LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Happy hour, pataca & vu cumprà
Libreria di Manuale di MariAttraverso
questi racconti si scopre il volto di una Romagna descritta
efficacemente, con sagacia, in maniera arguta  e schietta.
Tra
scippi e raggiri, incontri sull’Adriatica, fratelli, badanti e Vu
Cumprà, emerge il mito dell’India per finire in "un gioco d’azzardo tra
amici". Le cronache di vita si alternano a "vecchie lentezze e inedite
frenesie". Tutto è cambiato in questa terra multietnica baciata dal
sole. Solo il mare è rimasto là, con la forza del moto delle onde. Il
mare, con i profumi e i sapori di un tempo. Con il suo infinito
orizzonte. Sempre lì. Da secoli. Mentre il mondo cambia.
Un bel libro dallo stile limpido e fluido, i cui contenuti, accattivanti, rimangono impressi per sempre nella memoria.

HAPPY HOUR, PATACA & VU CUMPRÀ
Storie della Romagna globale e multietnica
di Nello Agusani
Giraldi Editore
2008, pag. 156
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Prefazione di Sauro Mattarelli

In
questo libro il lettore scoverà racconti d’ambito romagnolo assai
diversi da quelli a cui siamo abituati. Non ci stiamo riferendo
all’impostazione narrativa, ma al modo di raccontare e, soprattutto, a
ciò che viene descritto. Da queste pagine scaturisce la Romagna che non
t’aspetti, o che ci ostiniamo a non vedere nonostante scorra innanzi a
noi sotto forma di incalzante quotidianità.
Terra fra le terre, che
potremmo ritrovare in qualsiasi sobborgo di qualunque parte del pianeta
"globale ". Tanto ormai sono infrante distanze e tempi; confusi giorno
e notte, in un’unica, tenue, luce. Un ambiente che, però, serba
qualcosa d’antico: uomini e donne, vite nascoste, schiacciate dalle
apparenze e da un nuovo che avanza fin troppo repentinamente,
mescolando, o travolgendo, tradizioni, costumi, ideali.
L’opera
attrae subito, fin dal titolo: emblematica fusion linguistica, tesa a
catapultare l’oggi sul passato. Non si nota che ci troviamo di fronte
alla realizzazione di un esordiente. Non come scrittore, intendiamoci:
Agusani è da anni noto autore di testi scolastici pubblicati con
Mondadori, ma è la prima volta che si cimenta con la letteratura e col
racconto breve.
La sua è un’uscita felice, tesa finalmente a
proporci un ‘enclave non più connotata come tale, ma disegnata
attraverso stati d’animo di singole persone. Il libro è sferzante,
descrive una terra finora troppo idealizzata, elevata al rango di
emblema, mitizzata, stereotipata che, invece, si trova nella straziante
condizione di aver subito la repentina rimozione dei pirotecnici
trascorsi che la videro capitale di un impero, luogo di transito di
personaggi che hanno segnato la storia del mondo come Dante,
Machiavelli, Leonardo, Garibaldi, Byron; e poi medioevale periferia
dello Stato pontificio, capace, però, di riscattarsi con aspre lotte
sociali, duro lavoro, fedi sovrapposte ad altre fedi.
La terra degli
"uomini rossi" di beltramelliana memoria era stata in grado di sbucare
dalle letargiche nebbie, decantate da tanti autori, con uno
stecchettiano sberleffo, con la passione politica di repubblicani,
anarchici, socialisti, fascisti, comunisti e cattolici un po’ speciali.
Il popolo che invece fa capolino da questi racconti appare stranito,
ingarbugliato dalle luci dei divertimentifici che hanno soppiantato per
sempre le luminarie votive delle varie credenze. L’antagonismo sembra
confinato presso le istanze degli animalisti. Ora i ritrovi si possono
chiamare indistintamente "Bukowski", "Arci Progresso", "Doveri e
