Da questa parte, QUALCOSA di Gennaro Maria Guaccio

Eros, professore di scienze in un liceo e protagonista del romanzo, torna a casa dopo un periodo trascorso in solitudine a causa di numerose avversità. Perché così è la vita: all’improvviso sembra toglierti tutto, anche il sorriso. E ci si ritrova stanchi, spaventati, smarriti, consapevoli del male del mondo che infligge inquietudine e disagio sociale. Il nostro professore, personaggio che rimane subito simpatico e con cui, pagina dopo pagina intrecciamo un legame di amicizia, è rimasto solo in seguito alla separazione dalla moglie Chiara e alla morte della madre colpita dal morbo di Alzheimer, inoltre la scuola in cui insegna è caotica, governata com’è da dispotismo e malaffare. Eros pensa che il mondo, tanto quello fisico quanto quello psicologico, sia minacciato da una sorta di virus killer. Ma quando tutto sembra perduto, mai disperare, perché per un magico gioco del destino, qualcosa accade.  Da questa parte, qualcosa accade, proprio come riporta il titolo di questo coinvolgente e appassionato romanzo che si legge tutto d’un fiato dalla prima all’ultima pagina, senza interruzioni di sorta perché Gennaro Maria Guaccio, e ce lo ha dimostrato anche con gli altri suoi romanzi, riesce a catturare il lettore in una sorta di coinvolgente magia, soprattutto quando si sofferma a descrivere personaggi e situazioni. Lo fa con tale realismo e schiettezza che durante la lettura viene da domandarsi come un autore riesca a narrare così brillantemente avvenimenti che ci toccano così da vicino, nel caos di questo nostro mondo attuale. Ma c’è un antidoto anche per la sofferenza e il dolore, un antidoto potente che spazza via tutto in poco tempo: l’Amore, quello con la A maiuscola, quello che non chiede niente, non pretende, ma semplicemente dà, perché amare significa donare. Così  anche per il nostro amatissimo Eros, professore di scienze, c’è una meravigliosa sorpresa: quel giorno tornando nella vecchia casa dei genitori ormai scomparsi, scopre che ad attenderlo c’è Olga, la bella donna ucraina, ex badante di sua madre, che gli getta le braccia al collo sussurrandogli inaspettatamente: liubob moià, amore mio. Ma le sorprese non finiscono qui. Consiglio a tutti la lettura di questo bellissimo romanzo della speranza che tiene compagnia nelle sere solitarie in cui la nostalgia bussa alla porta del cuore. Nicla Morletti

