Canti d'amore e di lotta di Maria Carla Baroni

La recensione di Nicla Morletti

In questo prezioso libro di poesie, Maria Carla Baroni canta l’amore, la natura e la condizione umana con espressione viva e calda, vincolata ad uno stile proprio che, senza vuota declamazione, fa cultura nel senso pieno della parola.
Poesie che si aprono a visioni nuove, sorrette da un’acuta ed estrema sensibilità indispensabile a far vibrare le corde del sentimento. Il tutto trae ispirazione dal palpitante mondo interiore e dalle emozioni che sgorgano dall’animo, mentre “la notte si ammanta di silenzio / di fiori e spirali di stelle”.

CANTI D’AMORE E DI LOTTA
di Maria Carla Baroni
LietoColle – Collana Aretusa
2008, 94 p.
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Presentazione di Oliviero Diliberto

La nostra è una generazione che ha fatto della politica ragione di vita. Riunioni, assemblee, manifestazioni, gruppi di studio, collettivi, dibattiti appassionati, fumosi (nel senso delle sigarette e — non di rado — dei contenuti), spesso litigiosissimi. Ideologie, modelli di rivoluzioni “esemplari”, libretti di citazioni di grandi leader, massime e slogans, volantini e ciclostile, privato e politica che coincidevano.
La nostra vita era, vista con gli occhi di oggi, piena e faticosa. Ma anche bellissima. Ricca. Vitale. Carica di speranze, di aspettative. A metà degli anni ’70 milioni di piccoli grandi uomini e donne sconfiggevano in un lontano paese asiatico — e pareva impossibile — l’impero americano. Un’isola a poche centinaia di miglia marine dal medesimo impero resisteva, e ancora resiste, contro ogni logica aspettativa.
Poi, d’improvviso, sono arrivate le dure repliche della storia.
Per molti di quei giovani di allora, è accaduto quanto si afferma in un film culto di quegli anni, C’eravamo tanto amati di Ettore Scola: “volevamo cambiare il mondo, e il mondo ha cambiato noi”. Il riflusso, il privato che tornava a essere solo privato e non pubblico, la chiusura di sezioni, collettivi, dibattiti: la chiusura delle speranze.
Non tutti hanno accettato questa deriva. E continuano a battersi. Noi, tra gli altri.
Maria Carla Baroni appartiene, come chi scrive queste righe, a quanti non si sono arresi. E ci regala questo libro di poesie, intenso, che è difficile collocare.
Non pochi anni or sono, recensendo un volume di liriche di Pietro Ingrao, ebbi a notare come si avvertisse in esse l’esigenza del silenzio, della lentezza, persino il bisogno del riposo, rispetto alle ansie e alla fatica della politica militante. Echi di Luis Cernuda, la dignità dell’ozio, Variazioni sopra un tema messicano, opera cara anche a Leonardo Sciascia.
In questa raccolta, viceversa, si avverte ancora, dopo tanti anni, l’esigenza che i due livelli – la politica e la poesia, la vita e la letteratura – non vengano mai scissi, debbano coincidere, urlarsi le rispettive indispensabilità. È frutto di quella stagione di cui ho parlato in apertura, di quella nostra collettiva linea d’ombra, solcata con speranze inesauste. Maria Carla alterna, infatti, dolcissime parole sugli amori, gli affetti, gli amici e le amiche come fratelli e sorelle, con struggenti versi – anch’essi d’amore – nei confronti della passione civile: la lotta, il sindacato, gli scioperi, le manifestazioni. Muove da voci lontane di paesi e luoghi evocati nei suoi versi, per tornare nella Milano ove ella opera.
Come in una sorta di montagne russe, parla delle carezze d’amore e di echi di cortei. E, ancora una volta, la dimensione del pubblico-privato che irrompe nella poesia e se ne fa strumento espressivo.
Tramonti struggenti e indicibili stragi: la bellezza che si scontra con la tragedia del mondo: ancora una volta, conradianamente, l’amore che deve fare i conti con l’orrore, il cuore di tenebra.
Maria Carla segue questa cifra letteraria con coerenza. E pone in epigrafe alla sua raccolta una celeberrima terzina dantesca, tratta dal ventiquattresimo canto del Purgatorio. Si tratta, come noto, della definizione (autodefinizione) di Dante, nel dialogo con Bonagiunta da Lucca, della propria scuola poetica, il dolce stil novo. Un dialogo che ha appassionato per secoli migliaia di interpreti, ma nel quale pare evidente soprattutto il riferimento all’amore come molla essenziale dell’esprimersi attraverso la letteratura, la poesia, appunto.
Lirica amorosa, dunque. Ma Dante e soprattutto la Commedia non sono solo espressione lirica dell’amor cortese. L’opera rappresenta anche – e in che misura! – le passioni, la politica, gli stessi odi incrollabili che ne derivano. Ancora una volta, i due aspetti — amore e politica — che ritornano, si rincorrono l’un l’altro.
In fondo, se Paolo e Francesca, persino all’Inferno, sono ancora avvinghiati da un piacer sì forte, che ancor non m’abbandona, altrettanto può dirsi della passione politica che, anche dopo la morte, non ha certo abbandonato Farinata degli Uberti, avversario di Dante, come notissimo, la cui nerezza è manifestata sin da quell’aver l’inferno in gran dispitto.
Grande tradizione, dunque. Poesia amorosa e civile insieme. Una tradizione che attraversa tutta la storia della migliore poesia e arriva sino al ‘900, a Quasimodo e Saba, tra i tanti.
Maria Carla esprime tutto questo, con garbo, passione, grande tensione emotiva. La sua cifra poetica si fa pudica quando parla di sé, sfrontata quando grida la politica. La poesia consente tutto ciò, come – a sua volta – la musica. Accompagnano entrambe – poesia e musica – le emozioni, le assecondano o le esaltano, a seconda delle circostanze.
Una raccolta di poesie, questa, che consente al lettore una consuetudine non comune con l’autrice. Maria Carla infatti si mette a nudo. Parla di sé, ma, in fondo, parla di noi. Di questa nostra generazione appassionata e ingenua, segnata da grandi avanzate e terribili sconfitte. Una generazione che ha fatto della generosità la propria cifra esistenziale. Generosità verso gli oppressi, gli ultimi, in definitiva verso gli altri. Una generazione che, per tanti anni, elesse come propri simboli il generale Giap e Che Guevara, ma amava anche, perdutamente, la letteratura colta e raffinata, la lirica ermetica insieme alla Lunga marcia. Insomma, una generazione romantica, nel senso migliore della parola. Buona lettura a tutti.

