entro certi ruoli standardizzati è una grossa frustata alla sua dignità di essere umano, di persona sensibile dotata di pensieri e sentimenti autonomi. Il suo istinto la spinge a ribellarsi e così infatti agisce organizzando varie fughe da casa (i suoi "esodi") ma è legata dal vincolo dei figli che come un lungo cordone ombelicale la intrappola a vivere un rapporto nevrotico e stressante col suo consorte. Unica soluzione (magra consolazione) le rimane, oltre ai suoi ideali artistici a contatto con le bellezze naturali (le sue meditazioni), la letteratura: sfogare scrivendo il suo dramma esistenziale e ridere, anche se amaramente, delle bizzarrie e delle incongruenze che la vita o il Destino ti profonde a piene mani in questa breve e misteriosa esistenza su questo vecchio pianeta, dove ultima dimora per il corpo tutti tristemente sappiamo qual è e per la nostra anima è il luogo da cui siamo venuti (Dio sa qual è).


I Capitolo "Il dramma di Vanessa, artista e donna di cultura"

Nel nostro tempo, che si distanzia anni luce dal periodo aureo di Sinuhe, viviamo nel XXI secolo d.C., ci comportiamo tutti come paranoici o per lo meno nevrotici. Gli psicologi parlano di stress esistenziale. È l'ansia del vivere di corsa, di fare in breve tempo il maggior numero di esperienze possibili, anziché starsene in ozio (inteso alla latina) a riflettere e a godersi il meglio della nostra esistenza, di per sé così misteriosa e problematica.
I moralisti denunciano la mancanza di ideali religiosi che conducono ineluttabilmente alla cecità spirituale e a vegetare più che vivere. Gli ecologi e i politici accusano il capitalismo che mirando al proprio benessere ha inquinato mezzo mondo e ogni altra categoria di uomini illustri adduce altre motivazioni o simili critiche alla odierna problematica esistenziale.
Quale individuo, piccola goccia nell'immenso oceano umano, ritengo che ognuno di noi nasca con una sua peculiare mania, come un tarlo che lo roda durante tutta l'esistenza e che lo spinga suo malgrado a fare le cose più pazze di questo mondo: la realizzazione di sé, la ricerca di un'identità, naturalmente in base al carattere che si ritrova.
Infatti è il temperamento, la personalità che determina il destino di noi mortali, anche se gli astrologi sostengono che il nostro destino derivi dalle stelle e che sia già stabilito all'atto della nascita.
Come dicevo ognuno di noi ha per lo più un pensiero fisso, quasi un'ossessione che lo fa agire in quel determinato orizzonte. Per lo più è la ricchezza, il benessere che sta a cuore a molti anche se si sente obiettare che i soldi non danno la felicità; ma neanche l'indigenza, che io sappia, l'ha mai fatta ottenere, anzi ha reso infelici tutti quelli che l'hanno sofferta. La povertà è ben tollerata solo dagli umili che hanno poche esigenze (secondo gli insegnamenti evangelici: beati gli umili cioè i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli). Ma per chi non è umile il regno è su questa terra dove occorre realizzare il proprio io per essere, non dico felici, (è quasi impossibile), ma almeno soddisfatti. In tal modo tanti hanno come scopo della loro esistenza arrivare ad essere qualcuno, possedere parecchi soldi, cioè essere famosi e potenti. Salvo poi arrivare al termine dei propri giorni e constatare l'inutilità della trascorsa esistenza, dovendo lasciare su questa terra i loro averi agli eredi che già si guardano in cagnesco proprio accanto al letto del loro congiunto moribondo, pronti come uccellacci rapaci ad accaparrarsi il più possibile delle ricchezze ereditate. È vero, noi siamo nati per morire. Ah, che macabra affermazione! E ci vuole una buona dose di coraggio per ammetterlo così a sangue freddo. Tanto che ciascuno oserebbe sperare che ciò accada il più tardi possibile.
Ma allora in questo breve tempo di permanenza su questa terra, che il destino o Chiunque sia ci concede, perché non possiamo operare come più ci aggrada?
Naturalmente secondo le nostre inclinazioni che ci vengono pur sempre dall'alto, forse dalle stelle. La mia stella ad esempio mi ha procurato una bella gatta da pelare col carattere ribelle che mi ritrovo; il bello è che, sia destino o meno, mi capita sempre di avere a che fare con persone dispotiche che provano a sottomettermi o peggio a plagiarmi. Ve lo immaginate il c... putiferio che deve essere stata la mia esistenza? Quando mi sono rot... arcistufata di subire tale violenza morale, soprattutto a livello di coppia, e la mia ribellione è giunta a un punto tale di esasperazione da rasentare la paranoia, mi sono abbandonata al grido disperato: adesso mi separo sul serio! Questa è stata allora la mia idea ossessiva. Dicono però che can che abbaia non morde; infatti è un pezzo che vado gridando questa minaccia senza mai riuscire a realizzarla. Così continuo a rimandare questo progetto da tanto premeditato.
Potrei raccontare la mia storia cronologicamente, ma preferisco esporre le vicende come le ho interiorizzate cioè come le ho vissute e sofferte.
Il primo choc l'ho subito durante il rodaggio (si fa per dire) matrimoniale. Di norma i primi anni di matrimonio dovrebbero trascorrere come una sorta di luna di miele. Per me hanno significato un brusco risveglio da un sogno fantastico ad una realtà troppo brutale e sadica. Qualcuno potrebbe ironizzare accusandomi di essere una sognatrice, in quanto si sa che i doveri coniugali e familiari impongono degli obblighi a volte pesanti. Ma non è di questo che mi lamento. La mia ribellione è per non essere stata accettata nella mia identità di persona autonoma, di libero pensiero e di temperamento artistico.
Questa mia personalità non si accordava (almeno nelle aspettative del mio partner) con il ruolo pertinente alla moglie che per dirla con un proverbio alla veneta deve essere così: che la piasa, che la tasa, che la staga in casa.
Il mio modello rientrava solo nella prima parte del proverbio, ma non soddisfaceva alle altre due richieste: che tasa e che staga in casa. Infatti non accetto da nessuno offese o umiliazioni nemmeno dal consorte, inoltre per temperamento ho l'inclinazione a svolgere lavori professionali naturalmente fuori casa. Non è detto che non mi arrangi anche nelle faccende domestiche, ma queste non rappresentano per me la meta ultima delle mie aspirazioni, cosa che invece succede alle casalinghe per vocazione. Ora stando così le cose, con un marito insofferente di una moglie autosufficiente, tendenzialmente sadico nel rinfacciarle di non essere una brava donna di casa e nell'indurla a cambiare atteggiamento e meglio ancora temperamento (questo è plagio vero e proprio), ditemi voi se non si giunge all'esasperato grido: adesso mi separo sul serio! E ad agire di conseguenza. Così infatti feci durante uno dei miei esodi (ce ne sono stati diversi), altro che quello degli Ebrei nella terra promessa! più clamoroso.