Anteprima del libro

Olga gli gettò le braccia al collo prima che Eros potesse dire una sola parola. Lui era tornato a casa e aveva fatto di corsa le scale pensando con ansia alla lettera che era arrivata dal Tribunale, uno dei motivi, ma non certo l’unico, che l’aveva spinto al rientro. Quella lettera, quel documento storico nella sua vita, significava, ormai suggellata dalla legge, la separazione definitiva da Chiara. Finalmente era libero. Finalmente, già liberato dai suoi timori e dalle sue paure, se non dall’angoscia, generati dalla malnata depressione intellettuale dinanzi alla scoperta scientifica del male del mondo, come di una materia che lo sostanzi, e del dolore, anzitutto il suo personale, questo documento sanciva la riconquista della libertà. Allo stesso tempo, affermava lo scioglimento di un vincolo che, in pratica, si era dimostrato essere nullo per vizio di forma e, pertanto, era stato cancellato per sempre. Nessun rimorso, dunque, e invece finalmente tanta felicità nell’anima, a riprova del fatto che nel mondo c’è ancora giustizia e dunque qualcosa di buono. E così Olga, che conosceva i fatti, lo aveva coperto di baci prima che lui potesse dire buonasera e liberarsi del sacco che aveva a tracolla e prima che potesse rendersi conto che alla fine era ritornato a casa sua. La casa di suo padre e di sua madre. Eros ebbe sentore che ora tutto sarebbe stato diverso, anche quando la carne avesse avuto desideri contrari allo spirito e lo spirito desideri contrari alla carne. Vi sorrise, poi si meravigliò, finalmente, che lei, Olga, stesse ancora lì, in casa sua.
Si meravigliò, ma ne fu contento, perché a lui mancava una donna. Non sarà stato nemmeno questo… ma sì, a Eros era mancato l’affetto di una donna e Olga, E come che no? glielo stava dimostrando e ora se lo baciava del tutto inaspettatamente, come se da sempre ci fosse stata un’intesa tra loro. Come se insieme avessero atteso quel momento liberatorio. Eppure tra loro non c’era mai stato niente, almeno lui non se ne rammentava, anzi, per il passato aveva trattato lei con una certa indifferenza, sebbene con tutta l’umanità di cui era stato capace. Olga, che aveva avuto vicino tante altre volte e cui non gli sembrava di avere mai badato più di tanto. Sì, ai funerali di sua madre lei si era mostrata molto affettuosa, a ben ricordare. E poi, all’indomani stesso di quest’altro giorno funesto, Eros, d’accordo con Paride, suo fratello, aveva affidato la casa nelle sue mani ed era partito senz’altro, senza nemmeno voltarsi indietro e semmai maledicendo il giorno… Non aveva nessuna intenzione, allora, di fare ritorno là dove aveva già sofferto gran parte della vita. Tuttavia, a pensarci, quanto a Olga, gli era successo di notare in qualche occasione l’avvenenza della ragazza. Forse sì, forse, ma non più di tanto. E così lei adesso gli saltava fuori in qualche modo dalla coscienza e insomma Eros scopriva che non gli era mai stata del tutto indifferente. Se la ricordava, certo che la ricordava. Sì, sì, ne era rimasto colpito più di una volta, ma aveva avuto pensieri altrove, allora. Adesso lei era qui a baciarlo. Olga, la serva di sua madre, la badante. La schiava, come per gioco, ma non senza una ragione, Eros più volte l’aveva indicata a parenti ed amici. La schiava ucraina di mia madre, era solito dire. A suo tempo Chiara, la sua ex moglie, che fortuna non averla più per moglie, addirittura se ne era risentita, che non si dicono queste cose, che non si dice schiava, che anche chi fa la badante ha la sua dignità.
Certamente, aveva replicato lui, ma a me pare che trattiamo queste donne da schiave. Queste straniere che stanno tutto il giorno ad accudire i nostri vecchi… vecchi, malati e malandati, senza darsi le pene che ci diamo noialtri per fare l’ennesima parte del loro lavoro… Lavoro, scandiva. Le trattiamo, contro ogni morale, come mezzo per i nostri scopi, certamente non come fine, cioè come persone. Si vendano i buoi vecchi e i capi di bestiame difettosi e si venda lo schiavo vecchio e malandato e ogni altro peso morto, gli aveva suggerito una volta l’amica Nora, camicetta bianca, pantaloni blu. Ma anche i tempi del saggio Catone erano andati, sono passati anche quelli. E tuttavia noi, ipocriti, siamo capaci di chiedere, Per favore questo e per favore quello. Ma per favore che? Olga, mi vai a comprare un momento questa cosa? Oppure, mi fai quest’altea? O anche, Olga, mi fai la domenica questa settimana? Che, ahimè, io ho il teatro, scena drammatica in Medea della Melato, come se il teatro lo avesse prescritto il medico. E intanto io, io, io. Io al centro di tutto e poi si recrimina se uno chiama col suo nome le cose. Le persone, in questo caso. Ma uno schiavo forse non è una persona e una schiava ancora meno. E Olga, buona buona, si era sobbarcata alle sue fatiche, appunto come una schiava, ignorata dalle esigenze di una società chiusa, tutta intenta a se stessa. Ma quella parola lì, aveva detto Chiara, e intendeva schiava, Non la voglio nemmeno sentire, capito? E aveva girato le spalle e se n’era andata via, senza dare una mano. Lei, che era contro la schiavitù, una mano non la dava né per altruismo, né per obbligo. E quale obbligo, d’altra parte? Nei confronti della suocera, la madre di Eros, certo non ne aveva mai avuti. Invece, Olga, la schiava… e ora quella schiava era la donna che lo stava baciando. Così, su due piedi, letteralmente sollevata sulle punte dei piedi, e in modo affatto gratuito, gli aveva gettato le braccia al collo e lo chiamava, Liubob moià, amore mio. Lei lo inebriò, lo sconvolse e gli fece venire dentro una voglia forsennata di amare e di possedere. Anzi, di possederla. Questa donna qui, ora, subito, Olga. Eros non poté resisterle oltre e finalmente entrò nel suo letto.
Dopo le fatiche dell’amplesso, Eros e Olga si guardarono in faccia e si sorrisero. Erano due che si stavano ritrovando? Il fatto certo era che lei, a quel che sembrava, lo aveva aspettato un mucchio di tempo, lui invece se l’era trovata tra le braccia per caso. Ma ora, ora gli sembrava che fosse una cosa del tutto naturale, nel senso che aveva il suo di senso, che era proprio quello che doveva verificarsi. Altrimenti che? Cioè, altrimenti, a pensarci, lui che cosa avrebbe fatto stasera e domani e un altro giorno? Che cosa ne avrebbe fatto ora della sua vita? Pur avendo compreso che non è solo quello che fai che conti tanto, quanto come lo fai. Robinson, come Eros si era definito in una lettera all’amica Nora, era tornato dalla sua isola solitaria, Ogliastro, dove aveva cercato di recuperare la sua coscienza di uomo e ora doveva pure dedicarsi a qualcosa, considerato che l’essere proprio di ognuno coincide col suo agire. E così, infatti, si apriva una prospettiva, là dove solo un vago sentimento di ricominciare a vivere, non solo di tirare avanti, si era alla fine fatto strada nella sua testa e l’aveva riportato sulle tracce della sua storia passata, vale a dire nel suo quartiere e fra la sua gente. Questo ricongiungersi a ciò che era stato, trait d’unione tra l’io sono e l’io sono quello che sono stato, costituiva ormai l’unica maniera onesta che, gli era sembrato, potesse dare significato alla vita. A che cos’altro avrebbe dovuto dare senso quello, poi, se non alla vita, giacché è proprio alla vita che di solito manca il senso?
I due amanti, ci vuole poco a saltare in una categoria fino a qualche ora prima impensata, continuarono a baciarsi e a farsi carezze. Lui prese gusto a baciarla appassionato sulle spalle e sulle bianche braccia. Olga, le disse, Com’è bianca la tua pelle. Non sei mai andata al mare?
Al mare? Fece lei con una domanda che voleva essere una risposta.
Sei andata al mare?

