venerdì, Luglio 10, 2020
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Bucce d’acino. L’amore declinato di Annalisa Fracasso

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LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Bucce d'acino. L'amore declinato
Libreria di Manuale di MariRacconti
che avvincono e seducono nel dipanarsi di storie che hanno il sapore di
altri tempi, di un mondo che non c’ è più, ma che in queste pagine,
attraverso le vicende dei protagonisti, torna di nuovo a vivere nella
mente di tutti noi.
L’autrice, con disinvoltura e scioltezza, in uno
stile limpido e soave, ci riporta a sogni d’amore, a ricordi offuscati
dal tempo. E ci troviamo a leggere con piacere e curiosità, del
"Segreto del postino", del "Cappellino ruffiano", della "Rosa bianca",
di "Momenti difficili" e "Sogni infranti". E poi ci sono "Cuori
ribelli", "I vincoli del destino", "Il fantasma di Tornabuoni".
"Leggere
queste pagine è come tenere tra le mani una stola d’altri tempi",
scrive Silvano Bressanin nella prefazione. Una stola che ha il candore
di una rosa bianca.

BUCCE D’ACINO. L’AMORE DECLINATO
di Annalisa Fracasso
Editore Cinquemarzo – Collana Erato
2008, pag. 204
Per ordinare il libro clicca qui


"…e se Mario, non avesse mai condiviso, fino in fondo quello stesso
sentimento che invece aveva stregato lei per una vita? Sinceramente ora
non le importava più nemmeno di questo. La sua personalissima filosofia
oltrepassò la questione e la risolse con questa semplice teoria, che le
fu molto utile per acquietare il suo animo bistrattato dagli eventi:
l’amore, esattamente come qualsiasi essere vivente, nasce, vive e muore
secondo un piano imperscrutabile."

Prefazione di Silvano Bressanin

Leggere
queste vicende è come tenere tra le mani una stola d’altri tempi:
artigianale, talvolta ‘spinosa’, indubbiamente autentica.
Annalisa
Fracasso ha confezionato le sue storie, ha tessuto la trama di un mondo
che non c’è più, ma che attraverso le vicende dei suoi protagonisti
possiamo ancora vedere, o meglio, immaginare.
Storie di autentica
ricchezza umana, amori, tragedie intrise da rapporti familiari,
interpersonali. Ogni filo dell’ordito può essere preso o sciolto,
cucito e intrecciato nuovamente dal lettore che si addentri in questo
villaggio-racconto. Ogni pagina avvince.
" ….il postino che nel
’17 girava con la sua bicicletta cigolante era una specie di angelo
della morte; se si muoveva dal suo piccolissimo e sempre lindo ufficio
postale e veniva a suonare alla porta, era quasi sempre e solo per dare
un dispaccio che nessuno avrebbe voluto ricevere. ….quel pomeriggio
Guido era quasi allegro, anzi stava fischiettando un ‘aria di Verdi,
All’improvviso
però sentì qualcosa che lo disturbava e che si intrometteva tra le sue
belle note: sembrava… il cigolio di una bicicletta. Guido, che non
era uomo di fede, alzò gli occhi al deh: "No, mio Dio, non è possibile,
non qui, non da me, ti prego!"
La realtà, spesso crudele, viene
descritta dall’Autrice con levità, senza calcare mai la mano e senza
ombra di retorica. La sua scrittura è tersa ed agile ed il libro si
legge "tutto d’un fiato". Anzi no! Spesso, infatti, ci si deve
interrompere per meditare o per asciugare qualche lacrima.

