A tuo padre di Antonino Chiaramonte

Antonino Chiaramonte, laureato in Scienze dei Servizi Sociali, ci offre la lettura di un saggio, non solo scritto egregiamente e con cognizione di causa, ma anche attualissimo e che affronta i temi dell’anzianità. Non a caso il titolo è: “A tuo padre”. Messaggio forte e chiaro.
Un argomento che interessa tutti e coinvolge tutti. Scrive l’autore: “Anziano, questo termine è oramai terrificante, tremendo, fa paura, sconvolge, deprime, annienta, e a volte addirittura uccide”. Si tratta di una fase della vita, come spiega Mario Pirillo, Deputato al Parlamento Europeo, nella prefazione al libro, con cui tutti, prima o poi dobbiamo confrontarci. E’ possibile migliorare e valorizzare la vita dell’anziano e dei suoi familiari attraverso l’impiego del tempo in svariati interessi, come la cultura, le attività sociali e la religione? Pare di sì. Il segreto per non invecchiare troppo in fretta è cercare di restare occupati, di avere degli stimoli, di poter continuare a svolgere un ruolo nella società. L’autore, in questo mirabile saggio, tratta di vari argomenti come la solitudine, l’egoismo, l’altruismo, le responsabilità e le dinamiche tra gli operatori e gli ospiti. Insomma “capire l’anziano e consolidare se stessi tra Psicologia Clinica ed Etica Professionale” come è scritto nel sottotitolo. Un saggio veramente pregevole che ho letto e apprezzato moltissimo per i contenuti, per come sono affrontati gli argomenti e per l’attualità di pensiero e di espressione. Una lettura che consiglio a tutti. Per vivere meglio e rendere migliore la vita agli altri. Nicla Morletti

Anteprima

Il progresso, la modernizzazione, lo sviluppo, i tempi, i ritmi, lo stress, il telefonino, il videofonino, internet veloce, macchine veloci, atleti troppo veloci, satelliti, missili, collegamenti in diretta, subito, adesso, presto, veloce, di fretta, più in fretta, di più… ancora di più… ancora più veloce.
Mah, vedo che sei malato anche tu, eh… sì… purtroppo anch’io…, hai contratto un virus? No, no… peggio, peggio… purtroppo anch’io ho compiuto cinquant’anni.
Anziano, questo termine è oramai terrificante, tremendo, fa paura, sconvolge, deprime, annienta, e a volte addirittura uccide.
E se non lo fa fisicamente, di sicuro inizia a farlo nei pensieri, nell’intimo, allo specchio, le rughe, la pelle, le prestazioni, la memoria, no…, no…, no… per favore, per pietà, toglietemi tutto ma non fatemi diventare vecchio.
L’incubo, il vero incubo, quello più egoistico di tutti, quello da nascondere e da respingere di più e con tutte le forze, la vecchiaia.
Anzianità e vecchiaia che fino a qualche decennio fa erano quasi esclusivamente indicatori di parole stupende, di termini ricchi di energia sana e forte, quali saggezza, esperienza, calma, riflessione, rispetto, dignità, la dignità della persona che nell’anziano raggiungeva alti livelli tra lo stesso anziano ed il mondo e che si completava nel dignitoso rispetto del mondo, verso chi non più anziano, era, per quel fenomeno stupendo che è la vita, divenuto vecchio.

Vecchiaia come dimostrazione vivente di grandi capacità di resistenza alle intemperie della vita, di grandi capacità di apprendimento delle cose della vita e del senso della vita stessa. Una vecchiaia che con coraggio raccontava e promuoveva la vita senza il timore della morte, in quanto consapevole di contemplare i due aspetti di una sola cosa, di una sola esistenza che inizia e che prima o poi si trasforma traslando nella memoria.
Oggi, la situazione è decisamente diversa e tendente ad esserlo ancora di più nei tempi a venire, e questo, ha portato alcune generazioni a sentirsi spiazzate, smarrite, preoccupate di vivere una sorta di abbandono non meritato in quanto, se notevoli sono i livelli di sviluppo raggiunti, il merito o quantomeno gran parte del merito, va proprio attribuito a queste generazioni di pochissimo precedenti le nostre attuali. All’andamento dei fenomeni di evoluzione e sviluppo tecnologico e sociale, territorialmente ha anche fatto seguito l’evoluzione e lo sviluppo culturale ma con tempi di metabolizzazione diversi, e questo ha di conseguenza fatto sì che a tutt’oggi, quando in una famiglia del meridione si accenna all’eventualità di pensare, per un proprio congiunto avanti negli anni, un trasferimento di residenza verso una struttura preposta all’assistenza degli Anziani, ciò che immediatamente emerge nei discorsi è, quasi sempre, la penosa e tristissima chiusura in un Ospizio, con la peggiore visione che questo luogo ha acquisito nell’immaginario collettivo.
Questa visione, suscita scompiglio, amarezza, delusione, disperazione, impotenza, sia nel diretto interessato e sia nell’ambito familiare in quanto, per inseguire le modalità della vita odierna, fatta di orari, scuole, impegni, appuntamenti, lavoro, tempo libero, ecc…, e per conciliare le presenze in casa, con le esigenze di chi in casa vorrebbe stare ma insieme a qualcuno che lo agevoli e lo assista nelle svariate esigenze, bisogna modificare tempi e ritmi che però sono dettati dall’esterno e sui quali difficilmente si può intervenire.
E così ci si trova necessariamente a dovere scegliere a cosa rinunciare, preferendo, finché è possibile, che a rinunciare a qualcosa sia l’Anziano che comunque ha impegni ed esigenze certamente meno improrogabili dei nipoti che devono crearsi l’avvenire o dei figli che devono accompagnarli e mantenerli in tutta quella lunghissima serie di cose importantissime per la loro vita e per il loro futuro che purtroppo non considera e non contempla tra le cose belle, importanti e significative, anche una chiacchierata, uno scambio di vedute, un abbraccio, una partecipata confidenza con il proprio nonno o con il proprio padre. Nonni e padri, nonne e madri, uomini e donne che dopo avere corso ed inseguito un mondo in una impressionante fase di accelerazione, si ritrovano in angosciante anticipo in un contesto, quello attuale, che non ha ancora avuto il tempo di posizionare e di collocare all’interno della famiglia, della famiglia allargata e della società nel suo insieme, proprio coloro i quali si sono spesi ed adoperati di più per un benessere dal quale paradossalmente sono, non solo gli unici esclusi ma addirittura le uniche vittime. Sembra proprio il caso di dire: chi di progresso arricchisce, di progresso perisce e voglio citare il caso della sig.ra V. che dopo avere per anni ed anni e sempre più velocemente montato transistor nei televisori in una fordisticamente orrenda fabbrica americana, sta aspettando la morte o la “liberazione” da tutto questo correre, proprio davanti ad un televisore ma senza la possibilità di telecomandare perché le sue mani non le consentono di utilizzarlo agevolmente, in compenso però le consentirebbero di donare carezze e calore umano, ma a quanto pare questo oggi, non interessa più a nessuno. Correre, correre, correre…

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