domenica, Agosto 9, 2020
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E sempre corsi e mai non giunsi il fine… di Mario Manfio

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E sempre corsi e mai non giunsi il fine... di Mario Manfio

E sempre corsi e mai non giunsi il fine… di Mario Manfio, una autobiografia scritta come un romanzo che ci aiuta a capire perché nessuna vita è una vita qualunque.

E sempre corsi e mai non giunsi il fine… di Mario Manfio, storia di “una vita (quasi) qualunque”

Perché raccontare la propria storia in un libro? Perché contiene dei messaggi che meritano di essere trasmessi e diffusi. C’è un sottotitolo: “Una vita (quasi) qualunque”. Fermatevi un istante a riflettere su cosa significhi quel “quasi” e poi valutate se la vostra è una vita qualunque o se anche voi avete un “quasi”, nascosto da qualche parte dei vostri sogni. Se guardate bene, lo troverete sicuramente. La differenza è tutta lì. Può darsi che, in effetti, nessuno possa davvero definire “qualunque” una vita, ma per rendersene conto bisogna fare un percorso. Mario Manfio lo ha fatto, ed è riuscito a farlo con una maestria tale da far impallidire (quasi) tutti quelli che hanno tentato l’autobiografia. Già, perché nascere nel 1938 significa aver vissuto buona parte di uno dei secoli più determinanti della storia dell’umanità. Ecco perché diventa importante raccontare la propria storia. Se a tutto questo si aggiunge anche un’ironia sferzante ed una leggerezza avvolgente, l’importanza della testimonianza diventa piacevole e coinvolgente come un romanzo.

“Senza i sogni la mia vita non sarebbe stata quella che effettivamente è stata e, senza dubbio, sarebbe stata molto più triste e molto meno appagante”

Anteprima dell’opera

Capitolo I

E’ accaduto.
Non posso onestamente dire se sia stato un bene o un male; né posso dire, a maggior ragione, se lo sia stato per me o per gli altri.
Tuttavia, come dicevo, è accaduto.
Era il 25 marzo di un ormai lontano, remoto 1938.
Che cos’è accaduto?! Che diamine! Sono nato.
Nove mesi prima, mio padre, dopo un’assenza abbastanza lunga, era tornato e aveva tentato (penso, senza troppa convinzione) una qualche riappacificazione con mia madre.
Nel frattempo, visto che rivestiva il ruolo di guardia confinaria, aveva provveduto a trasferire, anche se a nessuno (forse neppure a lui) è mai stato chiaro il perché, la residenza di tutta la famiglia nel paesino dove prestava servizio: San Pietro del Carso, ch’è oggi noto col nome di Pjuka e si trova in Slovenia.
Forse la cosa può non sembrare interessante, ma ci sono in ciò alcuni aspetti curiosi che si manifesteranno più tardi e di cui parlerò in seguito.
Sarà opportuno ricordare che “pjuka” in sloveno, a quanto mi hanno detto, vuol dire “inghiottitoio”, che si potrebbe considerare quasi un sinonimo di “buco”, per dirne… l’importanza e le caratteristiche.
Tornando a quel 25 marzo, potrei farmi bello citando Dante e dicendo che “il sol montava in su con l’altre stelle ch’eran con lui quando l’Amor Divino mosse di prima quelle cose belle”, era cioè nella costellazione dell’Ariete.
Non ricordo di aver guardato dalla finestra e, di conseguenza, non sono in grado di dire se la giornata fosse bella o no. Quello che ricordo è che, essendomi quel giorno svegliato presto (dovevano essere le sette del mattino), mi è rimasto addosso a tutt’oggi un bel po’ di sonno arretrato.
Quel 25 era un venerdì…, ma non me la sento di trarre da ciò conclusioni relative al futuro; so infatti che mia madre era nata di domenica e tutto si può dire tranne che la sua vita sia stata fortunata.
Mio padre, che aveva, come gran parte dei veneti, un nome (anzi due) reboante: Nestore Urbano e che, firmando, li usava tutti e due, o almeno le iniziali (oggi si penserebbe subito alla Nettezza Urbana), avrebbe voluto affibbiare pure a me un nome altisonante, quello di chi dominava allora in Italia: Benito. Non va dimenticato che il citato N.U. Era “camicia nera scelta, caposquadra…”. Approfittando del fatto che il Nestore era nuovamente uccel di bosco e visto che ero nato il giorno d’una festa della Madonna, l’Annunciazione, mia madre ripiegò su un non altrettanto impegnativo Mario, cui aggiunse il nome del mio nonno paterno, morto quando mio padre era ancora bambino, tanto per dare un contentino al marito. Peccato che quel nome fosse Florindo, un nome ch’io da piccolo non sapevo pronunciare (scambiavo fra di loro la L e la R)e che mi è stato per decenni una specie di croce, pur senza farmi diventare Cavaliere.