Dalle prime pagine


Il segreto del postino

Le
bucce violacee, schiacciate e umide, cadevano a terra con un ritmo
lento e regolare, ammucchiandosi in mezzo alla polvere e alle foglie di
un autunno che quell’anno, il 1921, era stato secco e caldo più del
solito. Se qualcuno fosse stato incuriosito da questo strano episodio,
gli sarebbe stato facile alzare di poco il capo e scorgere il motivo dì
quell’insolita pioggia. Su, in cima alla vecchia scala di legno dai
pioli malfermi, che se ne stava appoggiata al granaio, s’intravedevano
le suole scure di due babbuccine grigie e basse di feltro, che
accompagnavano il cadere delle bucce degli acini d’uva con un moto
altrettanto regolare. Erano un paio di minuscoli piedi di ragazza, che
seguivano l’andirivieni delle gambe, magre e pallide, incapaci di stare
ferme. Al limite del ginocchio, una gonnellina color indaco, a
fiorellini neri, sobbalzava anch’essa assecondando lo stesso ritmo. Era
Nina, che, quando aveva voglia di starsene da sola, se ne andava nel
granaio a cercare di far ordine tra i suoi pensieri e, mentre pensava,
di solito mangiucchiava qualcosa, fossero anche solo le unghie o le
pellicine delle sue lunghe dita. Quel pomeriggio piluccava pigramente
un grappolo d’ uva nera. In verità, "Nina" era solo il suo soprannome,
che a lei non piaceva nemmeno tanto. Il suo vero nome era Giovanna, ed
era la seconda figlia di una famiglia, i De Carolis, che, al contrario
di tanti, all’epoca, avevano deciso di mettere al mondo pochi figli,
"Come i nobili", dicevano di loro le solite malelingue. In realtà non
erano né ricchi, né, tanto meno, nobili, anche se tutti, in quella
famiglia, erano pervasi da un certo orgoglio, quasi fossero sicuri di
possedere un qualcosa che li distingueva dagli altri.
Il papa di
Giovanna, Guido, sapeva costruire carretti, calessi e anche botti,
sgabelli o altri articoli di piccola falegnameria. Ma la guerra era
finita da poco e le ordinazioni purtroppo non erano poi così numerose.
Tutti tiravano la cinghia e bisognava adattarsi a fare quello che
veniva richiesto, anche se meno costoso ed impegnativo di quanto egli
avrebbe voluto e potuto fare ben volentieri. Anna, la mamma di Nina, da
ragazza era stata a servizio dalla Contessina, proprio quella che
abitava nella bellissima villa dalla parte opposta del paese. Era stato
forse in quella casa che Anna, invece di guardare tutto e tutti con
sospetto e con invidia, come fanno di solito le persone dei ceti
sociali più bassi, aveva imparato i modi dei nobili. Le piaceva
osservare come si comportavano, come vestivano, e questo modo di fare
l’avrebbe accompagnata sempre. E’ ovvio che i mezzi a disposizione
erano quelli che erano, ma lei aveva il prodigioso potere di
trasformare tutto, nel vestire, nel modo di tenere la casa, nel
trattare con gli altri, esattamente come se fosse stata allevata in
villa, dalla Contessina. Ma, alla faccia dei pochi che, non
conoscendola bene, la ritenevano una persona altezzosa, Anna invece non
era per niente orgogliosa. Anzi, essendo perfettamente e
realisticamente conscia di quelle che erano le sue origini, detestava
far valere una qualsivoglia presunta superiorità noi confronti degli
altri.
La giovane Nina non era certo da meno di mamma Anna per
quanto riguarda questa specie di "finezza" che sentiva dentro di sé.
Anzi, lei la sentiva anche se non aveva mai avuto a che fare con i
nobili. Era riuscita a frequentare la scuola per qualche anno in più
rispetto a quanto facevano all’epoca tutte le ragazze della sua età.
Amava leggere e scrivere, ma soprattutto le piaceva la matematica.
Quando papà Guido, di solito nei fine settimana, si sedeva al tavolino
con le sue carte, Nina lo scrutava attentamente. Sapeva che le cose
sarebbero sempre andate allo stesso modo. Con le mani forti e belle che
lei gli aveva ammirato fin da bambina, egli cominciava a raggruppare
sul tavolo le carte che tirava fuori un po’ dappertutto, dalle tasche,
dal portafoglio sdrucito di cuoio marrone e anche dal cassettino della
credenza, quello che faceva sempre fatica ad aprirsi. Questa serie di
