martedì, 31 Gennaio 2023
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Alfredo Lucifero, dalla letteratura alla scultura

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Autoritratto - Bronzo, 2002 - di Alfredo Lucifero

 

 

 


di VITTORIO SGARBI

Davvero niente di luciferino si potrebbe riscontrare nella scultura di Alfredo Lucifero. La vicenda biblica di Lucifero può essere considerata una metafora dell’attività artistica: l’angelo più bello osò ribellarsi a Dio, voleva mettersi sullo stesso suo piano, diventare anch’egli il creatore della natura.
Alfredo Lucifero non si ribella; al contrario, un atteggiamento di contemplazione francescana sembra contraddistinguere la sua visione del mondo, da angelo obbediente, come se l’unico suo obiettivo fosse quello di rivolgere lodi alla meravigliosa semplicità del creato.
Eppure Lucifero crea, proprio come voleva fare l’angelo ribelle, allestisce una specie di bestiario infinito, un’arca di Noè in cui vuole salvare, prima ancora che le singole specie animali, il senso stesso della natura, fonte di innumerevoli stupori, di eterne soddisfazioni per l’uomo. Lucifero crea, ma senza nessuna presunzione di rivaleggiare con la natura, di stravolgerla e reinventarla, di trasferire nelle sue creature il proprio spirito; plasma la materia senza che mai essa venga dimenticata dalla forma, lascia al bronzo la plasticità rustica, non levigata, come se dalla terra tutto partisse e tutto ritornasse. Lucifero asseconda anche nei procedimenti creativi la natura, con rispetto e fedeltà assoluti: solo tornando a essa, ci dicono le sue opere, l’uomo potrà recuperare la ragione della sua esistenza, si potranno così conciliare nel segno di una continuità storica e culturale che è allo stesso modo mediterranea e occidentale. Forse non senza predestinazione, le origini anagrafiche di Lucifero risalgono a due terre emblematiche in questo senso, la Calabria della Magna Grecia e la Toscana del Rinascimento.
Tornare allo spirito di natura e annullarsi nella sua contemplazione, dunque: un messaggio difficile per tempi come i nostri, così individualistici e antiumanistici, un invito che qualcuno potrebbe considerare ingenuo, troppo ottimistico. Ma l’ingenuità, quando è intesa come assenza di malizia, fiducia nella bontà del mondo, non è forse una virtù? Vivere gustando le gioie visive e sentimentali che la natura ci offre, accontentandoci senza pretendere alcuna risposta definitiva, senza cercare nelle cose significati oscuri e sfuggenti (e forse puramente immaginari) non è forse il modo più saggio di essere? Lucifero vuol dire “portatore di luce”: quindi luce di natura, luce della ragione.

Nell’immagine: Autoritratto – Bronzo, 2002

 


 

