Cocoliche e Lunfardo: l’italiano degli argentini di Sabatino Alfonso Annecchiarico

Sabatino Alfonso Annecchiarico è nato a Buenos Aires da genitori italiani. Scrittore, docente, giornalista, ricercatore e conferenziere, si occupa di geopolitica latinoamericana, delle politiche migratorie e di giornalismo specializzato in turismo nei paesi di lingue neolatine. Con questo interessantissimo libro dedicato ai suoi genitori (che “parlabano” in cocoliche), ci narra dell’Italiano degli Argentini, della storia e del lessico di una migrazione linguistica, del multilinguismo non vernacolo di Buenos Aires, dei Querandìes, antichi abitanti di Buenos Aires, della stampa italiana in Argentina e di molte altre cose ancora. Nel Prologo, l’Ambasciatore Gustavo Moreno (Console Generale della Repubblica Argentina a Milano), scrive: “L’Argentina è stata e continua ad essere una tradizionale terra di immigranti, con enormi benefici per gli immigrati. Ciò ha fatto sì che i 40 milioni circa dei suoi abitanti abbiano così diverse radici e diverse provenienze, se consideriamo i duecento anni di storia repubblicana trascorsi dalla Rivoluzione del 25 maggio del 1810.”
Il Console d’Italia a Mar del Plata in Argentina, Dr. Fausto Panebianco, dichiara: “Ho avuto il piacere di assistere, il 26 aprile scorso, presso i locali dell’associazione Casa d’Italia di Mar del Plata a una brillante conferenza del Professor Annecchiarico dedicata al tema dell’emigrazione dialettale italiana e all’influenza avuta sul lessico degli Argentini nel periodo compreso fra il 1861 e il 1951. Un evento nel corso del quale il Professor illustrò, con largo anticipo rispetto alla pubblicazione, i principali aspetti della sua opera”.
Un’opera eccellente, di grande e inestimabile valore, dato l’ interessante argomento che aiuta sicuramente la collettività di Mar del Plata a rinsaldare i legami con l’Italia nel nome della lingua e della cultura. L’autore in questo stupefacente lavoro: “Cocoliche e Lunfardo: l’Italiano degli Argentini”, tratta un tema molto vicino sia agli abitanti di Buenos Aires, sia a tutti quegli Italiani che sono emigrati e che appartengono ormai ai due mondi, argentini e italiani allo stesso tempo. Un’opera scritta con profondo amore, dedizione e passione che svela e rivela la profondità dei significati, le etimologie delle parole e modi di dire che fanno parte dell’argentinità dei nostri giorni. Nella premessa spiega l’autore: “Questo lavoro vuol mettere l’accento su due avvenimenti storici che permisero una sorta di felice fratellanza linguistica che avvenne proprio nella città di Buenos Aires, unendo due nazioni, Italia e Argentina. Questa felice fratellanza linguistica fu un percorso storico avvenuto durante i novant’anni trascorsi dall’Unità d’Italia ai primi anni successivi la seconda guerra mondiale, dal 1861 al 1951.” I miei più sentiti complimenti all’autore per l’inestimabile valore di questo libro e per il messaggio in esso contenuto di grande umanità e fratellanza tra i popoli. Un libro di cui consiglio la lettura a tutti gli Italiani. Per sentirsi migliori. Nicla Morletti

Anteprima del libro

1. Migrazioni linguistiche

Lo scrittore e patriota risorgimentale italiano, Luigi Settembrini (Na­poli 1813-1876) c’insegna che “… quando un popolo ha perduto patria e libertà e va disperso pel mondo, la lingua gli tiene luogo di patria e di tutto..” La citata affermazione ci consente di sostenere che con le mi­grazioni linguistiche emigrano implicitamente le patrie e tutte le culture legate alla loro lingua. È il fenomeno avvenuto nell’emigrazione italiana a Buenos Aires, che ha conservato luogo di patria e di tutto. Come dimo­stra la storia e ci ha anticipato Machiavelli, i migranti italiani possede­vano alla partenza patria e culture apprese in precedenza, da altre lingue arrivate da oltre il confine italiano.