piccoli gesti, sempre ripetuti, sempre uguali, gli davano un’apparente
sicurezza che però ben presto svaniva, quando, provando ad ordinare
quelle che cominciava a chiamare "maledette carte", Guido si trovava ad
aggrottare la fronte nell’arduo tentativo di mettere insieme costi e
ricavi. Era in quei momenti che lui, di solito così paziente e sereno,
cominciava quasi ad arrabbiarsi, dando la colpa alla scarsa luce del
piccolo lume che la moglie Anna appoggiava premurosamente accanto a
lui. Nina non aspettava altro. Prendeva allora una sedia e si metteva
di fronte a lui, dalla parte opposta del tavolo. Gli sorrideva, senza
dire niente. Sapeva che, se gli avesse chiesto di aiutarlo, lui non
avrebbe voluto. Stava solo zitta, sorrideva ed aspettava. Dopo qualche
minuto papa Guido avrebbe immancabilmente preso tutto il pacchetto
delle sue odiate carte e gliele avrebbe appoggiate di fronte. "Dai
Nina, pensaci tu, stasera sono stanco!" Era sempre la solita scusa,
quella che lei non vedeva l’ora di sentire. Poi, papa Guido si alzava.
Se era inverno andava a scaldarsi le mani accanto al fuoco, poi tirava
fuori un bicchierino dalla credenza e ci versava un po’ di grappa. Il
suo sguardo si perdeva nel bicchiere. Era infinitamente triste in quei
momenti; la sua ignoranza gli pesava e gli dava un fastidio immenso. La
moglie, che lo amava teneramente, sapeva di questi suoi momenti bui e
trovava tutte le scuse per passargli vicino e fargli una carezza
nascosta, veloce, quasi a dirgli "Ti amo lo stesso! Non prendertela!".
Lui non parlava e volgeva lo sguardo altrove, poi s’incamminava per le
scale di mattoni rossi che portava no alle camere e se ne andava a
letto con la sua tristezza. Se invece era estate o comunque c’era bel
tempo, Guido preferiva uscire. Con la scusa di passare dalla bottega
per controllare dei lavoretti che doveva finire, andava invece a
girovagare per i campi, sempre seguito, appena prendeva l’uscio, dallo
sguardo attento della moglie. Poi, magari, passava dall’osteria, e se
talvolta non tornava per una certa ora, Anna sapeva quello che doveva
fare… se lo andava a riprendere.
Nina intanto, pur intuendo
l’amarezza del padre, si affondava subito e con piacere in mezzo a
carte e numeri. Prendeva penna e calamaio e scriveva ordinatamente nomi
e cifre su dei fogli ingialliti ma puliti che teneva apposta da parte
per fare "il conto". Sapeva che quello che faceva era sempre ben fatto,
ma la sua devozione di figlia le imponeva di attendere l’approvazione
paterna; consenso che però avrebbe dovuto attendere per qualche giorno,
visto che Guido, tutte le volte che Nina metteva mano alle sue odiate
carte, doveva lasciar passare un po’ di tempo prima di tornarci su.
Nina
aveva anche un fratello, Luigi, ed una sorella, Carla. O meglio, di
Luigi, il fratello, ormai in casa era rimasto ben poco. Solo un paio di
cose. In quella che era stata la sua stanza da letto, ormai sempre buia
e fredda, al piano di sopra, c’era una cassapanca di legno scuro, con
le borchie nere, che conteneva alcuni dei suoi abiti e poi dei libri e
i vecchi quaderni di scuola. In cucina, invece, c’era una foto sbiadita
con intorno una sottile cornicina di legno color nocciola, appoggiata
sulla credenza. Accanto a quella foto mamma Anna metteva sempre dei
fiori, freschi, quando li poteva trovare nei campi, o di stoffa, fatti
da lei, in inverno..

Annalisa Fracasso
nasce a Padova nel 1959. Laureata in Lingue, nel 2005 scrive, per il
teatro,  "La Dote di Donna Eugenia" e "I Dilemmi della Villeggiatura",
ispirati ad opere goldoniane. Nel settembre 2006, con il monologo
"Ultime ore di Anna", dedicato alla figura di Anna Bolena, partecipa ai
concorsi Premio Fersen e Palcoscenico per la Storia.
Ha pubblicato nel 2007 "Tre di Me" tre racconti tra giallo, noir e rosa. "Bucce d’acino" è il suo secondo libro edito.
www.annalisafracasso.com

1 commento

  1. Queste prime righe permettono al lettore di approcciarsi con i protagonisti,di conoscere i loro caratteri e sentirli familiari.
    Titolo interessante e scrittura molto piacevole.

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