domenica, Agosto 9, 2020
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Avenida Libertador di Cristina Amato

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Avenida Libertador di Cristina Amato

Avenida Libertador di Cristina Amato, il dramma dei desaparecidos nel nuovo romanzo della scrittrice catanese

Avenida Libertador di Cristina Amato, storia di persone e di luoghi nella Buenos Aires della dittatura militare

Avenida Libertador di Cristina Amato narra di persone scomparse, di chi le ha cercate e di chi non ha mai smesso di farlo. Buenos Aires, 1978. Durante la dittatura militare, la città e la nazione intera sono in fermento per i mondiali di calcio. Ma all’ombra della festa si consuma il dramma dei desaparecidos, una realtà invisibile fatta di esistenze e identità negate, nella quale molti cercano un punto di luce tra fuga e verità. L’autrice ricostruisce informazioni ed eventi documentati, dando vita a una storia di persone e di luoghi carichi di valore testimoniale.

«L’uomo con il giubbotto di pelle pensò a quel viso di ragazza sconosciuto, aprendo tutti i cassetti della memoria senza risultato. Quindi pagò il caffè, diede un’occhiata veloce ai titoli del Clarín e uscì sbattendo la porta, facendo tremare il chiama angeli. Poi, con calma, salì su una Ford Falcon parcheggiata a pochi metri. Tamar e Magda videro l’auto allontanarsi, e alla sorella di Lucas venne un nodo in gola. Quell’auto era simile a quella che, due notti prima, aveva visto allontanarsi dalla finestrella della soffitta, ma non disse nulla a Tamar, non aveva senso allarmare l’amica per una stupida sensazione. Pagarono, salutarono Esteban e si diressero verso il commissariato di Buenos Aires per cercare notizie di Lucas Tizak, un nome, un cognome e un volto che loro non volevano dimenticare».
Con una appendice critica di Cecilia Serra.