Cavallo - Bronzo, 2000 - di Alfredo Lucifero

di ROMANO BATTAGLIA


Un artista del cuore, della mente e dello spirito

Alfredo Lucifero è un artista poliedrico che sa coltivare le emozioni della mente con l’energia che gli arriva dalle relazioni che instaura, dagli stati d’animo delle persone che frequenta.
E lui ne ha tante di emozioni nel suo giardino segreto che apre soltanto quando ha bisogno di cogliere fiori o erbe selvatiche per glorificare un avvenimento.
Poeta, scrittore, scultore, un artista completo che sa mantenere con coerenza la strada intrapresa da anni, da quando era ragazzo e frequentava artisti di fama, donne bellissime, personaggi affascinanti.
Lui si trincerava dietro un baluardo invincibile di energia mentale proveniente dalle sue convinzioni che maturavano dalle letture e dalla qualità dei pensieri.
L’arte di Alfredo Lucifero è uno dei segreti della sua vita e risiede proprio in una buona capacità di vivere e usare le emozioni per sentire ed assaporare i mille aspetti dell’esistenza.
La sua poesia è scheletrica, la prosa essenziale, antica e moderna allo stesso tempo.
Tutta la sua opera letteraria è un ampio affresco che ci offre l’opportunità di rileggere con altri occhi le mutevoli vicende umane.
E’ una storia misteriosa, carica di presenze inquietanti, di palpiti di poesia e d’amore.
Guardando le sue sculture sembra di rivivere atmosfere lontane nel tempo quando nelle grotte preistoriche del Tassili o di Altamira uomini dediti alla pastorizia e alla cacciagione, dipingevano con terre colorate e latte di capra gli scenari che erano passati ai loro occhi nelle lunghe giornate senza tempo.
Nelle opere di Lucifero c’è la stessa forza primordiale dove scorrono paesaggi, uomini, donne, animali con la cadenza di tamburi lontani che scandiscono pericoli e ricordi senza fine.
Le opere dell’artista non si possono spiegare perché ogni parola sfuggirebbe dalla realtà come un animale impaurito.
Si deve soltanto ascoltare il loro palpito, la loro voce che giunge dal mistero.
In quelle figure di cavalli, di altri animali e di uomini, si può ritrovare la nostra identità che spesso si annida nelle grotte della nostra memoria.
Decine di opere letterarie e una infinità di sculture pensate fra una battuta di caccia e l’altra a contatto con la natura, fra incontri e avventure, emozioni e ricordi.
Nelle sculture l’artista procede con lo stesso passo meditativo. La materia si fa di volta in volta plasmabile a seconda dei sentimenti e degli stati d’animo.
Cavalli, ritratti, uccelli vivono in un mondo che potrebbe essere quello di mille anni fa quando le emozioni erano chiare come l’acqua: elemento vitale e prezioso la cui mancanza porta soltanto sofferenza e desolazione.
Anche il pensiero è come l’acqua leggero e potente, capace di trascinare lontano, di erodere montagne, di far volare in alto.
Il grande segreto che permette ad Alfredo Lucifero di rimanere sempre giovane è quello di avere la capacità di scoprire un mondo anche in un granello di sabbia. Non c’è niente di troppo piccolo per un essere piccolissimo quale è l’uomo.
Una volta mi disse che un pescatore gli aveva rivelato che se avesse trovato sulla spiaggia un pezzetto di legno logorato dal tempo avrebbe dovuto conservarlo perché poteva essere un resto della barca sulla quale navigò Gesù.
Camminando lentamente dove le onde lambiscono la rena, lontani dal chiasso e dalla vita di tutti i giorni, ci addentriamo in riflessioni, considerazioni, pensieri e, passo dopo passo, possiamo ritrovare la calma perduta, la serenità e soprattutto noi stessi. E’ come procedere a tu per tu con la nostra coscienza che ci chiede una prova di verità e di purezza.
Il mare è come un cielo aperto sull’infinito del mondo: ci aiuta a ricordare le tappe della nostra vita che sembrano essere rappresentate dalla lunga serie di orme che lasciamo dietro di noi.
Alfredo Lucifero ha trascorso intere giornate passeggiando sulla riva del mare e ogni volta è tornato a casa con le scarpe piene di sabbia e con nel cuore un po’ più di saggezza e di ricchezza spirituale.

Nell’immagine: Cavallo – Bronzo, 2000

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Lucifera - Bronzo, 2007 - di Alfredo Lucifero

 

 


