LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Altri tempi di Daniela Quieti
Un libro di racconti altamente lirico, quasi un romanzo nella narrazione di storie dal sapore di cose buone, intrise di saggezza antica mista ad una nostalgia che avvolge dolcemente l’anima. Favole vere, di altri tempi, dove il ricordo delle sere d’inverno accanto al caminetto, danno una sicurezza nuova ai nostri giorni. E il profumo d’erba fresca e di trifoglio nelle sere d’aprile ci ritempra e ci fa di nuovo sognare. Come tanti anni fa quando tutto intorno a noi era meraviglioso. Un bel libro da leggere, le cui pagine si fanno magia nei giardini incantati dell’infanzia e dell’adolescenza.

ALTRI TEMPI
di Daniela Quieti
Edizioni Tracce – Collana Narrativa
2009, p. 56
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Daniela Quieti ci offre racconti brevi ed emblematici dalle trame suggestive, a volte dal sapore familiare, pervase da un’aura di passato e di tradizioni che ne rende più coinvolgenti i contenuti.
In questo modo i ricordi d’infanzia vengono trasfigurati su un piano letterario realistico e coerente, che suggerisce al lettore il confronto con i nostri tempi, così diversi sia sul piano socio-culturale che su quello etico-esistenziale. Non si tratta, però, di semplice nostalgia, perché l’Autrice fa emergere volutamente una tensione narrativa all’interno dei singoli racconti che ne riscatta il tessuto descrittivo in un contesto più ampio.
La silloge di racconti si mostra così stranamente organica, anche se legata a tematiche esistenziali e a storie diverse, ricche di sfumature espressive.
Si tratta di un’opera narrativa particolarmente godibile proprio per il sapore di vita vissuta che riesce a trasmettere, oltre che per lo stile scorrevole, ma anche spigliato e comunicativo.
Ubaldo Giacomucci


Prefazione di Giulio Panzani

Si ha una strana percezione, sfogliando queste pagine, quasi che dalle immagini evocate dall’autrice nel riproporre un tempo virtuale scaturiscano suoni, colori, odori altrimenti dissolti e qui indispensabili alla compiutezza di una narrazione che non è solo descrittiva bensì un percorso attraverso il quale si opera un ricongiungimento delle vicende di un mondo, di un’epoca, con un’individualità – quella appunto di Daniela Quieti – che vi attinge le ragioni dell’anima.
Per comprendere pienamente le valenze espressive dei diversi capitoli, certo non casuali nel loro succedersi, occorre rifarsi all’interpretazione soggettiva di una storia nella quale la metamorfosi delle cose rappresentate alimenta sia un’introspezione accorata che una potenzialità emotiva. Come dire, cioè, che l’autrice si aggira sia pure in punta di piedi e con un tono pittorico estremamente delicato oltre i limiti delle parole per strappare loro il senso del vivere e per stemperare le proprie attese nell’altrui vocazione al sacrificio e ad un destino indiscusso dal piglio quasi verista. Su sfondi densi e drammatici malgrado la virtuale semplicità dell’impianto narrativo peraltro reso con formulazioni lessicali d’immediata creatività, si muovono figure la cui plastica incidenza deriva direttamente da una vis poetica più che dal dilatarsi dei loro profili. Il che riporta, così, a ciò che l’autrice riversa di sé e dei propri sogni, più che della memoria o dell’immaginazione, in quel vissuto che contestualmente definisce e frantuma la condizione umana aggrappandosi anche a una pregnante religiosità che qui – e certo non solo qui – è motivazione e speranza.
Le parole divengono, per questa ragione, il respiro, il ritmo e l’intonazione – come direbbe il grande Mario Luzi – del cosmo interiore dell’autrice nell’atto di accordarsi con quello esterno.
Certo: quest’antologia rievoca, insieme alle tradizioni e alle immagini di una terra, ciò che sembra scomparso strappandolo in tal modo alla sua temporalità e restituendo al quotidiano i suoi significati più profondi e più intensi, qualunque essi siano, in una sorta di eterno presente.
D’altra parte anche la pur fragile vicenda di coloro che popolano queste pagine non è solo un succedersi di piccoli eventi. Così come il vivere di ognuno di noi, una simile registrazione la falsificherebbe perché ci sono sempre, anche in chi sembri non avere storia, delle evidenze dell’anima che affiorano trasmettendosi agli altri e impreziosendone l’ordinarietà.
Cosicché la poesia, sempre per dirla con Luzi, è molto spesso fatta di questi affioramenti.
Ecco perché alla fine si può dire che "Altri Tempi" è un libro intensamente lirico, per quei passaggi che si sciolgono in scansioni struggenti. O la storia di una terra, per quel suo richiamo evocativo di fantasmi d’amore. Oppure di una fede consumata nel tempo dal tempo e il cui segno resta, però, graffito nel cuore dell’autrice, con i suoi incancellabili ritorni.
Più giusto è dire che è tutto questo insieme con in più –    ma in dono solamente a chi sia in grado di leggerne la mappa delle parole segrete – quella passione solo apparentemente inespressa e che è la vera essenza di Daniela Quieti.