Lo stesso fenomeno avviene con la popolazione di Buenos Aires pri­ma dell’arrivo della diaspora italiana: essa si arricchì di patria e di cul­tura sin dalia sua nascita come città; impregnata di altre patrie e di altre culture provenienti da altri immigranti, da altri popoli, da altre lingue. Per questa ragione è lecito sostenere che “…non c’è mai una prima volta nella storia del linguaggio e della cultura, tutti rielaborano qualcosa fatto già da altri, o magari nello stesso tempo in diversi luoghi”. Tutto è in un continuo confronto-incontro evolutivo, sempre in essere. Senza che ci sia mai ne una patria, né una cultura, che possa essere pura, incontaminata da altre patrie e da altre culture. Così accade con le lingue. Così accade con gli italiani di Buenos Aires. Con gli italiani d’Argentina.

1.1 Il multilinguismo non vernacolo di Buenos Aires

Buenos Aires, grande città portuale, bocca d’ingresso di molteplici cul­ture e lingue poi diffuse in tutto il paese, richiama perfettamente un afori­sma di Oscar Wilde: le donne sono fatte per essere amate, non per essere comprese. Vale lo stesso per la complessa storia linguistica e culturale e per il fascino di questa capitale, quando si fa riferimento alla portata socio­culturale dell’influenza linguistica senza prima conoscere, anche in linea generale, la situazione sociopolitica che ha temprato sin dalia sua nascita la cultura dell’Argentina, una cultura che si è originata quasi cinque secoli fa attraverso un ininterrotto confondersi di lingue – ciò che formò el habla de la ciudad e degli argentini – e che è stata influenzata fortemente dall’oralità dialettale italiana otto-novecentesca. Perciò Buenos Aires non ha mai smes­so di essere per molti quell’incomprensibilmente amata metropoli, come le donne di Wilde.

L’intreccio storico linguistico tra Italia e Buenos Aires ha un legame che risale all’anno in cui questa città fu fondata per la prima volta, nel 1536, dal conquistador spagnolo di nobile famiglia andalusa, Don Pedro de Mendoza y Luján, nato nel 1487 a Guadix, Granada. Il nome con cui questo conquistador battezzò” la nascente città fu Puerto de Nuestra Señora Santa María del Buen Ayre. in sostanza. Porto della Madonna di Bonaria5, a cui Mendoza era devoto come tutti i marinai spagnoli.

Una leggenda popolare, che risale dalla fine del XIV secolo, custo­dita negli archivi del Santuario della Madonna di Bonaria di Cagliari, racconta che una nave spagnola partita da un porto della Catalogna nel 1370 s’imbatté, in pieno mediterraneo, in una forte burrasca. I marinai, per salvare la nave, furono costretti a gettare in mare tutto il carico possibile per alleggerire il peso. Tra queste cose che buttarono in mare c’era una grossa cassa di legno: sempre secondo la leggenda, appena cadde in acqua, la violenta tempesta cessò improvvisamente. La cassa galleggiò fino alle coste sotto il colle di Bonaria, nella periferia della città di Cagliari in Sardegna, proprio dove l’Infante Alfonso di Aragona costruì nel 1323 l’accampamento fortezza in attesa di conquistare la città. Il nome del colle Bonaria, colle già abitato dai nordafricani cartaginesi, è l’italia­nizzazione nella lingua castigliana cinquecentesca di Buen Ayre con cui gli aragonesi lo battezzarono con tutta probabilità per la qualità dell’aria o, forse, quale metafora premonitrice degli avvenimenti che si sarebbero sviluppali da lì a poco con la conquista della città sarda.

La sorpresa degli abitanti dei posto non fu quella di aver trovato la cassa arrivata dal mare, bensì il suo contenuto: una statuetta della Vergi­ne Maria con il Bambino Gesù in braccio, scolpita su un legno di carrubo che non era naturale né della Sardegna, né della Catalogna, luogo da dove proveniva la cassa, bensì delle coste liguri. Un intreccio che stupì i cagliaritani che non si fecero attendere per cominciare a venerarla.