Diritti" senza che questi nomi sappiano, o vogliano, evocare alcun
ideale. Tutte le passioni spente. Agusani richiama, opportunamente,
con raffinatezza, le antiche reminiscenze; ma le distacca da un ambiente
a cui non appartengono più, se non sotto forma di vago umanitarismo.
Può non piacere, ma questi episodi fotografano la realtà romagnola
contemporanea meglio di molti dotti saggi.
I valori descritti sono
ormai omogeneizzati all’intero Occidente. Resta, certo, qualcosa del
glorioso passato recente o remoto. Ma tutto pare emergere da spettrali
sepolcri: epigrafi sbiadite e dimenticate che assumono la forma di
fremiti convulsi o rimorsi vaghi. Lo scenario è di famiglie che si
disgregano, piaceri effimeri cercati ossessivamente, amori confusi col
sesso, ragazzi annoiati che coltivano illusioni con poche speranze e
nessun progetto. Molto fumo. Vuoti paurosi. Rare prospettive. Un piatto
presente, senza futuro e senza memoria. I passi gogoliani e "francesi"
che si intravvedono in alcuni personaggi non devono trarre in inganno:
questo mondo è "nuovo ", inedito: una rivelazione che si staglia a metà
tra Deserto rosso e Matrix.
La nuova Romagna viene efficacemente
descritta con una scrittura seducente e penetrante, che però non
concede sconti: libera dalle retoriche e dai populismi, solo con
qualche residua traccia di ideologia sparsa qua e là. I viados, le
badanti, i Vu cumprà, i nuovi felliniani vitelloni, costellano cronache
di vite e di morti ormai comuni a tante regioni; tra vecchie lentezze e
inedite frenesie. I ritmi dei lavori moderni, impalpabili ma
stressanti, connotano un universo indefinito: potremmo essere qui o
altrove.
Solo il mare sembra conservare antichi sapori, odori, ed
essere in grado di regalarci emozioni genuine attraverso immagini
legate alla storia di un paesaggio irrimediabilmente mutato in pochi
decenni. Dai frammenti di questo gigantesco Happy hour scompare ogni
traccia di campagna, che pure aveva costituito la spina dorsale di
questo mondo. Ma l’autore non si lascia avvolgere dalla nostalgia e dal
rimpianto: descrive e basta.
Le solitudini abissali contrastano,
apparentemente, con le trame spumeggiarti e avvincenti pure nei
"momenti lenti", ma emergono nelle figure charlottianamente vivaci dei
protagonisti. La testimonianza della scrittura diventa, allora, il
contributo necessario per guardare avanti. Anche se gli scenari
proposti appartengono a una contemporaneità senza tempo; a un modo di
essere uomini e donne di una terra che una volta era ospitale, ardente,
colorata di verde e d’azzurro tenue e adesso non si sa bene cosa sia o
cosa diverrà.
Non è un caso che il tema degli ultimi due racconti abbia come protagonista il rischio del gioco d’azzardo.
Certo,
praticato nei padelloni, che contrassegnano ancora il paesaggio marino
e vallivo; ma ormai adibiti, più che alla pesca e al ritrovarsi, ad
alcove o a luoghi per giocare partite a carte con poste troppo alte.
Un
degrado, interiore, dostoevskiano, che diventa, seppur
impercettibilmente, esteriore; quasi a delineare un nuovo "ciclo dei
vinti", fatalmente culminante in una holliywoodiana proposta indecente
e in un non meno insano sogno illusorio di ricchezza da conquistarsi
per fortuna, o per magia. Comunque non più col lavoro: sempre più
precario o, se poco allettante, lasciato, non senza una vena di
disprezzo, agli extracomunitari.
Alee, morali, onori, si mischiano e
si sovrappongono beatificandosi in etiche sempre rinnovabili a seconda
della convenienza del momento in quest’angolo di provincia che "da un
lato ti addormenta e dall’altro", ancora, forse, "ti protegge… ".