Anteprima dell’opera Avenida Libertador di Cristina Amato

Dal primo capitolo

La telefonata

Tamar udiva solo il rumore dei suoi passi, e la distanza che la separava da casa, di giorno in giorno, pareva sempre maggiore. L’autobus la lasciava all’angolo di Paraná, pochi isolati da calle José María Paz, dove abitava; ma quella via, così come i residenti, erano molto mutati. La sera il quartiere era ravvivato appena da timidi fasci di luce che filtravano da qualche finestra.
Cortili e giardini un tempo festosi, si erano trasformati in silenziose discariche di sogni svaniti. I bambini avevano smesso d’affollare le vie giocando a calcio, i giovani avevano una strana paura di dire il proprio nome, e dietro i vetri madri e padri languivano in un’estenuante attesa.
L’orologio segnava le diciotto e trenta, e le giornate si accorciavano sempre più. Tamar chiuse la porta dietro di sé tirando un sospiro di sollievo, il rumore della tivù le parve rassicurante, uno sprazzo di normalità nonostante i palinsesti.
Salutò in fretta il padre, Augusto, seduto in poltrona a guardare il notiziario e raggiunse la madre nell’atelier sul retro della casa. Entrarvi significava scoprire l’anima di Eva: ogni cosa, in quel luogo, raccontava una storia. La carta da parati damascata presa nel Sessantotto in un viaggio a Parigi, dopo la visita a una mostra sull’arte rinascimentale, e tutte le storie che aveva portato con sé. Anzitutto quella con un giovane scrittore catalano, alloggiato nel sottotetto dell’appartamento di Marguerite Duras: si chiamava Enrique e da subito era scattata una grande simpatia tra lui ed Eva. Dopo la mostra, avevano continuato a conversare in un piccolo bistrot sulla rue Gay Lussac. Il bar era una striscia orizzontale che si estendeva per alcuni metri: da un lato, il lungo bancone accoglieva per lo più avventori solitari, dall’altro una fila di tavolini tondi e neri, ben ordinati, erano il rifugio di coppie di amanti e amici. Il locale era piccolo, ma arredato con gran gusto: sedie nere e grigie di velluto damascato come le pareti, e a decorare quest’ultime alcuni specchi posti sopra i tavoli, che secondo Enrique servivano agli ospiti per ricordare chi fossero prima d’alzare il gomito una volta di troppo. Eva era rimasta colpita dalla conversazione con Enrique. I suoi sogni la riportavano al passato: non che fosse anziana, ma aveva quindici anni più di lui, con un marito e una figlia tredicenne. Assaporò l’entusiasmo del giovane con sincera vicinanza: Enrique era un ragazzo interessante, creativo, e per mantenersi inventava interviste che poi vendeva ai giornali. Scriveva bene e i suoi pezzi avevano successo; il suo sogno però era diventare uno scrittore di razza, lo voleva da quando aveva visto Mastroianni nel film «La notte» di Antonioni.
«Voglio diventare uno scrittore come lui, che ha sposato Jean Moreau» aveva detto a Eva, quasi le stesse facendo la più intima delle confidenze. In quel bistrot trascorsero il pomeriggio a parlare di sogni, arte e letteratura. Enrique era un appassionato di Hemingway, scappato a Parigi dalla Barcellona Franchista, anche se proprio in quei giorni la città francese era il centro delle lotte studentesche. Lei l’ascoltava affascinata, mentre lui discuteva sull’impossibilità di descrivere la realtà e sulla volontà di creare una letteratura “portatile”. Si lasciò trasportare dalle sue parole fissando i disegni sulle pareti, e in quella circostanza così calda e familiare trovò ispirazione per i suoi quadri.
Verso sera, i due si erano congedati promettendo di scriversi ogni tanto. Enrique aveva mantenuto la promessa per qualche tempo. Nell’ultima lettera inviata all’amica condivideva l’emozione, a suo dire elettrizzante, del primo romanzo. La lettera si chiudeva con una postilla in cui Enrique spiegava d’essere riuscito a diventare come il Mastroianni del film, ma senza Jean Moreau. La vita è veramente crudele, mia cara, concludeva, e le ultime parole avevano strappato un sorriso ad Eva.
Da quell’ultima traccia, trovò sue notizie giusto sugli scaffali delle librerie.
Tornata a Buenos Aires, aveva convinto Augusto a contattare una ditta per ristrutturare l’atelier. «Questa stanza è l’opera, è la mia anima» aveva detto, mentre l’operaio con pazienza attaccava la carta scelta, attento a non impastare gli angoli con le sbavature della colla. A fine lavori, le pareti damascate abbracciavano tutto l’ambiente, facevano da sfondo a pile di tele posate a terra, che ogni tanto Eva si riprometteva di appendere.
Al centro della parete, uno specchio in stile spagnolo appartenente a sua madre le serviva come lavagna dove, a volte, appuntava pensieri; li affidava a quella superficie senza mai cancellarli e spesso mentre dipingeva li rileggeva, e ricordava perché aveva iniziato a fissare i momenti su tela.
Sul tavolo in legno massiccio vi erano disposti gli attrezzi del mestiere: pennelli dentro barattoli a pois, schizzi, ritagli, matite di diverse gradazioni, pastelli a cera, acquerellati e colori a olio. All’angolo della stanza c’era una grande finestra, sul cui bordo erano adagiate pile di libri, per lo più d’arte, e qualche romanzo; su una sedia a dondolo in faggio ambrata degli anni Venti, Eva si abbandonava al ristoro dei ricordi fra un’opera e l’altra. Sotto la parete a nord, il treppiede, primo regalo del suo amato Augusto.
Tra ballerine, paesaggi e sagome che popolavano la sua fantasia, da qualche tempo Eva dipingeva figure velate di uomini e donne spariti senza lasciare traccia. Aveva preso a raccogliere locandine con volti di persone sconosciute, attaccate da genitori o parenti disperati sugli alberi, nei bus: volti e silhouette di estranei che chiedevano attenzione, inconsapevoli della loro fuga dal quotidiano. Guardava per ore i visi per poi dipingerne i tratti, o ciò che di essi rimaneva una volta varcata la soglia dell’immaginazione.
«Ciao mamma!» disse con voce squillante Tamar, interrompendo il silenzio creativo della madre. «Che fai di bello?».
La donna posò il pennello pulendosi sul camice da lavoro le mani macchiate di acrilico.
«È stata una lunga giornata, vieni qui» disse, avvicinandosi a lei e abbracciandola. Tamar ne fu sorpresa: Eva non era molto espansiva, raramente manifestava il suo affetto, e la ragazza era scossa dalle notizie della mattina. In facoltà, aveva scoperto che due compagni mancavano all’appello e non si presentavano a lezione da giorni; cominciò a serpeggiare la voce che fossero stati sequestrati.
«È successo qualcosa?» domandò alla madre.
«Per via dell’abbraccio?» intuì la donna. «No… ne avevo voglia, tutto qui. Poco fa ha chiamato Magdalena» aggiunse, spostando una ciocca di capelli. «Sembrava nervosa… mi ha chiesto di dirti di telefonarle appena puoi. Io intanto vado a preparare la cena».
Magda era l’amicizia più profonda, nonché sorella di Lucas, il suo ragazzo. Nessuno dei due si era presentato in università, ma Tamar sapeva che prima di ogni esame l’amica si rintanava e Lucas, il giovedì, non aveva lezione. Ma quello era un periodo di fibrillazioni: una telefonata poteva essere preludio d’una tragedia, e un’assenza qualunque destare grande inquietudine.
Con la cornetta stretta tra le dita Tamar compose il numero, e in attesa della linea disse tra sé che forse la madre aveva esagerato, confondendo l’agitazione di Magda per l’esame di Italiano con qualcosa d’altro.
Uno, due, tre squilli. Magdalena alla fine rispose e la sua voce era rotta dal pianto. Riuscì solo a ripetere, come in una litania priva di senso: «Lucas… Lucas…» finché l’amica tentò di scuoterla.
«Che è successo a Lucas?».
«L’hanno preso. Sono entrati in casa, ti rendi conto? Dentro casa!» disse, biascicando poi qualcosa di incomprensibile.

