Dalle nostre radici .. di Vander Penazzi

Dotato di una solida cultura e di valori inestimabili, Vander Penazzi ci propone la lettura di un mirabile libro che ci riporta indietro nel tempo tra episodi e personaggi di fine ‘800 ed inizio ‘900 quando erano ben radicati quei sani valori che purtroppo ai giorni nostri sembrano scomparire del tutto, schiacciati da una folle corsa verso le mete effimere del nostro quotidiano vivere. A quell’epoca vivevano uomini e donne che, pur essendo privi di tutto, seppero affrontare le difficoltà dell’esistenza e trasmettere a noi tutti quella ferrea volontà, quell’attaccamento alla vita, quei sani principi morali e valori che sono alla base di una grande civiltà. “Dalle persone citate in questo mio scritto provengono le mie radici. Di esse conservo la memoria, con sincerità e orgoglio e la trasmetto a chi voglia conoscere, sapere. Spero sia tuttora presente in molti la consapevolezza che il patrimonio di valori da noi lasciati in eredità alle generazioni future sarà testimone della nostra capacità di essere o meno degni eredi di quegli uomini e di quelle donne” scrive Vander Penazzi. Afferma anche: “In questo momento storico il pensiero comune sembra essere schiacciato sul solo presente e nella quotidiana ed affannosa rincorsa al denaro.” Un meraviglioso libro della memoria che reca con sé un grande messaggio: bisogna ritrovare i valori perduti, altrimenti sull’umanità calerà una densa cortina di ombre e oscurità, senza lasciare più spazio ad albe radiose. Nella chiara ed efficace scrittura del Penazzi sono presenti oltre alle descrizioni paesaggistiche, all’ottima ambientazione e descrizione dei vari personaggi, anche tutti gli stilemi che dal romanticismo in poi animano la poesia e narrativa contemporanea: i luoghi della memoria, gli affetti, le stagioni, i racconti del nonno, la fanciullezza, il senso della socialità colta nel dolore, sono le strutture agili e forti in cui si sviluppa e si ramifica il desiderio di penetrare anche l’imperscrutabile e di esprimere tutto l’attaccamento e l’amore per la terra e l’umanità intera. Nicla Morletti

Anteprima del libro

Corelli

A mezzanotte in punto
si sente un corno suonar,
saran gli scariolanti
che vanno a lavorar…