Dalla prefazione di Alessandra Paganardi

Non si può entrare due volte nello stesso fiume: così avvertiva Eraclito, il pensatore greco del divenire. È singolare che una poetessa per la quale questo concetto filosofico è tanto importante, al punto da intitolare a esso un precedente libro, sia ritornata su una propria opera: non per riscriverla, appunto, ma per mostrarci come la scrittura stessa sia un evento in fieri, una compagna fedele che cresce con noi, pur nell’autonomia del verso e della ricerca comunicativa.
C’è molta vita in questo libro; c’è, non bisogna temere di dirlo, molta realtà. Non soltanto la realtà visibile, ma anche quella che non si vede: il mistero, la difficoltà e la bellezza delle relazioni umane, l’alone ideale che accompagna le scelte, il confronto con se stessi, il coraggio di crescere e di cambiare. Questa è l’eredità di saggezza che chiunque, ma soprattutto chi scrive, deve portare nel mondo e consegnare alle future generazioni. La realtà non è antagonista della poesia, anche se non la esaurisce: ne è la radice viva, è la linfa stessa del verso, che nasce dal ritmo concreto del canto e del respiro.

Terra e sole

Operare al sindacato
è dissodare
una terra ingrata
ma compenetrata
nella mia vita
è un continuo gettare
piccoli semi
senza sapere
se germoglieranno
o quando
le messi d’oro del cambiamento.
Amare
è vivere di sole
che inonda di calore la terra
da guizzi di luce alle cose
risalto di vita ai colori.

Notte di luna

La notte si ammanta di silenzio
di fiori e spirali di stelle.
La luna si spande nell’aria
cullando la terra
i suoi viventi
e il pulsare possente del mare.

Sera estiva a Chiaravalle

Alle porte della mia città
le grandi cascine tranquille
e i fiori e gli orti
le parole d’amore
sussurrate sul ciglio
fra il prato e la strada.
Tra i pioppi
lontano
il bel tiburio dell’Abbazia.

Tu e io

II mio amore per te
è l’acqua
che ha fatto rinverdire
e fruttare
la tua terra
compressa di semi inariditi.
Tu sei
l’illuminazione
e lo scintillio
della mia vita
le fondamenta
su cui innalzo
la cattedrale della mia speranza.

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