***

Avenida Libertador
di Cristina Amato
Copertina flessibile: 128 pagine
Editore: Divergenze (15 giugno 2020)

Cristina Amato

Cristina Amato nasce a Catania il 21 Agosto del 1980.
Figlia di un funzionario dell’ambasciata italiana, dall’età di 4 anni è in viaggio con la fami-glia soggiornando, anche diversi anni, nei luoghi dove il padre viene trasferito. Sarà così che Cristina vive l’intero arco della giovinezza toccando diverse culture, dall’Australia all’Argentina fino in Svizzera, sviluppando una personalità profonda ed eclettica che la porta ad appassionarsi in modo particolare alla lettura e alla scrittura.
Nel 1995 rientra in Sicilia dove frequenta Il liceo linguistico Sant’Orsola, dopo il diploma si traferisce in Svizzera dove frequenta l’università di Neuchâtel nella quale, nel 2006, con-segue la laurea in Lettere e Scienze Umane con una tesi in lingua spagnola sullo scritto-re Enrique Vila-Matas dal titolo «Patologías literarias en la biblioteca infinita de Enrique Vila-Matas».
Nel 2013, dopo essere rientrata a Catania, pubblica il suo primo romanzo «Ogni tanto mi tolgo gli occhiali» (Inkwell edizioni, 2013), romanzo molto fortunato che le permette di conquistare la vetta dei best-seller di Amazon per ben 26 ore.)
Nel 2014 pubblica anche la raccolta «Fogli Sparsi» (Inkwell edizioni, 2014) dall’omonima pagina Facebook.
Nel 2016 la 13lab editore ripubblica nuovamente «Ogni tanto mi tolgo gli occhiali» pre-sentato al Teatrino delle Beffe di Palermo a marzo dello stesso anno. Nel 2017 vola a Ginevra in occasione del Festival International d’Italie di Carouge.
Avenida Libertador (Divergenze 2020) è il suo secondo romanzo ed è per l’autrice «un sogno fatto di carta e di vita.»
Scrive di sé l’autrice: – «Tempo e memoria sono spesso due cammini paralleli che difficilmente si incontrano. La scrittura serve proprio a questo, è l’incrocio tra l’attimo e la vita che scorre, è il viatico che li unisce nonostante tutto.» Ecco perché scrivo. –

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14 Commenti

  1. Scrivere del vero e attuale non è facile e non per tutti. Non conoscevo questa tematica e ritengo interessante che l’autrice abbia voluto trattarla. Dall’anteprima che ho visto tutto sembra essere curato nei minimi dettagli a partire dalla copertina del libro che è essenziale e in linea con il contenuto.

