LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Da qualche parte in Grecia. Volevo essere Dostoevskij di Daniele Vannini
Un romanzo accattivante, avvincente. Personaggi e storie si intrecciano, si amalgamano in un susseguirsi di vicende che incuriosiscono il lettore, coinvolgendolo dall’inizio alla fine. E "da qualche parte in Grecia", tra un gruppo di amici, vanità più o meno espresse o represse e personaggi dell’alta finanza mondiale, il destino è in agguato, con le sue sorprese, i suoi capricci…
Quanto costa scalare l’Olimpo? Quanto è alto il rischio di scoprirlo vuoto?
Lascio al lettore la scoperta di una interessante storia, di pagine scritte in un ottimo italiano, dallo stile moderno e snello. Pagine dal profondo significato, il cui messaggio induce a riflettere. Ne consiglio vivamente la lettura.

DA QUALCHE PARTE IN GRECIA VOLEVO ESSERE DOSTOEVSKIJ
di Daniele Vannini
Robin Edizioni – Collana I libri colorati. Blu: contemporanei
2006, p. 305
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Un gruppo di amici, pura middle class italiana del terzo millennio, si affanna dentro un’esistenza che oscilla tra effimere serate-vetrina, dove esporsi in tutta la propria vanità, e la bruciante sensazione di sentirsi incompiuti. Tutti si ritrovano in Grecia nel mese di agosto, ospiti di Paolo, brillante avvocato, che ha fissato una riunione con alcuni non meglio precisati titani dell’alta finanza mondiale. Il destino è però in agguato, pronto a riservare al gruppo di amici una strabiliante sorpresa. Ognuno a proprie spese capirà quanto costa scalare l’Olimpo e quanto alto sia il rischio di scoprirlo vuoto.