***
Da questa parte, QUALCOSA
di Gennaro Maria Guaccio
2012, 284 p.
Aletti
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Gennaro Maria Guaccio

Gennaro Maria Guaccio (Napoli, 1948), scrittore e saggista, vive a Napoli. Oltre a poesie, novel­le e saggi in antologie, ha pubblica­to: Vita con le donne (racconti), Estate a Mezzatorre (romanzo), Che male c’è se ti amo? (romanzo), Le aporie del tempo (saggio), La condanna (romanzo), La festa dei fichi (romanzo), Pensando il tempo (racconti), Il Barone borotalco (romanzo), Tu che bevi il mio caffè (racconti), Da questa parte, Qualcosa (romanzo).

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7 Commenti

  1. il tema centrale ovvero il male dell’anima è un bellissimo ed intricatissimo argomento. Per molti anni psicologi, sociologi, psichiatri hanno cercato di sviscerarlo nei modi più disparati. Bellissimo l’incipit del libro che merita di essere letto nella sua interezza.

  2. Romanzo che ci arriva dritto al cuore, riconoscendoci in quel dolore che ognuno porta dentro , nei momenti difficili lunghi da superare e che lascia aperta la porta della speranza…

  3. Che bello un libro sulla speranza come se ne trovano pochi ormai! Anche io penso che da qualche parte c’è sempre qualche cosa anche per il più disperato quindi credo sia proprio un libro da leggere!

  4. Un libro davvero molto interessante e soprattutto attuale, infatti parla del male del secolo “la solitudine” che è molto sentita in questo secolo per via di vari motivi, ma nello stesso tempo il libro lascia aperta anche la porta della speranza, infatti quando tutto sembra perduto come dice il tittolo del libro qualcosa accade, da leggere sicuramente tutto.

  5. perchè qualcosa…accade! Perchè la vita continua a stupirci, perchè la vita offre sempre possibilità, opportunità…perchè la vita ci prende e sorprende.. credo che l’invito del libro sia anche questo..il lasciarci sorprendere e il tener la “porta” aperta a quel che può esserci al di là di quella “porta”…

    • Grazie del commento. Tuttavia vorrei sottolineare che il tema generale del mio romanzo è la presenza di devianze e/o di un male diffuso nel mondo, che non è soltanto male fisico, ma soprattutto male dell’anima. Questo male si manifesta sotto molti aspetti e spesso ce lo portiamo dentro e ci condiziona la vita. Ma, credo,c’è speranza.

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