LA RECENSIONE di Nicla Morletti

Breve cronaca di un imperfetto
Un romanzo giallo scritto bene, con talento e zelo. Ottimi i dialoghi e
le ambientazioni.
Il susseguirsi degli eventi. Emerge, forte, la
psicologia dei personaggi ben descritti, ben caratterizzati. Ben
definiti. Il candore di Mara, l’opportunismo di Giovanna e la figura
centrale di Viola che ama la zia più della madre e che un giorno le
dice: “Mia madre sei tu, zia Mara, non lei.”
Un
suicidio che ha la parvenza di un omicidio spezza la possibile nascita
di un amore e sconvolge improvvisamente il rapporto già difficile tra
madre e figlia.
Tra personaggi, vicende, violenze e un evento
paranormale, si susseguono pagine dense di messaggi il cui significato
ha le radici nella verità del cuore, con un sordo dolore che ha il
volto di Sean. Del giallo della vita.

BREVE CRONACA DI UN IMPERFETTO
di Lorenza Caravelli

Lampi di Stampa
collana Narrativa e poesia
2008, 196 p.
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«Così, da questa miracolosa combinazione di bisogni inespressi,
dall’opportunismo di Giovanna e dal candore di Mara, era nata l’unica
cosa buona e forte di quell’amicizia, il rapporto profondo, sano e
affettivo che aveva salvato Viola dal marchio dell’invidia materna. Le
diversissime vite di madre e figlia procedevano su binari lontani, che
ogni tanto si incrociavano in una telefonata convenzionale senza dolori
e senza gioie; ma, attraverso circuiti pericolosi di corrente scoperta,
un giorno, nella vita di entrambe, era entrato Sean».

«La
compostezza del corpo non suggeriva una rissa. Guardando meglio,
Tommasi si accorse che il sangue secco aveva lasciato gli abiti
perfettamente puliti, ad esclusione della sciarpa e del colletto della
camicia sul quale era sgocciolato dal taglio sulla guancia, e si era
raccolto di fianco alla metà inferiore del corpo, coprendo le mani e
scorrendo sopra e sotto di esse. Un paio di mocassini sfoderati era di
poco più in là. Come se fosse stato scalciato, intuì improvvisamente il
maresciallo. Guardò i piedi, e li vide coperti di sangue.
“Beretta,
questo è un suicidio! – disse, mentre già nel suo cervello si formava
l’ipotesi di come potessero essere andati i fatti – Portiamolo via”.
Beretta
autorizzò i lettighieri dell’ambulanza a sollevare il corpo. Mentre
controllava le operazioni di fianco al suo capo, insieme, nell’identico
momento, videro la stessa cosa e trattennero il fiato: al posto del
cadavere, in mezzo al suo profilo tracciato dal gesso chiaro, era
rimasta una busta bianca, chiusa».
Un suicidio che sembra un
omicidio tronca sul nascere la genesi di un amore ed entra di
prepotenza a sconvolgere le già difficili dinamiche familiari fra una
madre e una figlia; un evento paranormale costringe a una lettura
diversa della vita e della morte e suggerisce ipotesi alternative al
modo comune di vivere il dolore. Quattro i personaggi principali e,
sullo sfondo, una quinta, inquietante e oscura figura, protagonista
indifferente di un reiterato gioco al massacro che colpisce alla cieca,
che ammazza.
Lorenza Caravelli trasporta in questo breve romanzo
giallo il clima indistinto delle violenze che passano inosservate e la
drammatica gravità delle loro conseguenze. Ma la storia è sollevata da
un riscatto finale possibile, che riabilita e rialza i personaggi verso
svolte personali di vita, in una lettura dei fatti che rovescia del
tutto le naturali reazioni di fronte al male.