Dal primo capitolo

Una pioggia dura, color acciaio, cadeva sulle colline di Pomarance e si infrangeva sul parabrezza. Lo Spaccone, anzi, come si dovrebbe dire, l’avvocato Paolo Manetti, guidava con ostinata velocità sulla strada deserta mentre le gomme frusciavano sull’acqua. Febbraio.
"Allora, un posto in classe economica per il 25 alle 18,30…" sbraitava il viva voce del telefono cellulare confermando la prenotazione del volo. Il computer portatile ballonzolava sulle molle del sedile posteriore: grigio su grigio.
Nuova telefonata. Cristina.
"No, nessuna difficoltà. Sono in macchina vicino a Larderello e piove da matti. Per poco non mi sono ammazzato su queste curve. Ma forse mi ammazzerò tra un po’."
"Cosa ci fai lassù?"
"Vedi qual è la situazione? Lo vedi da sola. Per lavorare con un minimo di tranquillità devo prendere la mia robetta e partire in macchina. Ho passato la mattinata su una piazzola, tra preservativi usati e cartacce, coi finestrini appannati e i piedi gelati. Dimmi se si può andare avanti così. Devo preparare una comparsa per domani, l’articolo per Bruxelles… ho lavorato col computer attaccato alla spina dell’accendisigari… di un comodo!"
"Ma dormi ancora in albergo?"
"Certo, in albergo, a Viareggio. M’ha buttato fuori di casa ti dico! Sì. Non ci sono più contatti… proprio non posso avvicinarmi."
"Ma non hai provato a parlarle?"
"Via Cristina… avrò provato? Il fatto è che è clinicamente pazza! Non c’è da parlare. Completamente. È paranoica. Mi dice delle cose… Hai visto come sta l’ufficio? È praticamente parte della casa… non si può lavorare lì. Del tutto. È sempre  stata convinta  che  l’hanno  licenziata per  colpa mia… ora non le basta più, dice che la voglio uccidere!"
"Be…"
"Ti giuro! Ha paura che l’ammazzi. Viaggia per casa con un coltello da cucina… No, no, è pazza. Completamente. Mi fa delle scenate incredibili, delle urla… e io devo anche lavorare!"
"Ma stasera vai giù…"
"No, no, vado a Viareggio. Ma domani vado, porto via le cose."
"Ma non c’è modo di trovare una strada…"
"Ora come ora c’è solo da partire!"
"E con i clienti, come fai?"
"Sai, io non ho praticamente clienti che vengono in ufficio, lavoro quasi solo con l’estero, per cui almeno i clienti non me li spaventa…"
"Ma di lavoro ne hai?"
"Lavoro ce n’è anche tanto, solo che non pagano. Per avere qualcosa devo aspettare mesi dopo che il lavoro è finito. Ad esempio ora aspetto che mi paghino per quel lavoro di Stoccolma che ho fatto un anno fa… Speriamo!"
"Paolo, se hai bisogno… lo sai, io…"
"Cristina… lo vedi, ti chiamo… no?"
"Senti, quel messaggio che mi hai lasciato era per la situazione con tua moglie…"
"No! Quella è una questione diversa, non c’entra. Ti devo spiegare bene e in questo mi devi aiutare davvero, ma ora non è possibile. Non per telefono. Ti lascerò un altro messaggio nella posta elettronica. Ci dobbiamo vedere. È una cosa da spiegare."
"Bene, allora aspetto il messaggio. E ricordati che se hai bisogno di un aiuto…"
"Stai tranquilla! Ci sentiamo presto. Ciao!"
"Ciao, ciao."
"Ciao."
La strada proseguiva tortuosa e discendente verso la lontana pianura azzurrina. Velata di pioggia e di nebbia.
Febbraio.
Ai lati dell’asfalto lucido, grigio scuro contro il grigio chiaro del ciclo, piccole querce con le foglie marroni dell’anno prima ancora sui rami formavano estesi boschi, mentre già le gemme dei cespugli più precoci si gonfiavano per la primavera a venire. Allo Spaccone la vita pareva sufficientemente complicata.
Un mare grigio ardesia dispiegava la sua immensità sotto un ciclo grigio e bagnato. Il tramonto precoce aveva già invaso il lungomare di Viareggio, tristissimo e liberty nella sera. Lo Spaccone camminava sotto l’ombrello nero tra le pozzanghere del marciapiede deserto col cellulare all’orecchio. Il soprabito scuro era aperto sul maglione grigio: una brutta serata l’attendeva e si sentiva a pezzi. Arrivò fino alla soglia di un locale con la scritta Snack Bar: "ecco un posto di merda" disse, chiuse l’ombrello ed entrò.
Il posto sfoggiava un tipico arredamento anni sessanta, con quel tanto di trasandato che aumentava la sensazione di agghiacciante malinconia. Spaventoso. Era deserto. Si appoggiò al bancone vicino agli alti sgabelli cromati col sedile di finta pelle rossa. Un cameriere sui cinquant’anni coi capelli tinti e il gilet a righine troppo stretto si fece avanti.
Lo Spaccone pensò di essere rimasto prigioniero di un qualche decennio precedente ormai in putrefazione.
S’incontrarono una sera di fine febbraio che la primavera non si sentiva ancora. Anzi continuava a piovere come sempre. Solo le giornate si erano allungate.