Dina Marika Riccardini, di origine marchigiana (Chiaravalle, Ancona), dopo aver vissuto per parecchi anni nel Veneto, a Padova e a Verona, Dina Marika Riccardini si considera "cosmopolita".
Laureata all'Università di Bologna in Lettere e Filosofia, ha collaborato con vari giornali e riviste prima di iscriversi all'Albo dei Giornalisti come pubblicista: Il Resto del Carlino, Marche Domani, Il Centro Marche, Jesi e la sua Valle, l'Araldo, Single e non solo, Penna d'Autore, Il Club degli Autori, Il Messaggero, Il Corriere Adriatico.
Ha partecipato a vari concorsi letterari nazionali ed internazionali, in cui è stata premiata con coppe, targhe, medaglie e diplomi. Nel Settembre 1994 a Milano nel Concorso "Borgo degli Artisti" ha vinto il I Premio con coppa e diploma d'onore.
Nel 1995 nel Concorso "Il Club degli Autori" ha vinto come premio la pubblicazione del romanzo "Kalina".
Avendo frequentato l'Accademia d'Arte Cignaroli di Verona si è dedicata con passione anche alla pittura a olio e ad affresco, allestendo varie mostre personali.
Infine è stata per un anno giornalista di bordo della compagnia greca Anek Lines, scrivendo, dopo questa straordinaria esperienza, articoli per le navi Lissòs, Latò, El Venizelos e i due romanzi ambientati in Grecia durante i suoi viaggi: Kalina e Il Generale e la ballerina e il saggio Il porto di Ancona e le sue navi dall'antichità ad oggi.
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