Dal Capitolo I

Pietro si ascoltò ridere. Una bella risata piena, di
gola, sonora, ricca di un gusto che non si ricordava. Il bambino che
aveva davanti, seduto di fronte a lui in metropolitana, si era alzato
improvvisamente, aveva appoggiato il dito sulla punta del suo naso,
obiettivamente imponente, e aveva esclamato, rivolto a sua madre: «Che
naso!».
La donna era violentemente arrossita, aveva afferrato il
bambino per mano, si era girata verso di lui con un rapido «mi scusi»
ed era scesa precipitosamente alla prima fermata. Ma quella risata
aveva contagiato il vagone, erano cambiate le fisionomie dei passeggeri
e molti, quando anche lui scese dal treno, salutarono Pietro con una
cordialità sfumata di allegria.
«Che buffo episodio» pensò mentre
continuava a ridacchiare fra sé e sé, sempre più divertito
dall’inesorabile sincerità dei bambini.
Era nel complesso un
bell’uomo, con un tratto elegante e due occhi buoni, due mani grandi e
ruvide e un sorriso pronto ad accendersi grazie a uno spiccatissimo
senso dell’umorismo. Si era ormai abituato alla sua vita di corse e di
fretta, di poco sonno, di sveglie all’alba, a quel dinamismo un po’
contratto cui non faceva più caso.
Correva tutto il giorno, schiavo
di un lavoro che un tempo aveva amato ma che adesso quasi detestava,
incapace di strappare i lacci che inesorabilmente l’avevano imbrigliato
in una convulsione perenne di pensieri alla quale ben raramente
concedeva riposo. Un uomo solo.
Il suo umorismo dava un po’ di fiato
a una naturale tendenza alla malinconia, a un suo personale
struggimento interiore. In quei momenti, sempre più frequenti col
passare degli anni, Pietro metteva un particolarissimo silenziatore a
se stesso e diventava inaccessibile, quasi si appoggiasse su di lui
un’altra persona, assente, distante, indifferente, una porta chiusa.
Come
per la maggior parte degli uomini, un’errata concezione dell’orgoglio
gli impediva un’esistenza più semplice e più serena, una conduzione più
attenta dei suoi affetti, una visione della vita più obiettiva. E così
trascinava i suoi perché senza risposta, inevasi da così tanto tempo da
essere diventati, ormai, soltanto l’ombra di quell’intensità profonda
che li aveva suscitati. Era un uomo fuori dal comune che si costringeva
a diventare comune: e la sua passione, la sua sensibilità, la sua
natura, ne soffrivano.
La sua congenita disponibilità gli era
costata, e tuttora gli costava, inevitabili delusioni che avevano
lentamente arrugginito la sua allegria, trasformandola in una umoralità
spesso sconcertante anche agli occhi di chi lo conosceva bene.
Probabilmente sconcertava anche lui, forse gli dispiaceva, ma non
voleva in nessun modo farci caso, né tantomeno pensarci.
Viveva
così, travolto da mille abitudini mentali che erroneamente percepiva
vincolanti, senza pause, senza fiato, senza respiro, condannandosi da
solo a un ergastolo interiore dentro una cella senza sbarre, nel
complesso inconsapevolmente infelice. Le sue introspezioni erano
discontinue, le sue conclusioni anche, e, macroscopico, su tutto
dominava un ostinato arroccamento sopra i suoi controsensi. Un
paradosso vivente nel quale si mescolavano amabilità e rifiuto,
lucidità e improvvisi appannamenti, chiarori e ombre, che lentamente lo
stavano trasformando.
Quella mattina non era diversa dalle altre.
Quasi subito immemore di quello sprazzo di buonumore vissuto in
metropolitana, Pietro entrò in ufficio nuovamente assorto nel suo
gomitolo di pensieri.
In quel momento, suonò il telefono.
«Ritrovato un cadavere sfigurato nel campo di fronte all’Ospedale Militare. Vai tu, Tommasi. I ragazzi sono già là».
La
solita voce uniforme del suo capo gli trasmise una grande stanchezza.
Che razza di lavoro era quello in cui la notizia di un cadavere non
permetteva nemmeno un cambiamento nel tono di una voce?
Pietro non
sapeva imparare a spegnere la sua pietà. Forse era questa la ragione
per cui godeva di un inespresso rispetto da parte dei suoi colleghi, e
per la quale era un poliziotto diverso dagli altri. Sospirando, prese
le chiavi della macchina e uscì in fretta.

Lorenza Caravelli, è nata il 12
luglio 1954 a Milano, dove vive. A vent’anni ha preso il diploma di
infermiera volontaria della Croce Rossa Italiana. Laureata in lettere
moderne, insegna italiano, latino e storia. Con Lampi di Stampa ha già
pubblicato Anima nuda, scritto insieme a Cesare Santi, una riflessione congiunta sulla loro indimenticabile esperienza a Calcutta.

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