  2. Anteprima coinvolgente al massimo. Non ho mai approfondito il dramma dei desaparecidos in Argentina. È un libro che leggerei molto volentieri

  3. Un’anteprima ricca di dettagli, descrizioni ed emozioni. Poche righe ma già coinvolgenti: sembra di essere lì ad osservare la scena nei minimi particolari ed a sentire le sensazioni ed emozioni dei personaggi.
    Sarei felice di proseguire il racconto ed approfondire un tema di cui, in verità so molto poco.

  4. Un periodo oscuro che non dovrà essere dimenticato. Trovo coinvolgente la trama già dall'”assaggio” che ci è concesso. Un libro che leggerei volentieri!

  5. Una storia dolorosa quella dei desaparecidos argentini, una parentesi di buio dove il buio divora vite, distrugge i valori della libertà, lascia nei superstiti e in chi ha perso una persona cara, l’incredulità della cattiveria. Solo il ricordo che si intreccia al non dimenticare porta alla salvezza dei valori. Un libro da leggere. Complimenti vivissimi all’autrice che avvolge il lettore già in queste prime pagine in una storia che vive la notte con una paura vestita di ombre.

  6. Avenida Libertador non appare solamente un opera coinvolgente, ma anche un libro che tratta gli orrori subiti da un intera generazione in Argentina.
    L’autrice già con queste poche righe ci aiuta a riflettere sull’importanza della libertà e su come la tirannia agisca, all’ombra delle legge, disprezzando i diritti e la dignità dell’uomo.
    La scrittrice racconta la verità su qualcosa di incomprensibile relativamente alla crudeltà e alla violenza di quegli anni.
    Trama, ambiente, personaggi e dialoghi sembrano strutturati alla perfezione.
    Il testo oltre ad essere coinvolgente appare espressivo, permettendo così al lettore di recepire i sentimenti e gli stati d’animo della scrittrice.
    Libro che sicuramente leggerò più volte.
    Complimenti !

  7. Interessante sin dal titolo, Avenida Libertador, è la testimonianza di una storia esistita, ma quasi dimenticata.
    Quello dei desaparecidos è un tema molto particolare e mi affascina moltissimo come la scrittrice Cristina Amato lo tratta.
    Un racconto ricco di dettagli da far venire la pelle d’oca sin dalle prime righe.
    Lo comprerò sicuramente.

  8. Una copertina che ricorda i colori della bandiera dell’Argentina, minimale, senza fronzoli, solo due frecce in cerchio che ruotano… magari a simboleggiare la ricerca delle persone scompare da parte dei propri cari…?
    Una parentesi buia della storia, un dramma che ha colpito tantissime persone nell’Argentina di quegli anni, persone letteralmente svanite, arrestati o meglio rapiti per motivi politici o semplicemente per sospetti.
    L’anteprima del libro mette in evidenza un racconto carico di dettagli, gli oggetti ricoprono un ruolo importante nella narrazione, una porta chiusa alle spalle a simboleggiare la sicurezza, giardini vuoti paragonati a discariche di sogni…
    Un opera che come di evince da quanto scritto ” L’autrice ricostruisce informazioni ed eventi documentati, dando vita a una storia di persone e di luoghi carichi di valore testimoniale.”
    Sarei felice di poter continuare le lettura del libro.
    Intanto complimenti all’Autrice per aver “dato voce” a questi avvenimenti bui della storia.
    Cordiali saluti.

  9. Un libro che mi da già da ora, la sensazione di terre lontane, di atmosfere ricercate. Intrigante già dall’incipit.

  10. Ben scritto mi piace è appassionante mi incuriosisce e sembra molto molto interessante chissà come sarà la fine io mi sono già fatta un’idea sarà quella giusta? Mi piacerebbe scoprirlo!

  11. Il libro Avenida Libertador è davvero ben scritto, sin da subito senti un legame con i personaggi presentati. Mi piacerebbe continuare la lettura.
    Complimenti alla scrittrice.

  12. Titolo che desta grande curiosità e argomento che mi appassiona moltissimo. L’incipit sembra, peraltro, promettere molto bene, cifra letteraria che pare di ottimo livello e un incedere avvincente. Lo comprerò di certo.

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