Quando avevo otto mesi, la mia fotografia comparve per la prima volta sul giornale: si trattava del concorso dei bimbi belli. La stessa fotografia sarebbe ricomparsa sullo stesso giornale al compimento dei miei sessant’anni. Ma questo è un mettere il carro davanti ai buoi, anche se, al giorno d’oggi, nessuno o quasi ha più esperienza di buoi e le ferrovie dimostrano che le motrici (i buoi di oggi) si possono collocare anche dietro i vagoni, almeno in certi casi. La fotografia mi ritraeva a torace nudo, mentre con una mano sorreggevo i pantaloncini e con il pollice dell’altra mi coprivo un capezzolo; sorridevo soddisfatto e… non avevo un pelo sulla testa (il fenomeno si sarebbe ripetuto quasi uguale con mia figlia e mio nipote). Potevo vantare due begli occhi scuri e infossati, quelli che facevano sì che mia sorella, che ha dieci anni e mezzo più di me, mi svegliasse per vederli se, quando rincasava, io dormivo, un’aria discretamente intelligente (con l’età poi sono peggiorato) e un atteggiamento da padrone del mondo.
Per restare al momento in cui avevo otto mesi, ricorderò che in quel periodo avvenne il mio primo e unico incontro con mio padre. Non posso ovviamente dire se quest’incontro fu per lui importante e fonte di sensazioni ed emozioni; benché non ne abbia memoria diretta, posso senz’altro affermare che fu assolutamente indifferente per me.
Quando poi sono diventato a mia volta padre e poi nonno, mi sono trovato a chiedermi quale influsso abbia avuto sulla mia vita, sulla mia “attività” di padre e di nonno l’assenza praticamente totale di colui che, per natura e per le convenzioni sociali, sarebbe dovuto essere il mio maestro di vita, il mio esempio vivente. Spero di non aver commesso troppi errori.
Qualcuno, che evidentemente mi vuole bene più di mio padre, quando le ho raccontato (sì, è una donna) di non aver mai conosciuto il mio genitore, mi ha detto: “Non sa quello che ha perso”… Grazie, Loretta!
Ma… restiamo ai miei primi mesi.

E sempre corsi e mai non giunsi il fine…
ovvero: Una vita (quasi) qualunque
di Mario Manfio
Copertina flessibile: 170 pagine
Editore: Europa Edizioni (13 febbraio 2018)