Dal racconto "L’uomo in fuga"


Si era
lasciato guidare dall’auto, a velocità piuttosto ridotta, ma si
trattava pur sempre di una fuga, e si ritrovò nelle valli di Comacchio.
Era riuscito a concentrarsi su quel paesaggio spettacolare e a
coglierne meglio di altre volte il particolare fascino.
La strada,
lievemente sopraelevata, scorreva in mezzo alla valle. A destra era
fiancheggiata da un canale che, tramite un reticolo di fossi, collegava
numerosi acquitrini. Le chiazze d’acqua luccicavano al sole, a tratti
interrotte da strisce di terra entro le quali si intravedevano carraie
e prati di un verde ancora intenso, nonostante l’estate volgesse al
termine.
A sinistra, un’ampia laguna si estendeva dalla massicciata
della strada fin quasi all’orizzonte. Là, dove l’azzurro si fondeva con
il grigio della nebbia, una linea sottile lasciava presagire la riva
opposta e alcuni punti segnalavano lontani alberi e rare costruzioni.
Vagava
con lo sguardo su quella monotona distesa d’acqua, chiedendosi se
poteva esistere là in mezzo una piccola isola, magari con una casa
abbandonata: poteva diventare il suo rifugio per qualche notte.
Non
aveva programmi precisi e, per il momento, voleva restare solo con se
stesso. Intendeva meditare su nuovi percorsi e significati
esistenziali, come aveva sentito recitare più volte da personaggi di
film o di romanzi?
Si rendeva conto di essere pervaso da
un’avvolgente euforia, per quel breve e improvviso viaggio, che poteva
rivelarsi addirittura suggestivo.
Era giunto in auto da Bologna fino
a quella solitaria valle, riscaldato dal vino delle osterie dove aveva
conversato dei luoghi che stava traversando.
Convinto di cercare
"l’isola che non c’è", aveva dovuto ricredersi, quando – in seguito a
fortuite indicazioni – aveva potuto approdare all’agognato Eden:
un’isoletta al centro della valle, sulla quale sorgeva quella che un
tempo era stata la casa di guardia dei sorveglianti.
La porta era
aperta: entrò, percorse un corridoio fino alla stanza in fondo a
sinistra e si trovò in una cucina. Si alleggerì di una parte dei
vestiti e si sedette per riposare, ma il suo sguardo era rivolto alla
camera di fronte. Sbirciando attraverso la porta, appena accostata,
capì che si trattava di una cantina.
Decise di alzarsi ed entrò,
sperando di trovare qualche oggetto particolare. Rovistò e fece
scorrere le mani su quelle assi, fissate alle pareti, che contenevano
di tutto: pezzi di rete, filo e ami da pesca, attrezzi vari, richiami
per gli uccelli.
All’estremità di un’asse, a ridosso del muro, notò
un vecchio candeliere d’ottone, sul quale erano innestati alcuni
mozziconi di cera. Tese la mano e lo afferrò, riuscendo a muoverlo a
strascico verso di sé: poteva servire per illuminare la notte che di lì
a poco sarebbe scesa.
A passi lenti uscì da quella strana cantina,
che gli ricordava le misteriose soffitte visitate da bambino, pervaso
dal mistero e dall’apprensione. Rientrato in cucina si avvicinò alla
finestra: si poteva scorgere la valle da quei vetri opachi e con
evidenti crepe, che rendevano sinistro il vecchio edificio.
Cercò di
aprire la finestra, sbloccando a fatica l’anta, che si mosse verso di
lui. Affacciato, vide all’orizzonte l’ampia striscia dai colori rossi e
arancio lasciata dal sole appena tramontato.
Stavano addensandosi i
toni scuri, contro i quali si stagliavano ancora nuvole pallide. Il
ciclo era attraversato da stormi d’anatre selvatiche; alcuni gabbiani
planavano lentamente emettendo un suono stridulo, che stonava con
l’elegante movimento delle grandi ali.
La curiosità lo spinse a
guardare oltre: a lato della casa la torretta di guardia si slanciava
agile; la sua altezza, in contrasto con la casa di un solo piano,
testimoniava che il fenomeno della pesca di frodo – con i "cogolli" o
le fiocine, di cui aveva sentito parlare – doveva essere stato intenso
in passato, se le autorità avevano creato all’interno della valle una
simile struttura.
Lo scirocco era cessato e il fresco della sera
settembrina mitigava l’acre odore salmastro. Rabbrividì e si rese conto
di essere rimasto parecchio tempo in cantina, in giro per la casa,
quasi nudo. Chissà, forse era stato per un desiderio di libertà, oltre
che per il caldo umido tipico della zona. Riprese i suoi vestiti, che
aveva adagiato su una sedia, accanto al tavolo, e in fretta si rivestì.
Spinse
l’anta della finestra, che cigolando si chiuse. Si guardò intorno e
scorse un lavello di marmo alquanto sbrecciato; aprì il rubinetto
dell’acqua: ne scese uno zampillo, neanche tanto torbido, che doveva
provenire da una vasca d’acqua piovana.
Affissi alla parete,
appoggiati a piastrelle ingrigite dal tempo, pendevano tegami vecchi e
incrostati. All’interno di un pensile trovò piatti e bicchieri:
l’aspetto non era dei più invitanti, ma tale trasandatezza non lo
turbava, quella sera aveva già cenato.
Al centro della stanza
troneggiava un gran camino, che serviva per cucinare e riscaldare; si
doveva disporre di legna, sennonché la vegetazione lì intorno alla casa
consisteva in arbusti secchi: rovi e rami sottili di alberelli brulli.
Aveva notato pure un’erba aromatica dall’acre profumo, diffusa nella
valle e conosciuta con il nome di "grassella".
Uscì dalla cucina e
mosse alcuni passi lungo il corridoio, sul quale si affacciava un’altra
porta; l’aprì: immetteva in una grande camera. Su due vecchi letti,
dallo stipite di legno, si scorgevano materassi e cuscini sciupati; il
corredo per la notte era formato solamente da alcune rozze coperte.
In
fondo alla stanza diversi pagliericci, adagiati su semplici assi,
indicavano che in quella stanza, in qualche occasione, doveva aver
trovato ricovero un gruppo di persone.
Tornò a prendere il
candeliere e accese il mozzicone più lungo. Lo pose su uno sgabello che
fungeva da comodino, a fianco del letto meno danneggiato.
Appoggiato
con la testa allo stipite, poteva scorgere l’intera stanza attraverso
il chiarore della fiammella riflessa sul muro; per ripararsi dal fresco
umido della sera si avvolse in una coperta senza spogliarsi. Ora stava
disteso, tranquillo e poteva meditare.

Nello Agusani,
è nato a Ravenna, dove vive. Ha acquisito una lunga esperienza come
docente e autore di testi scolastici, che tuttavia iniziava a stargli
stretta. È lettore assiduo e disordinato, coltiva interessi multiformi.
Ha partecipato a diversi concorsi letterari, ottenendo alcune
segnalazioni. Con quest’opera è approdato alla narrativa.

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