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Da qui a Bond Street di Giusi Cristiano Romersa

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Da qui a Bond Street di Giusi Cristiano Romersa

Un romanzo di ampio respiro che racchiude un secolo di storia: dal 1800, fin quasi ai giorni nostri. La saga di una famiglia che diviene leggenda con le sue eroine: madri e mogli forti, tenaci, indipendenti. Affascinanti. La storia delle sorelle Vineis.
“Ero bambina quando le conobbi e presto divennero anche per me un mito. Erano le sorelle di mia nonna” dichiara l’autrice.
Le vicende si dipanano tra Londra, Parigi, New York. In un narrare esemplare e fluido, spicca la figura di Delia che, lasciato il paese nativo, “sbarca” all’altra parte del mondo. Delia e le sue lettere d’amore. Delia che non aveva paura…


DA QUI A BOND STREET
di Giusi Cristiano Romersa

Edizioni Il Filo – collana Nuove voci
2006, 209 p.
In un grande affresco che abbraccia un secolo di storia, viene
descritta l’epopea di una famiglia che si snoda fra quattro generazioni
di donne. Tra sogni realizzati e falliti, lavori ingrati e appaganti,
la loro vita viaggia nei ricordi di vecchie lettere, trovate e lette
dall’ultimo anello di queste generazioni. Fra tutte spicca Delia, che
dal paese e dalla vecchia casa, con il suo passato, i suoi muri
ricamati di crepe e il pavimento rosso, giunge all’altra parte del
mondo. Fra la Londra, la Parigi e la New York dello scorso secolo, si
snodano le vicende di queste mogli e madri forti, che di fronte agli
uomini sono le vere eroine della loro vita. Emancipate, indipendenti,
consce di dover contare sulle proprie forze e consapevoli soprattutto
che una donna vuole cose che un uomo non può darle: tenerezza e
complicità; quell’amore fine a se stesso che però non si ricorda mai,
da una volta all’altra, che gli uomini sono incapaci di dare.

Dal Capitolo I – Non sarà questa la mia vita

 

Giulia voleva essere come loro: dolce come Olga, intelligente come Lina, affascinante come Delia.
Era la cocca delle zie. In lei vedevano riflesse un po’ di se stesse, con pregi e difetti variabili, secondo chi ne parlava.
«Estrosa come Delia!» le ripeteva zia Olga.
«Vanitosa come Olga e testona come Lina» diceva zia Delia.
Una famiglia matriarcale, che avrebbe influenzato profondamente la vita di Giulia. Ed avrebbe in qualche modo condizionato il suo modo di vedere gli uomini.

* * *

Le Vineis erano le ragazze più interessanti di Mongrando, un piccolo paese piemontese. La loro madre, Cesira, fu la capostipite di questa razza di donne senza paura. Si era innamorata a prima vista, a soli 17 anni, di Alessandro, un coetaneo bello, pieno di vita, generoso e irruente, di un’ingenuità disorientante, ma pessimo partito, senza un soldo, orfano e per di più analfabeta.
Tutto ciò non impedì il matrimonio di Cesira, figlia di un preside e di una maestra: due personalità, per l’epoca, che avevano cercato di dare una buona istruzione alla ragazza., che amava il teatro, la musica e la lettura. La libertà era stata uno degli insegnamenti dei suoi genitori. Non interferirono nella sua scelta, ma non se ne ebbero a pentire, perché la vita di Cesira e Alessandro fu lunga e felice.
Cesira provò ad insegnare ad Alessandro a leggere e scrivere: fu un fallimento e lui imparò solamente a firmare con mano incerta e a leggere quel tanto che basta per capire, nulla di più. Non era un uomo interessato alla cultura e di questo Cesira ne era piuttosto dispiaciuta, ma lo amava per quello che era e non gli chiese mai di cambiare.
Sapeva che suo marito era dotato di un grande talento naif.
Creava lame, coltelli, grate, balconi, ringhiere e cancelli con bellissimi disegni che forgiava sul fuoco. Nella piccola officina dove lavorava, Alessandro appariva a Cesira come un grande artista e si inteneriva nel vederlo così, rosso, affaticato, felice di mostrarle il lavoro finito, sempre con qualcosa di artistico, perché anche il più banale coltellino aveva un suo ricamo, un’incisione, una cifra che lo rendeva unico. Lei lo aveva capito e apprezzava i suoi lavori.
Nel giugno del 1893 nacque la loro primogenita, Delia.
Alessandro non si oppose a quel nome, anche se non gli piaceva. Si ripromise però che il suo secondogenito avrebbe avuto un nome di sua scelta e di suo gradimento.
«Ara, se sarà un’altra femmina la chiameremo Ara» disse Cesira, dal momento in cui restò incinta per la seconda volta.
Suo marito ascoltava spesso questo ritornello, ma faceva sempre finta di non sentire. Che diamine, il secondo figlio doveva per forza essere un maschio, così il nome l’avrebbe deciso lui, il padre!
Ma appena la levatrice fece entrare in camera da letto Alessandro, davanti a una puerpera esausta, che aveva appena partorito la sua secondogenita, le disse: «Allora, Cesira, come la chiamiamo?».
«Perché, come vorresti chiamarla? Margherita? Aurelia? Lo sai benissimo come la chiameremo!» gli aveva quasi urlato dal letto, provata dal travaglio. Non aveva perso la sua grinta. Quell’uomo ogni tanto le sembrava tonto. Possibile che fingesse di non ricordare? Nei nomi che voleva per le sue figlie c’erano anche frammenti dei suoi sogni, lui avrebbe dovuto lasciarle almeno quello spazio, senza tanto recriminare!
All’ufficiale dell’anagrafe, Alessandro disse con garbo: «Mi è nata un’altra bambina. La chiamiamo Margherita Aurelia».
La scenata di Cesira non pose rimedio a quel nome che sembrava uno scherzo. Ma la piccola Margherita Aurelia fu sempre, per tutti, solo e sempre Ara.
A ruota nacquero Virginia, Olga e Primo, che in realtà fu battezzato col nome del padre di Alessandro: Mattia.
Cesira pensava tutto il male possibile del suocero e aveva già deciso che non si meritava quella continuità. Sapeva quanto Alessandro era stato maltrattato da bambino, motivo sufficiente affinché il suo unico figlio maschio non si chiamasse come il nonno.
Anche Alessandro non poteva dimenticare la profonda ferita sull’avambraccio destro, ricordo di una delle tante violenze subite.
Per ultima nacque Giacomina. Quel nome fu affibbiatole in segno di rispetto per lo zio Giacomo, che aveva aiutato Alessandro a superare i momenti difficilissimi di un’infanzia in felice e molto dura. Certo non era un gran bel nome per una bambina, così entrambi i genitori adottarono subito quel diminutivo, “Lina”, che le restò appiccicato per tutta la vita.

Giusi Cristiano Romersa è nata a Biella nel 1954 e vive a Brusnengo, con il marito Guido e la gatta Circe. Da sempre amante dei viaggi, è docente di materie turistiche nelle scuole di settore. Da qui a Bond Street è il suo primo romanzo.

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