LA RECENSIONE di Nicla Morletti

Ciliege amare di Franco Bellini
Un romanzo coinvolgente, una storia appassionante e pur dolorosa, una trama sapientemente costruita dall’autore. Ottimi lo stile e il linguaggio.
La vicenda trae il proprio incipit in un piccolo paese ai confini della Francia e da qui si snodano eventi che avvolgono il lettore in spirali di emozioni e attente riflessioni.
Protagonista è Zito, creatura dolcissima e indifesa, dall’intelligenza acuta e di estrema sensibilità, nato purtroppo con molteplici deformazioni fisiche.
Al lettore scoprire questa trama avvincente che crea, pagina dopo pagina, pathos e attesa.

CILIEGE AMARE
di Franco Bellini

Edizioni Tigullio
2006, 200 p.
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Il romanzo “Ciliege amare” di Franco Bellini si segnala innanzi tutto per la struttura narrativa che utilizza con grande efficacia la tecnica del flash-back, o meglio dei diversi piani temporali. Le vicende dei personaggi che l’autore ha saputo creare si muovono all’interno di una cornice che è la tragica agonia del protagonista. Il romanzo prende le mosse dalla fine e poi, per “pennellate” successive, viene svelata al lettore una vicenda umana complessa.
In “Ciliegie amare” troviamo tutti gli ingredienti che, in tempi moderni, non possono e non devono essere sottovalutati.
L’Autore ci sottopone una vicenda sconvolgente quanto appassionante, ricca di contenuti. Una vicenda che porta il lettore a restare incollato sino all’ultima pagina.

Nota di Gino Covolla – Capo redattore de “Il Mattino” di Napoli

In Tempi di orizzonti ristretti, di atmosfere vagamente asfittiche, “Ciliege amare” di Franco Bellini, ha di sicuro il merito del coraggio: quello di affrontare, non senza qualche ingenuità e tuttavia con determinazione, un originale percorso nel territorio di una narrativa che non si sottrae al confronto con i sentimenti forti, in qualche modo allo stato puro a tratti persino grezzi. Un mix che ha segnato il romanzo italiano fino all’immediato dopoguerra per diluirsi poi, fin quasi a sparire, nel fiume della narrativa generazionale, proiettata ad una interiorità che ti ritrovi a volte ad avvertire come una cappa opprimente.
La complessa figura di Zito, il protagonista di “Ciliege amare”, viene esplorata come attraverso uno zoom fotografico che allarga progressivamente il campo di osservazione ed introduce una gamma sempre più ricca di elementi, di particolari, di dettagli. Operazione questa suggestiva e, allo stesso tempo, rischiosa. Suggestiva, perché il ritmo narrativo si mantiene ad un livello costantemente sorprendente. Rischiosa, perché come ben sanno i fotografi, introdurre nuovi punti d’interesse in una immagine, determina simmetricamente l’esigenza dell’osservatore, di distribuire la propria attenzione perdendo la consapevolezza dell’originario epicentro. E le cose, in letteratura non cambiano poi di molto.
Ma, come si diceva all’inizio, in questo bellissimo libro non è certo il coraggio a mancare. Bellini è pervaso da una esigenza profonda di raccontare, il lettore quasi percepisce la sua urgenza di farci partecipi di un microcosmo dalle mille sfaccettature. Mandremoli, non è solo un luogo fisico, è l’archetipo di un’Italia in via d’estinzione, una terra dell’anima dove la globalizzazione, quella culturale prima ancora di quella economica, non ha dispiegato in pieno la sua omologante influenza. Dove resta posto per il dolore e per l’amore, per l’odio, per la voglia di riscatto e il desiderio di vendetta. Moti dell’animo che non corrono via senza intaccare la superficie, piuttosto umori primordiali capaci di inebriare e di far male.
“Ciliege amare” sorprende soprattutto per questo e cioè, per l’impossibilità di esser precisamente etichettato all’interno delle vere (o presunte) categorie con le quali siamo avvezzi a sistematizzare la narrativa contemporanea. Sorprende anche per certe raffinatezze nell’impianto, che testimoniano di una frequentazione assidua e proficua con la grande letteratura. E che sia così lo prova quel rimpianto per il congedo dai suoi personaggi, che è l’inequivocabile testimonianza di una non inutile esperienza di lettura.
A Bellini, verrebbe forse suggerire uno sforzo ulteriore che miri ad una sorta di rarefazione della storia, che diminuisca il numero dei comprimari a vantaggio di un loro maggiore spessore. Ma è difficile per una persona coraggiosa arrestarsi di fronte a quell’ansia di raccontare, di cui prima si diceva.
Forse è giusto che l’entusiasmo della narrazione scorra come un fiume in piena e che non impatti in filtri ed argini potenzialmente capaci di inaridire o addirittura soffocare.