Mario Manfio

Scrive di sé Mario Manfio:
Sono nato a Trieste nell’ormai remoto 1938. Ho frequentato il liceo classico e, per un po’, la facoltà di Giurisprudenza; sono poi passato, siccome avevo iniziato ad insegnare in un istituto privato italiano, latino e greco, alla facoltà di Lettere. Innamorato da sempre della mia voce (tenore lirico spinto/drammatico) e dell’opera, ho abbandonato l’università, pur continuando l’insegnamento.  Da un mio collega anziano ho ricevuto la spinta a dedicarmi “con serietà” alle arti figurative. Nel campo del canto non ho avuto fortuna, pur avendo avuto come insegnante, tra gli altri, il grande Mario Del Monaco, e l’opera è rimasta “nel regno dei sogni” (e dei rimpianti!). Dalla conduzione (assieme a mia moglie) di una trasmissione notturna presso una radio privata è rinata la pratica della poesia: ho pubblicato, al momento, sette libriccini di versi (più alcuni altri in compartecipazione) e sono presente in parecchie antologie nate da premi letterari. Una parete del mio studio è ricoperta di diplomi vari ricevuti negli stessi concorsi. Per le arti figurative, l’opera più significativa è il busto del poeta Virgilio Giotti (fusa e installata a spese del Comune), che si trova nell’atrio della scuola a lui intitolata, ma, come dice Tonio in “Pagliacci”, “di fare ancor meglio non dispero”, anche se penso che il tempo ancora a mia disposizione non sarà più tanto.“Altro di me non “vi saprei narrare”, come dice Mimì di Bohème.

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11 Commenti

  1. Che bella una vita romanzata per far capire che ogni esistenza è importante! Fantastica l’idea che ha avuto l’autore per far riflettere i lettori. Dall’anteprima poi si evince che il testo è fluido e non pesante. Chissà come continua…

  2. Tutti noi facciamo parte di una vita qualunque ma sta a noi renderla unica. Sarebbe un onore per me poter ricevere il libro e poterlo leggere

  3. Una anteprima decisamente interessante: l’ironia nel raccontare di sè coinvolge il lettore, lo aggancia ad andare avanti per “sapere cosa accade dopo”.
    I temi affrontati sono molto profondi ed emotivamente impegnativi ed, anche per questo, catturano l’attenzione di chi legge.
    Spero di poter continuare la lettura!

  4. Da queste poche righe, la storia mi appare già molto attraente, e poi l’anno di nascita è lo stesso del mio amato papà, che mi manca ogni giorno di più.Sarebbe emozionante leggere questo libro.

  5. Una vita quasi qualunque nelle terre del Carso. Una biografia che sicuramente narra una vita come altre ma con la consapevolezza che siano i dettagli a determinarne l’unicità. Un libro che promette emozioni ed un pizzico di sana ironia da come inizia. Una lettura che mi attrae.

  6. Scrivere una biografia non è mai cosa semplice, ma dalle prime righe si comprende bene, che una vita, quasi qualunque, diventa unica quando si riesce a sognare. Scorrevole e interessante, merita una lettura completa.

  7. Dall’anteprima del libro si evince che si tratta di una biografia molto coinvolgente, che trasmette la voglia di continuarne la lettura. Trama emozionante in particolare quando affronta quando affronta l’assenza del padre. Complimenti all’autore.

  8. Premetto che adoro le biografie e questa mi sembra particolarmente coinvolgente, grazie al registro fluido della sua scrittura. Mi piacerebbe avere questo libro come compagno di questa estate!

  9. Senza sogni non si vive e’ come avere un giardino senza fiori.
    I sogni sono quelli che ti colorano la vita e abbandonarli è come abbandonare una parte di noi stessi forse la migliore. Complimenti vivissimi e tanta fortuna per un libro che con la sua ironia insegna a non abbattersi mai.

  10. Da queste poche righe mi piace mi viene voglia di continuare a leggere peccato che è così poco sono davvero curiosa di vedere come finisce.Ne avrò l’occasione? Amo leggere e secondo me attraverso la lettura si può conoscere un buon e bravo scrittore per questo dalle poche righe già si capisce come lo scrittore riesce ad entrare nel cuore del lettore .Ottimo libro

  11. Da quello che ho potuto leggere dell’anteprima del libro , quello che più mi ha colpito è l’ironia e l’autoironia che traspare dal racconto anche quando l’Autore tocca dei temi “non troppo felici” della sua vita.
    Un testo molto scorrevole, con “battute ironiche”, che fanno si che il lettore legga con interesse quanto scritto.
    Mi farebbe piacere poter leggere l’intero libro, sicuramente ricco di tanti spunti di riflessione, come si evince anche dal sottotitolo….
    Buona giornata e cordiali saluti.

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