di LIA BRONZI

Alfredo Lucifero, con il suo eterno indagare, presente anche nella nutrita produzione letteraria, approda in scultura, nelle maglie del quotidiano e nelle pieghe di un’esistenza vissuta interamente nelle minime e primarie emozioni, in una dimensione della forma che si carica di energia vitale, con grande seduzione estetica, dove il coefficiente è dato dall’equilibrio tra artisticità e fatticità, che sembra riproporre la chiave esegetica del luogo supremo di una umanità che ritrova, nell’assolutezza delle sue definizioni formali, le radici dell’essere.
Le scelte dei soggetti si antepongono, così, come volontà positiva, instaurando una realtà che può essere definita ideale, nel senso che enuclea, dalla totalità del reale, il senso individuale di tale totalità in formulazioni singole, che divengono normative, organizzate in termini universali, quali luoghi di aspirazioni-esperienze cui si tende a dare un valore assoluto. E’ comprensibile, allora, come la ragione intima della cultura di Alfredo Lucifero, toscano con radici calabresi, si concretizzi, nella forma, nella scelta di un mondo ideale come archetipo di nuove idee, secondo una serie di valori esistenziali cui egli attribuisce una preminenza assoluta. Nascono così le belle immagini del mondo di “caccia” come anatre selvatiche, cinghiali, conigli, volpi, ma anche pesci ed ippopotami, abitanti delle acque ed animali domestici come il cane e il cavallo, che propongono di per sé l’ipotesi di una verità nella quale è implicito un giudizio etico, nel senso di verifica della sostanziale positività dell’uomo, nelle sue azioni naturali e necessarie, appartenenti ad una realtà terragna, boschiva e di mare, tutti amori base della vita dell’autore. Capaci, tuttavia, di esprimere al contempo anche la combattività e la poeticità dell’anima, rilevabile nell’addensamento di realtà evocata, dalla quale nasce il pretesto per definire l’incontestabile presenza dell’essere animale, nel suo rapporto con il mondo dell’uomo.
Dal punto di vista formale, appare evidente come la calibratura delle masse, i rapidi spostamenti dovuti alla dissolvenza di luci, riproducono effetti pittorici, riservati al pollice, che imitano la leggerezza della pennellata impressionista, nella sua efficace immediatezza, impianti nei quali l’artista ben manipola la materia, tratteggiando le linee dei contorni, quasi a voler disegnare, incidendole, la corposità che si staglia nel fondo aereo, in modo superbo, cosa ancora più apprezzabile nell’alterità della testa del cavallo. Un discorso a parte meritano le opere riproducenti la figura femminile, affidata alla compostezza delle linee, che sembra cercare una corrispondenza nel mondo esterno, tali opere sono ricche di accensioni timbriche nel loro desiderio di espandersi nello spazio, nell’urgenza della materia ci ripropongono il tema della donna, spoglio di sovrastrutture nella sua eternità, nodo di forze nell’addensamento di amore, che Lucifero sa cogliere così bene, per nobilitarne l’ “humanitas”, mentre l’infinita perfezione delle forme, che sottolineano l’anfora delle anche, nei nudi, e la bellezza e delicatezza dei volti, di fatto esprime un concetto di bellezza coscientemente tesa ad essere eterna e normativa, dato riconoscibile soprattutto nel tenero volto della madre e nell’ultima creazione dell’Autore, che sembra essere immersa nel bagno mitico e temporale dell’antico, ma al contempo intorpidita da una certa sensualità realistica, che rivela se stessa, in modo particolare, nella carnosità delle labbra. Più vicina all’archetipale eterno femminino la scultura della maternità, che sembra uscire dai propri luoghi, per divenire realmente ambiente e concezione architettonica della vita, dove convergono le ancestrali spinte e forze dell’artista, tale opera possiede in sé la sintesi di sostanziali identità estetiche, con il concetto di amore materno. Un altro addensamento di realtà evocata immediatamente, ma che rivela l’incontestabile presenza dell’essere, colto nella psicologia universale, è racchiuso nei due bronzi raffiguranti il Cristo e l’autoritratto, dolce e dolorante il primo, in una posa austera, non esente da una espressione di smarrita malinconia, il secondo.
Tali opere realizzano la sintesi di forma-contenuto, come assunzione figurativa, quale totalità di presenza fissata nel tema plastico, con saldezza di volumi che addensano la luce nell’armonica geometria dei volti, che stagliano l’alveo atmosferico che li racchiude.
Dice Sant’Agostino nel “De Ordine”: “C’è una bellezza di forme in tutte le creature, ma a paragone della bellezza dell’uomo, la bellezza delle scimmie, viene chiamata deformità”.
Ma bellezza è un composto eterogeneo di contrari che comprendono anche la bruttezza, così ci appare la scultura simboleggiante il demonio, già esistente anche in Notre Dame a Parigi, dotata di una verità non soltanto di carattere estetico, nella sua istanza di male-necessario e nella corrispondenza di equilibrio-disordine, ma anche espressione della difficile coesistenza con il quotidiano.
Ambiguità apparente poiché, come opera, risolve lo scambio di comunicazione, secondo un processo di decodificazione semantica, in quanto messaggio poetico concretizzato formalmente nella materia allusivo-simbolica, quale termine di una concreta dialettica storica.
Concludendo, la molteplicità dei temi trattati da Alfredo Lucifero, rifluisce in una sostanziale unicità, quella dell’uomo impegnato nella difficile ricerca della propria positiva umanità, nella totalità ed immediatezza dei valori, come simbolo nutrito di presente, che si riallaccia ad un passato eternamente intuito, mentre la portata del suo intervento nel mondo artistico, sia esso scultore che letterario, rivela una “moralità compiuta” in una realtà odierna in lacerante divenire. Questo il senso e la verità di un artista che è testimone e vate del nostro tempo, nello slancio vitale di un sollievo universale, dove sono presenti le nostre incertezze, ma anche le nostre aspirazioni.