“Il mostro” di Maria Gabriella Binda

Molto spesso ci troviamo, nell’arco della vita, a combattere con i pregiudizi della gente e, di conseguenza, con l’imbecillità e la stupidità di quei ragazzi che, disgraziatamente, non hanno ricevuto una buona educazione.
In “Ciliegie amare”, romanzo di Franco Bellini, troviamo tutti gli ingredienti che, in tempi moderni, non possono e non devono essere sottovalutati. Infatti, l’Autore ci sottopone una vicenda sconvolgente quanto appassionante, narrandoci la storia di un bimbo nato con molteplici deformazioni. Il padre stesso non riesce ad accettarlo come creatura concepita con lo stupro, ma neppure la madre che lo ha tenuto in grembo e lo ha partorito; quando lo deve allattare o cambiare, prova un forte senso di repulsione.
Nonostante tutto, nella sua sfortunata vita, il piccolo Zito avrà al suo fianco una donna stupenda, Nanda, la sua bàlia. Ella saprà dargli un amore infinito e lo crescerà con tanto affetto, offrendogli tutto ciò che una creatura così dolce e innocente merita, perché anche se il piccino non ha sembianze perfette, ha una sensibilità e un’intelligenza fuori dal comune, come d’altronde lo sono la maggior parte di quelle creature portatrici di gravi handicap.
La vicenda ha inizio nel piccolo paese di Mandremoli, ai confini della Francia, e qui prendono il via le vicissitudini di questo avvincente romanzo. Un romanzo ricco di contenuti, che portano il lettore a rimanere incollato sino all’ultima pagina. Infatti, sin dall’inizio, la trama si snoda piacevolmente, capitolo dopo capitolo, nonostante Zito, la dolcissima innocente creatura, venga più volte additato come “mostriciattolo”, cosa che, per una madre come me, è assolutamente impensabile, poiché la creatura che partoriamo, bella o brutta che sia, o qualsiasi difetto presenti, nel nostro intimo, sarà sempre la più bella al mondo, in assoluto.
Un libro che farà riflettere, mi auguro, anche quelle persone che guardano con disprezzo questi “rifiuti della società” come, a volte, mi è capitato di ascoltare. E tale definizione mi ha fatto andare in bestia, perché, volendo essere pignoli al massimo, mi chiedo: “Chi è il rifiuto della società, noi, i cosiddetti normali, o queste innocenti creature?”.
Al Lettore l’ardua sentenza.

