Alida di Timur Lenk

LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Timur Lenk è scrittore e narratore di successo. I suoi romanzi hanno un ampio respiro e spaziano all’infinito nell’etere dei sentimenti e delle emozioni.
Storie narrate in punta di penna che toccano profondamente le corde del cuore.
Storie al di qua della morte, al di là della vita, perché l’amore quando è vero e profondo non ha limiti e confini. Lo spazio e il tempo si annullano. Ed è amore per sempre. Per l’eternità.
In “Alida”, Timur Lenk dimostra ancora una volta, con le sue grandi doti umane e di eccellente autore, di penetrare il mistero della vita e della morte. Il mistero dell’amore.
Max, il protagonista del romanzo, incontra Alida in un piccolo paese delle Marche. Ma chi è quella ragazza che non dovrebbe esistere perché è morta quarant’anni prima? Al lettore la scoperta di pagine uniche di una sconcertante storia d’amore.

ALIDA
di Timur Lenk
Robin – Collana I libri colorati. Blu: contemporanei
2005, p. 131
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In “Alida” i personaggi del precedente romanzo di Timur Lenk “Graffi e Graffiti” continuano la loro storia. Il giovane Max, in preda ai dubbi, torna alla ricerca di risposte nel piccolo paese delle Marche dove Dante Riario Casasana, suo maestro, gli ha insegnato a meditare sulla saggezza delle piccole cose. E appena arrivato incontra Alida, una ragazza del paese che non dovrebbe esistere perché è morta il primo giorno di primavera di quarant’anni prima…
La parabola sulla saggezza delle piccole cose si trasforma così in una dolce, intensa, sconcertante storia d’amore al di qua della morte, al di là della vita.

Dal Capitolo I

Nel “Paese che non c’è”