Premessa
Con profondo affetto, ho raccolto queste storie d’altri tempi, raccontate nella mia infanzia dagli anziani di famiglia.
Desidero dedicarle alla loro tempra fiera, alla vita austera, alla saggezza antica e alla fatica con cui hanno saputo custodire e tramandare, nel solco della storia, tra le guerre, i valori morali sempre presenti nel segreto delle loro radici.
Le ricordo a volte come favole, senza riferimenti certi a persone e cose, ma spero che sarà piacevole per voi leggerle come lo è stato, per me, scriverle.

Dal libro


Ricordo sempre, nei momenti difficili d’incertezza, d’angoscia, di solitudine che la vita porta con sé, la calda e sicura atmosfera che circondava le mie sere d’inverno di bambina, accanto al caminetto, affascinata dai racconti del nonno.
Storie della sua vita, di quella dei bisnonni, intrisa di ricordi dei trisavoli e io, lentamente, entravo nella favola, come a risalire un lungo fiume alla sorgente.
Stagioni lunghissime, nevicate paurose, venti impetuosi, il garbino, calori estivi che spaccavano porte, belle giornate fresche e serene, verdeggianti e indimenticabili primavere di quando c’erano somari e cavalli, chiamati vetture, in gergo, per il trasporto di persone e cose, e un viaggio era una bella avventura, dopo essere stato un dolce sogno, si susseguivano.
Non c’era la luce elettrica allora e s’andava avanti a candele e lumi a petrolio. Fioche luci illuminavano appena le piccole strade di paese materializzando ombre minacciose, ma se la luna piena era alta nel cielo, ti rapiva come una magia.
Profumo d’erba fresca e di trifoglio nelle sere di aprile, quando tutto il colle ne era pervaso e, nel pieno rigoglio della natura, insetti e rane scovati nello stagno ombroso, farfalle rincorse, spedizioni a caccia di erbe nel bosco misterioso, con le sue ombre dorate e il sottobosco, con i muschi vellutati e i funghetti d’avorio.
Lunghe sere di silenziosi inverni, il tempo trascorso a meditare guardando l’incanto della fiamma di un focolare.
Se poi, su quel fuoco, c’era una padella con un po’ d’olio, d’aglio, di peperoncino e un buon bicchiere di frizzante vino, la serata era una festa.
C’era anche un cane a fare compagnia, un caro bestione, dolcissimo ma poco rassicurante per chi volesse entrare in casa senza il suo permesso.
Ricordo mitiche storie di briganti, di pastori, di emigranti. Vennero le guerre, la patria straziata, scontri duri tra scoppi di bombe su montagne nevose, scarsità di cibo, affetti scomparsi, paesi spopolati e distrutti.
Poi il nonno s’intristiva e diceva:
– È ora di andare a dormire.