“Tra psicologia e realtà” di Marco Delpino

Ottima prova d’esordio al romanzo per Franco Bellini. Questo suo lavoro, “Ciliege amare”, si segnala prima di tutto per la struttura narrativa che utilizza con grande efficacia la tecnica del flash-back, o meglio dei diversi piani temporali.
Le vicende dei personaggi che l’autore ha saputo creare si muovono all’interno di una cornice che è la tragica agonia del protagonista.
Il romanzo prende le mosse dalla fine e poi, per “pennellate” successive, viene svelata al lettore una vicenda umana complessa.
Il protagonista, Zito, è un “mostro”, non un “diversamente abile”, ma un “mostro”. Così lo definisce impietosamente l’autore.
In realtà la mostruosità non è l’aspetto fisico del giovane, che è peraltro persona sensibile e intelligente. La mostruosità sta nel karma del padre di lui, uomo mediocre e isterico. Concepirà suo figlio non con la consorte, una ricca donna di cui lui è nettamente indegno, ma con una ragazza zingara da lui ripetutamente violentata. Il frutto di quell’atto è Zito, un innocente che però porta le stimmate del peccato, in un meccanismo tragico che ricorda tanto il detto biblico “il sangue versato dai padri ricada sui figli”. E la tragedia che “risolve” l’intreccio è, in fondo, la conseguenza dell’atto paterno.
Non è qui il caso di scoprire le carte di una trama avvincente che si disvela per gradi.
Ci basta dire che la resa psicologica dei personaggi è ben curata, l’ambiente della piccola località di provincia reso al meglio.
Riguardo ai contenuti, risaltano massimamente i “monstrum” che operano nel cuore dell’uomo: avidità, lussuria, meschinità, violenza, odio… Per contro c’è anche il cristallino amore provato da Zito per Lena, forse non corrisposto o neanche dichiarato; c’è la devozione della “mamma” adottiva di Zito, la domestica Nanda: una persona che ama senza il pensiero di averne un tornaconto.
Il cerchio qui non si chiude, almeno nell’apparenza della tragedia, non c’è lieto fine. Forse una fine, nonostante tutto, dignitosa, che rimedia all’infamia di altri e alla ruvidezza del mondo.
Naturalmente non mancano riflessioni sulla natura della “diversità”.
Zito, accolto con fastidio dalla scuola, relegato in solitudine nell’ultimo banco, dietro alle fattezze devastate, ha un’intelligenza pronta, una forte sensibilità, una dote innata per la musica. Insomma il “mostro” è, ancora una volta, al di là dello specchio che, nel valido meccanismo narrativo dell’autore, non restituisce l’immagine del diverso, ma l’orrore che purtroppo sta nascosto nel cuore degli uomini, di quelli definiti “normali”, forse anche ammirati, ma che nel loro intimo sono una sentina di nefandezze, i “sepolcri imbiancati” che già qualcun altro (“diverso” anche lui, se vogliamo) ha additato come i peggiori fra i peccatori, coloro che non hanno salvezza.
Invece, forse, per Zito, alla fine c’è una redenzione, una luce di stella, un transito glorioso che può riscattare anche il male del sangue.

Capitolo I

Il suo sguardo tornò per un istante sulle chiazze rosse del suo pullover che continuavano ad allargarsi. Pensò alla Nanda, la sua devota governante che glielo aveva regalato sei anni prima, il giorno del suo diciottesimo compleanno. E rivide il volto di quella brava donna seduta in prossimità del caminetto che sferruzzando la bianca lana, contava di tanto in tanto le maglie.
Così, per scacciare l’ombra della morte che si stava avvicinando, socchiuse gli occhi, facendo sfilare una dopo l’altra le immagini di tutta la sua vita, come fa una video cassetta, che dopo la parola “Fine” si riavvolge girando a ritroso… e gli apparve il volto grazioso e sorridente di Lena, di quella splendida ragazzina che vide per la prima volta con lo zainetto dietro la schiena, entrare nell’aula con gli altri alunni.
Lui era già seduto in fondo alla classe nell’angolo opposto alla finestra, dalla quale, si poteva ammirare il versante ovest della montagna. Nel suo banco, il posto accanto era vuoto, mentre tutti gli altri erano occupati da due scolaretti maschi o da due femminucce.
***
Ma lui, non era come “gli altri”: il suo corpo era deforme e il suo viso aveva più le sembianze di un animale che quello di un essere umano.
I folti capelli rossicci e scompigliati erano come le setole di un porcellino, e gli ricoprivano quasi interamente la fronte. I suoi occhi, marrone scuro, s’intravedevano appena sotto le spesse sopracciglia che avevano lo stesso colore della sua capigliatura.
Sotto l’occhio sinistro, una profonda cicatrice gli attraversava tutta la guancia quasi in verticale. E il grosso naso appiattito faceva pensare ad un pugile dei pesi massimi in fin di carriera.
Quindi, era ovvio che tutti lo chiamassero “II Mostro”.
Anzi no! Non proprio tutti! Quella cara e brava donna, lo chiamava “Zito”, con quel nome che gli aveva dato proprio lei alla sua nascita.
Ma anche i mostri hanno un cuore!
E il suo si mise a battere intensamente nel vedere quella splendida fanciulla, facendogli dimenticare la tara che si portava dietro fin dal giorno che sua madre lo aveva messo al mondo.
La visione di quel bellissimo volto aveva fatto scaturire nel suo animo qualcosa di nuovo, qualcosa che non riusciva a spiegare neppure a sé stesso.
Era una strana sensazione di pace che non aveva mai provato prima, perché dentro di sé, fin dall’inizio, si era instaurata un’incessante rivolta. Una vera guerra che lui stava combattendo contro il mondo intero, ma ancor più, contro qualcosa d’invisibile e di inesplicabile che lo aveva fatto nascere mostro, perché, se la vita è un dono della natura, la sua, era una delle più terribili condanne che si può infliggere ad un essere umano.

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