Ricordava perfettamente quando aveva percorso quella strada per la prima volta.
Le colline boscose delle Marche erano sempre lì, la strada era sempre la stessa.
L’unico ad essere cambiato profondamente era lui. Ma fino a che punto?
Max accelerò con la sua Alfa all’uscita dello svincolo per Senigallia. Era partito quella mattina da Como, e sarebbe arrivato a destinazione verso la metà del pomeriggio. Il “Paese che non c’è” ormai non era lontano.
Erano passati due anni, e di una cosa era certo: non avrebbe trovato nulla di cambiato a Bellisol, dove aveva vissuto la più importante esperienza della sua vita anche se ora erano molti i dubbi che lo tormentavano. D’accordo, quel paesino invisibile non si chiamava con quel nome, come Max aveva saputo in seguito, ma non importava: per lui sarebbe sempre rimasto Bellisol, il “Paese che non c’è”.
E in effetti, anche adesso stentava a trovarlo. Pensava di andare nella direzione giusta, invece si ritrovò su una strada sterrata. Girò e tornò indietro sentendosi piuttosto disorientato; quelle colline continuavano a sembrargli tutte uguali.
Mentre guidava, ricordò il suo colloquio telefonico con Lina. Era stata felice di sentirlo dopo così tanto tempo, l’aveva subito informato che Dante e Nelson stavano bene, e Dante aveva detto di mettergli a disposizione la sua casa in qualsiasi momento avesse voluto venire. Max non ci aveva pensato due volte: era estate inoltrata, aveva diritto a un mese di ferie e soprattutto aveva bisogno di restare solo con se stesso.
Per questo scopo, Bellisol era il luogo ideale e l’occasione che gli veniva offerta era la migliore; aveva detto quindi a Lina che sarebbe arrivato il sabato successivo e sarebbe rimasto per tutto il periodo delle sue ferie. Lei, contentissima, gli aveva assicurato che la casa sarebbe stata pronta per il suo arrivo, e che avrebbe provveduto a sbrigare le faccende di casa durante il suo soggiorno.
Ora però si trattava di trovare la strada giusta.
Un cartello stradale indicava la via verso Pergola. La prese, ricordando quanto il “Paese che non c’è” si trovasse vicino a quella città. La strada gli appariva ora più diritta lungo i fianchi di alte colline ricoperte d’alberi, fece un giro ampio verso destra e di nuovo un rettilineo in discesa. A circa cento metri distinse il bivio di una strada secondaria che scendeva verso sinistra e poco prima di quel bivio, sulla destra, un altro cartello indicatore.
Fu allora che la vide.
Dapprima gli apparve come una figuretta minuta, in piedi sotto il cartello, poi avvicinandosi la distinse nitidamente.
Per la verità la prima cosa che riuscì a distinguere e a leggere furono le due frecce azzurre che indicavano rispettivamente 30 chilometri per Fabriano e 9 per Sassoferrato, ma subito dopo il suo sguardo fu attratto da lei. Rallentò e osservò il suo sorriso.
Si teneva con una mano al cartello e con l’altra, al passaggio di Max, fece un cenno aggraziato come se volesse dirgli: prego, da quella parte. E Max proseguì diritto per la direzione che gli indicava. Venne anche a lui da sorridere e le accennò un saluto. Vide nello specchietto retrovisore che gli aveva risposto sventolando allegramente la mano.
Era stata una visione fugace, eppure Max si meravigliò di quanto gli fosse rimasta impressa nei minimi dettagli. L’aveva fotografata con gli occhi della mente, e ora era come se stesse rivedendo quell’immagine, come se osservasse una foto tenendola fra le mani.
Era una ragazza di non più di sedici o diciassette anni, snella, alta una buona testa meno di lui, che indossava un vestito leggero color giallo pastello con la gonna al ginocchio, gambe graziose e piedi piccoli, racchiusi in sandali di pelle.
Non aveva fatto in tempo a vedere il colore dei suoi occhi ma i capelli erano di un bel colore biondo scuro; un naso diritto e un sorriso allegro da bambina le conferivano un’aura di freschezza gioiosa, luminosa.
Gli aveva trasmesso una sensazione di allegria, ne era rimasto colpito e sentì che, se gli fosse capitato ancora di incontrarla, sarebbe stato capace di riconoscerla anche in mezzo a un milione di persone. Eppure era stata un’immagine così rapida…
Però, pensò Max, Dante non gli aveva mai detto che a Bellisol c’erano ragazze così carine: era un paese che valeva la pena di esplorare meglio.
Dopo l’alto cavalcavia le due imponenti colline rocciose, quella di sinistra con la cappella sulla cima, apparvero ai lati della strada e Max, riconoscendole, le oltrepassò sapendo di essere ormai arrivato. Vide alla sua sinistra la stazione ferroviaria di Bellisol e la torre antica detta Il Cantacucco, come ancora ricordava, e dall’altra parte della strada, a destra, finalmente la dimora di Dante.
Era arrivato. Era a casa.
Parcheggiò la macchina nello spiazzo a fianco, proprio dove aveva fermato due anni prima il suo Maggiolino in avaria, e scese. Tutto era rimasto uguale, anche la porta d’ingresso. Suonò il campanello.
Sentì uno scalpiccio ciabattato nel corridoio, poi Lina gli aprì. Anche per lei il tempo sembrava essersi fermato se non fosse stato per i capelli sempre raccolti a crocchia, appena più candidi.
– Max, che gioia rivederla. Bene arrivato!
Si  scambiarono  un  abbraccio  affettuoso, poi il giovane prese la valigia e si diresse verso quella che era stata la sua camera, percorrendo il corridoio che ben conosceva.
– Si sistemi che le preparo un caffè. Ha già mangiato?
– Sì grazie, Lina. Ottima l’idea di un caffè.
Vengo subito.
– Senza prescia.
Nella stanza, il letto era sempre al suo posto di fronte alla finestra che dava sulla vallata del Cesano e sulle colline. Max posò la valigia e si presentò in cucina che la caffettiera era già sul fuoco.
– Allora Lina, come va?
Co’j’ho da di’? Tiriamo avanti, qui la vita scorre sempre tranquilla. E lei co’ m’arconta?
– Il lavoro mi impegna parecchio, ma va bene così. E Dante come sta?
– Oh, mister Dante sta bene, è ringiovanito. Sa cosa ha fatto?
– Non so.
– Indovini.
– Come faccio?
– Si è sposato!
– No…!
– Sì!
Max non credeva alle sue orecchie. Dante sposato? Non riusciva a figurarselo.
– E quando, dove?
– Un anno fa in Inghilterra, ma la signora è italiana, si chiama Lorena. È bella sa, e molto distinta.
– Quasi non ci credo, nel senso che non so pensare a Dante sposato.
– Ci creda, ci creda.
– In ogni caso, sono sicuro che Nelson avrà dato il suo assenso!
– E come! Deve vedere come va d’accordo con la signora, stanno veramente bene insieme.
– Sapesse quanto vorrei rivedere Dante, e conoscere anche sua moglie.
– Chissà che non capiti – disse Lina con un sorriso.
– Lo spero proprio.
Il caffè era pronto.  Si sedettero al tavolo della cucina.
– Ora che è qui, si prenda un po’ di riposo.
– Credo di averne bisogno, come di restare solo con me stesso.
– Ha dei pensieri?
– Sì, per questo sono venuto, non conosco un posto migliore di questo per stare in pace e riflettere. Però se ci fosse Dante sarei ancora più contento, mi mancano tanto i suoi consigli.
– Via, non si preoccupi. Pensi a riposarsi e vedrà che i pensieri vanno via e tutto si aggiusta.
Annuì. Forse Lina, nella sua semplice filosofia, aveva ragione.

 

Timur Lenk è nato nel 1951 alla congiunzione zodiacale del Cancro con il Leone. Scrittore per vocazione, ha una fede incrollabile nella libertà, nell’amore e nella saggezza delle piccole cose. È l’autore del primo romanzo d’amore pubblicato nel nuovo millennio: “Lo prima storia d’amore dell’anno 2000” (Edizioni Serarcangeli, 2000). Ha pubblicato con le Edizioni Ibiskos la raccolta di racconti “Echi di leggenda, d’amore, di fiaba” (I° Premio “Giovanni Gronchi” 2003). Vincitore del Premio “Il Molinello” 2003 e del Premio “Guido Cozzano” 2004 per l’inedito. Il suo romanzo “Graffi e Graffiti” (Edizioni Robin-Biblioteca del Vascello, 2003) ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti letterari, tra cui il I ° Premio “Primavera Strianese”, I° Premio “Buccino”, I° Premio “S. Margherita Ligure”, arrivando a classificarsi come il libro italiano più premiato del 2004.
Seguendo la sua ispirazione Timur Lenk continua a dare voce e vita agli stessi personaggi di “Graffi e Graffiti” in “Alida”, questo nuovo romanzo al di là di ogni dimensione, intenso, commovente, appassionato.

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