Tra i devoti vi era una vedova, forse di un marinaio morto in mare, che un giorno appese da una cordicella di canapa una barchetta scolpita in avorio proprio davanti la piccola statua che, “miracolo!”, immedia­tamente cominciò a girare indicando la direzione del vento che soffiava in quel momento fuori dal golfo di Cagliari. D’allora i marinai spa­gnoli, meravigliati, cominciarono a raccomandarsi alla Madonna del Bonaria prima di addentrarsi in mare. Don Pedro de Mendoza v Luján, fondatore della città del Buon Ayre, anch’egli era devoto alla Madonna di Bonaria e per questa ragione, dopo l’impresa di attraversare mari e oceani da Nord a Sud sbarcando in quelle lontane terre dalla Spa­gna, non esitò a battezzare la città Porto della Nostra Signora Santa Maria di Bonaria, in ringraziamento alla sua devota Madonna. Una storia che, tra leggenda e realtà, rappresenta un presagio di altri intrecci avvenuti duecentosessantacinque anni dopo, immediatamente dopo il Risorgimento, quando le lingue e i dialetti degli italiani cominciarono a incidere fortemente il modo di parlare a Buenos Aires, contribuendo alla formazione di un nuovo lessico con quella singolarità che tuttora persiste in questa città.

Per dover di storia, Puerto de Nuestra Señora Santa María del Buen Ayre fu distrutta nel 1541. dopo essere stata rasa al suolo e bru­ciata dai Querandies, nativi della Pampa che si opposero sempre alla colonizzazione spagnola e che risiedevano proprio dove Don Pedro de Mendoza y Lujan fonda la città con il nome della vergina caglia­ritana, Bonaria.

La città fu rifondata nel 1580 da un altro conquistador spagnolo, non andaluso come il precedente, bensì di probabile origine basca o forse Ca­stigliana, Juan de Garay, che si compiaceva chiamarsi “il Basco-castigliano”, mescolando in questo modo due regioni, due culture, due lingue così diverse: l’euskera dell’Euskal Herrìa e castigliano della Castilla. Un incrocio culturale e linguistico esportato da Garay a Buenos Aires che, senza alterare il nome di Bonaria dato alla già distrutta Buen Ayre, la ribattezzò in Ciudad de la Santa Trinidad y Puerto de Nuestra Señora Santa María del Buen Ayre, aggiungendo quindi Città della Santa Trinità per riaffermare la fede cattolica dei conquistatori e anche la devozione alla citata Madonna cagliaritana.

***
Cocoliche e Lunfardo: l’italiano degli argentini
di Sabatino Alfonso Annecchiarico
Bononia University Press, 2012 – p. 159

Sabatino Alfonso Annecchiarico

Sabatino Alfonso Annecchiarico, migrante, figlio di immigrati italiani in Argentina. Scrittore, giornalista, docente, ricercatore e conferenziere. Nato nel 1951 a Buenos Aires da genitori italiani. Vive in Italia dal 1985, dove svolge le sue attività che riguardano prevalentemente la storia e la geopolitica latinoarnericana, le politiche migratorie e il giornalismo specializzato in turismo nei paesi di lingue neolatine. È membro sostenitore dell’Accademia Porteria del Lunfardo. Sono numerose le sue pubblicazioni giornalistiche, saggistica e di brevi racconti sin dal 1980, in America Latina e in Europa.

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2 Commenti

  1. Un incipit davvero interessante.. la lingua e i suoi dialetti, nel corso degli anni ha subito numerose evoluzioni, subendo numerose influenze e influssi, creando anche dei neologismi..soprattutto con l’emigrazione questo fenomeno si è acuito maggiormente..
    leggendo questo incipit mi fa pensare ai miei zii che sono emigrati in cerca di fortuna, e poi sono rimasti chi in Germania, chi in Belgio, contribuendo non solo a modificare la lingua, ma anche ad arricchire la cultura..
    per chi emigra la memoria è un ottimo strumento, perché può favorire l’integrazione dei popoli, anche se con molta difficoltà..
    complimenti all’autore per aver toccato un tema così attuale ai giorni nostri, quello dell’emigrazione e delle difficoltà che si incontrano..

  2. Chi emigra, con il cuore,
    porta la sua lingua con amore;
    perche’ intendersi e’ fondamentale,
    non c’e’ pareggio ne’ l’ eguale.
    La’, nella gloriosa pampa,
    l’ italiano avvampa
    e Sabatino ne racconta i confini
    che si perdon negl’ idiomi argentini.
    Cocolicche e lunfardo –
    scusate se fa rima con lombardo –
    non son figure di puffetti
    ma varianti di dialetti,
    che parlano i nostri connazionali ,
    molti dei quali
    ricordano il bel Paese
    che han lasciato purtroppo a loro spese.

    Gaetano

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