Stava calando la sera di una calda giornata di metà Maggio 1901. Corelli aveva ormai finito, assieme al tecnico del Genio Civile, di misurare e delimitare coi picchetti i lotti di terreno che le squadre degli “scariolanti”, l’indomani, avrebbero dovuto prima scavare e poi trasportare dalla golena e dal letto quasi asciutto del fiume fin sopra gli argini.
Lui, grazie alle sue capacità di calcolo, era stato incaricato dall’assemblea dei braccianti a rappresentarli durante le operazioni di misurazione. Il lavoro veniva assegnato a cottimo: ogni operaio doveva movimentare quattro metri cubi di terra per una paga giornaliera di due Lire.
Il lotto previsto per una squadra, composta normalmente di dodici elementi, misurava quarantotto metri cubi, corrispondenti ad un peso di circa ottanta- cento tonnellate a seconda del tipo di terreno: argilloso, sabbioso, asciutto o fangoso.
Quello della “carriola” era certamente uno dei lavori più pesanti; in pratica gli uomini si trasformavano in bestie da soma. Scavare, caricare la carriola e spingerla, attraverso gli stretti camminamenti fin sopra gli alti argini, richiedeva uno sforzo sovraumano.
Nelle giornate di bel tempo, a Primavera inoltrata, lavorare sotto il sole cocente all’interno degli argini del fiume, dove non si sentiva il benché minimo refolo di vento, l’arsura toglieva il fiato ed il sudore colava copioso lungo il corpo fino a bagnare il terreno sotto i piedi scalzi.
Al contrario, quando il tempo era perturbato, le piogge inzuppavano la terra rendendola molle e le strette ruote delle carriole, di legno ricoperte da una lamina di ferro, sprofondavano nella fanghiglia; spingerle verso l’alto lungo le viscide rampe, richiedeva uno sforzo che definire disumano è puro eufemismo.
A volte era necessario che un secondo uomo tirasse con una fune dalla parte anteriore la carriola per alleggerirne l’avantreno e riuscire in tal modo a risalire la costa degli argini. In questi casi i tempi di esecuzione dei lavori si allungavano a dismisura ma si doveva continuare fino a quando non fosse stato completato il lotto assegnato. Tutto questo sempre per la medesima paga di due Lire.
Nonostante le grandi difficoltà, questo tipo di lavoro, che il Genio Civile faceva eseguire ogni anno per rinforzare gli argini dei fiumi onde evitare disastrose alluvioni, era molto ambito specialmente da coloro che disponevano della necessaria forza fisica.
Nella maggior parte dei casi si costituivano, spontaneamente, squadre composte da uomini giovani e vigorosi che portavano a termine il lavoro loro assegnato in un tempo ragionevole; ciò consentiva loro di rientrare abbastanza presto e di riposare per qualche ora anche prima del pasto serale.
Ben diverse erano le condizioni per le squadre composte da anziani, giovinetti o addirittura da donne che, non avendo altre opportunità, dovevano guadagnarsi la giornata alla “carriola”.
Questi, disponendo di forze fisiche limitate, completavano il loro cottimo molto più tardi e rientravano alle loro case appena in tempo per la cena, al termine della quale molti già cascavano per il sonno e la stanchezza.
Tuttavia era necessario resistere per poter riscuotere la propria paga al Sabato sera, quando il Genio Civile avrebbe puntualmente retribuito il lavoro settimanale e poter così disporre del denaro necessario, si diceva, per mettere su la pentola almeno alla Domenica.
Corelli, col suo incarico, oltre ad aver diritto ad una paga superiore, che gli aveva permesso di acquistare la bicicletta e l’orologio, poteva raggiungere più tardi il cantiere, limitarsi ad una prima verifica circa l’avanzamento dei lavori e registrare i nomi degli operai presenti nelle varie squadre. Di tanto in tanto dava una mano ai più deboli che potevano in tal modo concedersi qualche pausa di riposo. Lui aiutava sempre chi si trovava in difficoltà senza mai chiedere nulla e per questo era ben voluto da tutti.
A sera, terminate le misurazioni, rientrava e dopo cena si tratteneva all’ osteria fin verso mezzanotte; a quell’ora saliva sul ponte del borgo e suonava il corno, ovvero la sveglia per gli operai che, dovendo raggiungere il cantiere a qualche ora di cammino, partivano presto per dare inizio ai lavori con le prime luci dell’alba, quando il fresco del mattino rendeva meno ardua la fatica.
Stava percorrendo in bicicletta il sentiero che costeggiava l’argine del fiume, quando gli si fece incontro un giovane che procedeva a piedi, in senso contrario, portando un fagotto sulle spalle.
“Dica buon uomo, qui siamo ancora in provincia di Ravenna?” Corelli scese dalla bicicletta e rispose: “ No, l’altra sponda del fiume è sotto Ravenna, questa è già in territorio ferrarese. Un chilometro più avanti, alla confluenza del Sillaro comincia la provincia di Bologna. Perché mi chiedi questo? Ti sei forse smarrito?
“No, non mi sono smarrito, vengo dalla Massa e da queste parti non ero mai passato; mi interessava solo sapere se ero riuscito ad uscire dal territorio della provincia di Ravenna”.
“Perché mai? Hai forse combinato qualche marachella e ti vuoi allontanare dal luogo del misfatto? Guarda che qui certi personaggi non sono ben visti, anche se devo dire che la tua faccia non mi sembra quella di un delinquente”.
“Cosa vuole. Io, per carattere non sopporto la prepotenza e la sopraffazione.
Il fatto di trovarmi, alcune sere or sono, di fronte ad un “fattore” del Duca di Fabriago che stava maltrattando una giovane vedova mia conoscente, che per la necessità di rientrare urgentemente a casa aveva accettato un passaggio sul suo calessino ma, di certo, non per acconsentire poi alle profferte quasi subito da questi avanzate, mi ha fatto uscire dai gangheri.
Ho preso le difese della donna e quello ha cominciato a colpirmi col manico della frusta, se vede ho dei lividi in tutto il corpo. Ad un certo punto sono riuscito ad afferrare la frusta e con uno strattone l’ho fatto cadere giù dal calesse rifilandogli poi tanti pugni fino a quando non è rimasto immobile e stordito a terra.
Ho quindi accompagnato la donna a casa sua dove la aspettavano due bambini in tenera età, uno dei quali, il più piccolo, aspettava la mamma per la poppata.
Stavo terminando di mangiare il piatto di minestra che la vedova mi aveva offerto, quando cominciò a spargersi la voce che, sul far della sera, un “fattore” del Duca era stato aggredito, forse a scopo di rapina.
Si diceva che dopo il suo ricovero all’ospedale di Lugo, sebbene non fosse riuscito ancora a dare alcuna indicazione, i Carabinieri, sollecitati dal Duca, stessero già indagando per trarre in arresto l’autore del misfatto.
Dimostrare che la causa di tutto era stato un tentativo di violenza su una donna e che ero stato duramente colpito prima di reagire mi sarebbe stato pressoché impossibile.
Il “fattore” ed ancor più il Duca, con le loro conoscenze e disponibilità economiche, avrebbero sicuramente trovato il modo di farmi condannare.
Ho raccomandato alla vedova di non parlare dell’accaduto, me lo ha giurato e di lei mi fido, poi mi sono affrettato a raccogliere le mie poche cose ed a cercare di cambiare aria.
Ora sono qui, fuori dalla giurisdizione dei Carabinieri di Lugo. Potreste anche denunciarmi ma se mi sono confidato è perché il vostro mi pare il volto di una persona onesta.
Io ho bisogno di persone delle quali potermi fidare e che in qualche modo mi possano anche aiutare.”
“Ragazzo mio sei capitato bene, anch’io sono della stessa pasta ma non ho molto da offrirti; se tu volessi potresti lavorare qui nel cantiere, ogni giorno manca qualcuno e tu potresti rimpiazzarlo sotto suo nome utilizzando i suoi attrezzi ma sappi che si tratta di un lavoro molto faticoso, anche se devo ammettere che oltre che giovane mi sembri anche vigoroso. Ti va di provare?”
“Certamente, mettetemi alla prova e non avrete di che pentirvene. Piuttosto, dove posso mangiare qualcosa e passare la notte senza dare troppo nell’occhio?”
“Gli operai, a fine giornata, lasciano i loro attrezzi sotto una tettoia presso la casa colonica che vedi là in fondo. Se disponi di qualche soldo penso che un piatto di stufato per cena ed una branda per la notte là potrai procurarteli; conosco il contadino e la moglie, sono brava gente, se vuoi ti accompagno.”
Corelli presentò il giovane come suo conoscente venuto a cercare lavoro e la famiglia lo accolse benevolmente. Se fosse rimasto per una sola notte non avrebbe dovuto pagare nulla; se si fosse trattenuto più a lungo per il lavoro, gli avrebbero offerto vitto e alloggio per una Lira al giorno.
“Penso che tu possa essere soddisfatto della sistemazione visto che la paga giornaliera sarà di due Lire ; a proposito, io mi chiamo Corelli e tu?” “Selva Pasquale” fu la risposta. “Bene, agli altri devi dire solo il nome. Per il cognome ci penserò io a trovartene uno provvisorio per il periodo in cui resterai a lavorare nel cantiere. Se annotassimo quello vero sui registri del Genio Civile correresti il rischio di essere scoperto e magari arrestato; sai la macchina della “cosiddetta” giustizia si muove lentamente ma non si ferma mai, specialmente quando si tratta di perseguire un poveraccio.”
Disse questo inforcando la bicicletta ed avviandosi verso casa. Il fatto di avere aiutato il giovane lo rendeva particolarmente felice ma, nello stesso tempo, gli occhi gli si riempirono di lacrime.
Il ricordo andò a quel giorno in cui sua madre, sola nei campi, dovette subire la violenza di un “battiguazza” del padrone e lui in tenera età dovette, piangendo, assistere alla scena. Rivedeva ancora la madre gridare e dibattersi per resistere alla violenza dell’uomo; a quell’età non poteva rendersi conto di quanto esattamente stesse accadendo, più avanti negli anni lo avrebbe capito e la rabbia avrebbe continuato a tormentarlo.
Tutti sapevano che una denuncia alle autorità non sarebbe servita a nulla. Dalle leggi in vigore la donna non era assolutamente tutelata ma il padre, che pur disponeva di un vigore fisico più che adeguato, non osò, per troppa vigliaccheria, affrontare l’energumeno che aveva violentato sua moglie e preferì abbandonare la famiglia. La donna, per la vergogna, si era in seguito tolta la vita.
Lui aveva giurato sulla tomba della madre che un giorno, da grande, l’avrebbe vendicata ma non gli era stato possibile; qualcuno prima di lui lo aveva fatto e non si era mai saputo chi.