Nell’immagine: Lucifera – Bronzo, 2007


da una lettera di ANNA BALSAMO

Per Sua cortesissima disponibilità ho ricevuto, dalla sollecitudine della cara e brava Lia Bronzi, la bella pubblicazione “Alfredo Lucifero – Scultore – Nuova Grafica Fiorentina” e non posso esimermi dall’esprimerLe, da visitatrice di quelle pagine (un libro d’arte è eminentemente una mostra d’arte su pagina), le impressioni significanti che la Sua scultura mi ha suscitato. Intanto le riproduzioni fotografiche che generalmente possono rappresentare più il grafismo delle opere che la loro dimensionalità, nel Suo caso, attraverso una costante di lumeggiato brunito, acquisiscono un rilievo che forza il limite del bianco e nero servendosene nella qualità di strumento di stacco a contrasto. Le Sue sculture più che scolpite nel bronzo paiono sfaccettate in un prezioso scuro cristallo, adamantine in ogni rappresentazione, e sono come raddensate in una manzia dell’esistere e da questa loro sustanzia esistenziale (persone o creature animalesche che siano) sono legate e liberate ed insieme espresse come impastate d’un’ansietà dell’essere che conquista un’esperita e forte conoscenza della cifra del daimon dei vari pathos, è così che si perviene al “vivere gustando le gioie visive” dell’agile nota sgarbiana: ma ciò comporta a monte complesse soluzioni a realizzare il processo creativo ed ecco quindi figure pervase dalla percezione cognitiva del sé, altre dalla tensione espressiva. L’autoritratto coniuga ambedue le situazioni e, nella mimica che sembra sul punto di pronunciarsi in un impulso valutativo, giocano un gran ruolo tutte le fasce muscolari del volto, lo sguardo che si acuisce nell’indagine anche introspettiva sotto l’orafa irsutezza dei sopraccigli e, massimamente, le labbra. La parola sta per accendersi anche sul labbro del Cristo, predisposto al Verbo messianico del Salvatore: già è pronta la vittima nell’aspetto che preconizza l’Ecce Homo. Sul limite della parola in divenire anche la bocca di Rossella, accompagnata dall’intelligere dello sguardo come nel Ritratto Femminile dove pare stia per suggerire, emotiva, un’obiezione. Molto giustamente osserva Sgarbi che, nel Lucifero scultore, la radice della Magna Grecia (più che in rimeditato classicismo, in una personale sintesi morfologica, osservo) confluisce, a causa dell’adozione e appartenenza toscana, nel profondo solco rinascimentale (certo da angolatura contemporanea) fortemente avvertibile per il suo animismo che muove dalla Natura e si fa eclatante in quegli archetipi quasi araldici come l’Ermafrodito, Lucifero, la Sirena. L’Ermafrodito è raccolto nella riflessione della propria ambiguità, penalizzato e premiato dalla medesima, pagando il prezzo di un’eccezionalità a doppio taglio. L’immagine che raffigura Lucifero, se per quella del Cristo avviene di presagire l’Ecce Homo, marca, certa e compiuta, tangibilmente presente, la metamorfosi nel divenire satanico dell’Angelo della Luce; poi c’è la Sirena, quasi di concezione romanica col volto di dolcissima Melusina, in effetti appare rimeditata archeologia, scrigno segreto, speziata di un filo d’ironia alla Barnum. Del resto anche gli esseri animati a cui siamo più avvezzi, proprio nella loro realizzazione compattata dalla forma, ripetono questa sensazione visiva di occultare un segreto: quantomeno, nel segno del mistero, quello della conservazione e evoluzione della specie. Altro è quanto vanno ad esprimere: il cavallo bloccato in un’attitudine d’immobilità degna d’un pezzo degli scacchi, per ossimoro, è frenesia di corsa. L’ippopotamo appare straordinario, liscio gioiello della mota ed è lustro tutt’uno con la propria fluvialità. E’ nelle quattro creature acquatiche – la Sirena, l’Ippopotamo, il Pesce, l’Anatra – che l’espressione formale si fa sensibilmente post-moderna proprio metabolizzando, innovativa, il tema del bestiario che fregiava, esterno e interno, appunto le chiese romaniche.
Squame, penne, villi, pronunciate labbra connotano le creature scolpite tutte favolose, sospette d’essere parlanti-magiche come nelle fiabe. Il setter comunica direttamente sia con l’eccitazione del cacciatore come con il terrore della preda puntata e, alla sua ferma, fa da curioso pendant lo stare all’erta della lepre espresso nelle vibratili orecchie e prudenza fisionomica del muso (che invece la volpe ha, debitamente, appuntito d’astuzia).
A parte considero due figure: il Nudo Femminile e la Maternità dove, pare strano, ma i soggetti di nuovo possiedono ambiguità nella loro ambivalenza: la ricchezza del Nudo Femminile è sensualità che è anche prostrazione. La sublimazione della dedizione in Maternità è la stessa che sacrifica l’immagine che nella forma tormentata, materica, fa assomigliare, mamma ed infante a una Pietà (interpretato molto bene il ruolo materno nel suo coinvolgimento nella cura di proteggere dalla vita e dalla morte).
Eccellenti queste sculture da collocare nell’ideale personale galleria d’arte che rivisitiamo di quanto in quando col pensiero.

Guarda altre immagini delle opere di Alfredo Lucifero nella Galleria degli Autori.

Redazione
Redazionehttps://www.manualedimari.it

Manuale di Mari è il Portale letterario fondato nel 2007 da Robert, uno dei primi blogger italiani, creatore del Blog Manuale di Mari e del Blog degli Autori, e Nicla Morletti, giornalista, scrittrice e Presidente del Premio Letterario Internazionale Il Molinello.

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