Dopo tanti messaggi elettronici, tante telefonate, tanto parlare a vuoto era venuto il momento decisivo. Se non passava questo, se non andava questo, c’era poco da fare, poco da insistere. La faccenda era decisa, finita e impacchettata. Le conosceva le donne.
Lui in testa aveva tutto chiaro, semplice e indubitabile, ma non era una cosa che si potesse dire facilmente, tirare fuori tutta così, da un momento all’altro. Questo lo capiva bene.
C’era da convincere Cristina. Cristina era la chiave di tutto.
E convincere non era neanche il termine esatto: le cose andavano avanti per conto proprio e Cristina c’era in mezzo proprio come lui. Solo che non lo sapeva. Come dirlo? Come presentare la faccenda? Non era semplice. C’era da viaggiare. C’era da fare e tanto.
Lo Spaccone non era certo un tipo dimesso. Aveva sempre avuto il gusto dell’ascesa sociale. Aveva desiderato fin da giovane di essere introdotto negli ambienti giusti. E lo era stato. Certo le cose non gli erano andate tutte bene, non come avrebbe voluto. E si considerava sfortunato per tutte le porte che gli si erano chiuse in faccia, per tutti i cavalli sbagliati sui quali aveva puntato, per tutte le promesse che gli erano state fatte e poi non mantenute.
Specie all’università. Lì avrebbe davvero potuto andargli meglio. C’erano tanti che avevano sfondato con niente ingegno e niente soldi. E lui era molto capace. Capace davvero. Ma tant’è.
Comunque, per quanto sfortunato si considerasse, era pur sempre un ottimo avvocato, almeno nel suo campo. Non che facesse i soldi, questo no, anche perché allora, nel suo campo, soldi non se ne facevano. Almeno in provincia. Ma era stimato, giustamente stimato. Erano in pochi come lui in Europa.
Da giovane aveva lavorato per la grande industria. Gli davano in mano le cose e lo lasciavano solo. Contratti per miliardi e nessuno che lo sostenesse. E soldi pochi. Così si era messo in proprio.
Cristina lo aspettava davanti alla fontana di San Prospero con l’ombrello aperto e le gambe strette, i piedi addossati l’uno all’altro sotto la pioggia. Lo Spaccone la vide da lontano così chiara e lucida di pioggia che spiccava sull’umido paesaggio smorto e accostò l’enorme Passat familiare al marciapiede, si sporse sul sedile di fianco trattenuto dalla cintura e aprì lo sportello.
Indietro nel tempo ci avrebbe tenuto molto a fare bella figura con lei. Faceva parte della gente che conta, per famiglia e per vocazione naturale.
Ci avrebbe tenuto a tenersela cara, a entrare in confidenza con lei, a far colpo anche.
A quell’epoca, adolescente, era anche da prendere in seria considerazione come ragazza: appetitosa. Ma non aveva mai avuto segnali in questo senso. Non se lo filava. Non era stata mai una delle sue fiamme. No.
Non che adesso la situazione fosse granché mutata: anche adesso doveva ingraziarsela e chiederle favori. Tutta la vita la stessa storia. Gli seccava. E meno male che la pensava così anche un tempo, e che alla fine in confidenza con lei c’era entrato davvero.
Vedi che anche a diciassette anni, quando si è stupidi davvero, si riesce a riconoscere le persone che contano? Forse anche allora non era poi così stupido, forse gli altri erano stupidi davvero. Del resto il romanticismo non era mai stato il suo forte, nemmeno al tempo degli straordinari batticuori adolescenziali.
Cristina chiuse l’ombrello e si portò dentro una ventata di pioggia e d’umidità buttandosi sorridente e lucida sul sedile grigio.
"Ciao Paolo!"
"Allora, bellissima, come va? Tutto a posto? Mica ti ho fatto aspettare no?"
Cristina aveva un che di sportivo, di fresco, forse la pioggia. Aveva i capelli ricci, lunghi e ben colorati di recente dal parrucchiere. Ben pronta, quasi bella. Ne aveva fatte girare di teste a suo tempo. E anche nei suoi quarant’anni non se la cavava male. Non che quello fosse un appuntamento galante: "figurati! con Paolo!" avrebbe detto se interrogata.
Fatto sta che non si era mai sposata. Non poteva chiuder gli usci a nulla oramai. Ci teneva a far bella figura anche lei.
"No, no, sei proprio in orario stavolta, niente da dire."
"Come stai bene! Come sei bella! Per te gli anni non passano! E se passano, ti migliorano!"

Daniele Vannini, nato a Siena nel 1956, si è laureato in giurisprudenza presso l’Università di Siena nel dicembre del 1980, quindi in psicologia presso l’università di Padova nel novembre del 1992. È persona di molte letture, ha vissuto diversi anni a Milano e fatto molti viaggi all’estero. Attualmente vive a Firenze dove si occupa di servizi legali, ma soprattutto dello stato delle cose. Scrive talvolta.

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