***
Dalle nostre radici ..
Vita, miracoli e morte di gente forte, fiera e generosa
Episodi e personaggi di fine anni ‘800 e inizio ‘900

di Vander Penazzi
2014, pag. 137
Edizioni Antica Humana

Vander Penazzi

Vander Penazzi, nato ad Argenta il 13/11/1943, vive e lavora ad Anita di Argenta. Questo piccolo centro sorge là dove il corso del fiume Reno (ex Padus Primarius) appoggia i suoi argini alle acque delle valli di Comacchio, nel territorio dell’Antica Humana. Alle opere di Vander sono stati assegnati numerosi riconoscimenti.

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4 Commenti

  1. catapultati in un’altra epoca, l’autore ci lascia con il fiato sospeso e incuriositi del seguito.
    Grazie per l’anteprima, molto gradita.

  2. Molto affascinante ed interessante! Mi piacciono tanto i racconti di questo genere, anche perchè è un periodo che, ovviamente, non ho vissuto e mi incuriosisce da morire conoscere ed entrare in quel mondo così lontano da quello che è oggi la nostra realtà.

  3. Il romanzo sembra molto interessante, spero di aver la possibilità di apporfondire un periodo che non mi è appartenuto ma che è comunque irradicato in me.

  4. Sembra di sentire i racconti dei nostri nonni, di un modo di vivere tanto diverso da quello di oggi, un mondo con tante ingiustizie ma con persone disposte ad aiutare uno sconosciuto, mentre oggi siamo spesso indifferenti.

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