Zia Ubaldina

Non ho mai capito bene quale fosse il vincolo di parentela che la legava alla famiglia, ma sicuramente, sul campo degli affetti, "zia" Ubaldina aveva saputo guadagnarsi ampiamente il titolo.
Era lei la protagonista, sempre ricordata da tutti con particolare amore, una maestra elementare che insegnò nella prima metà del secolo scorso.
Prima d’essere destinata a una sede cittadina, svolse il suo lavoro in villaggi e paesi sparsi sui monti del Gran Sasso.
Gli inverni duri, trascorsi su quelle impervie gole, non la sgomentarono mai perché il suo spirito alacre, il suo coraggio semplice e la sua dirittura morale, permeati tutti da una fede profonda, l’avevano sempre confortata nella sua missione.
Delle monotonie invernali, diceva, si ripagava a primavera, godendo pienamente la bellezza e la poesia della stagione.
In montagna vi sono ruscelli che sembrano di cristallo, abeti che inquadrano paesaggi stupendi e c’è, soprattutto, l’odore delle preziose erbe sottili che dona all’aria il sapore della menta.
Robusta e sana, abituata nei verdi anni a cavalcare, per spostarsi da un luogo all’altro, su muli estrosi e giumente pazienti in mancanza di auto e strade, aveva due rose sul volto che la lasciarono solo quando, ottuagenaria e semicieca, dovette rassegnarsi alla forzata inoperosità.
I suoi occhi, che negli anni della giovinezza e della maturità avevano lavorato anche di notte, dopo la giornaliera fatica scolastica, intorno a pregiate reti di filo e a merletti a tombolo, si erano velati di una costante nebbia che le consentiva di percepire soltanto una parvenza di luce. Per tale sopravvenuta sventura, anche le sue mani erano costrette ad abbracciarsi tra loro nell’ozio durevole, come per confortarsi a vicenda o per pregare.
Negli ultimi tempi della sua esistenza, zia Ubaldina viveva di ricordi. Nel vortice delle immagini affioravano volti di bambini, suoi scolari dei tempi andati.
Piccoli montanari timidi, ragazzi di città vivaci.
Non sapeva dire, zia Ubaldina, chi di loro aveva amato di più: se la sincerità dolcissima dei primi o l’estrosità irrequieta degli altri.
Ricordava, inoltre, le innumerevoli feste nuziali cui aveva dovuto partecipare, invitata sempre con rispettosa premura dalle famiglie conosciute, per organizzare e dirigere la confezione casalinga dei rituali dolci, dei quali solo lei conosceva le elaborate ricette.
Non esistevano pasticcerie, allora, nei centri minori della provincia ed erano pochi coloro che s’intendevano d’arte dolciaria per le cerimonie di un certo rilievo.
Capolavori di torte e creme uscivano da quelle mani ai quali la fragranza degli elementi, freschi e naturali, la finezza e la delicatezza degli impasti, le essenze dosate alla perfezione, regalavano sapori soavissimi, leggeri, davvero capaci di dissolvere ai commensali, al termine di un pranzo robusto, ogni pesantezza sgradita.
Quante le lacrime di zia Ubaldina nel giorno in cui, costretta dai limiti d’età, dovette rinunciare alla scuola!
Ci fu gran festa nella sua casa e molte persone amiche, vecchi scolari e genitori di alunni convennero alla cerimonia del conferimento della medaglia d’oro al merito d’insegnamento.
Lei pianse tanto perché, diceva, era quella festa un addio alla vita.
Rimasta vedova giovane e senza figli, ricordò sempre quelle lezioni tenute nel corso delle vicende belliche, tra un bombardamento e l’altro, in un’atmosfera carica di trepidazione.
Soprattutto, ricordò una sua piccola alunna, un fiore reciso da un’esplosione, quando la poesia della vita apriva i petali alla primavera dell’infanzia.
Desiderò vivere sola nella sua casa, autogovernandosi.
Le piaceva ancora sentirsi padrona di quel villino che aveva fatto costruire con i frutti del suo lavoro e della sua parsimonia.
L’orto e il giardino s’erano infittiti di piante e di fiori e, in un canto, seminascosto, c’era anche un pollaio.
Ogni sera, al tramonto, zia Ubaldina andava a raccogliervi le uova che le sue brave galline avevano deposto. Bianchissime, le teneva in mano come se reggesse delle cose preziose e rare.
Pochi anni trascorsero così. Poi giunse, implacabile, la cecità e, di conseguenza, la forzata immobilità.
Ogni domenica si faceva accompagnare alla messa. Fu proprio in chiesa che, un giorno, morì, colta da improvviso malore.
Fu questo un privilegio serbatole dalla sorte? Morire in chiesa è come morire nelle braccia del Signore.
I suoi cari la piansero tanto. E anch’io…
Perché zia Ubaldina era una creatura speciale.
Dotata di talento, di comunicativa, di vera generosità, fu costante esempio di elevate virtù praticate in una mirabile realtà quotidiana fatta di sacrificio, di lavoro, di preghiera e di buon umore.

Il Profilo di Daniela Quieti nella Galleria degli Autori.

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