Indro Montanellidi Giulio Panzani

Indro Montanelli nel giornalismo, nella letteratura, nella storia ma soprattutto nella sua toscanità che aveva attinto da una Fucecchio nella quale i pregi e i difetti di questa terra sono, se possibile, ancora più evidenti che altrove. E ora, nel centenario della nascita, anche nel ricordo di chi lo ha conosciuto di persona o attraverso le cose che ha scritto e in una grande mostra antologica articolata su vari passaggi: nelle stanze della Fondazione che porta il suo nome, nel trecentesco Palazzo Della Volta restaurato a suo tempo col suo aiuto, e nel Museo civico in sinergia d’impegni con il comitato istituito per le celebrazioni, con la stessa Fondazione e con l’amministrazione comunale per la quale il sindaco Claudio Toni, intervenendo all’inaugurazione, ha parlato di quest’evento come di un dovere verso il direttore, si, ma soprattutto nei confronti dei fucecchiesi perché in quest’occasione, riflessa sui più importanti organi di comunicazione e divenuta un evento nazionale, non si poteva non celebrare il loro concittadino più illustre. Un incisivo quanto emozionante tratteggio del personaggio Montanelli è venuto, però, da Mario Cervi, il giornalista che lo accompagnò per gran parte del suo percorso professionale: avendo a fianco Sergio Zavoli e Marcello Sorgi, venuti anch’essi a onorare il grande “maestro”, Cervi –un altro importante testimone a cavallo fra due secoli- ha parlato infatti di quel loro lunghissimo sodalizio concretatosi oltretutto in molti libri, specie d’argomento storico, dato che Montanelli amava la storia, analizzandola per comprenderla e ritrovarvi le tracce di ciò che nel presente si ripete, per lo più in maniera inapparente eppure tanto concreta. L’incontro alla Tinaia di PalaCorsini, che ha dato il via alle manifestazioni della cittadina legate al centenario, ha avuto come coordinatore l’assessore alla cultura Riccardo Cardellicchio che ha poi illustrato le testimonianze fucecchiesi e cinematografiche del grande giornalista al Museo civico e quelle, più legate al suo lavoro e alla sua vicenda personale ed umana, alla Fondazione. Un successo anche l’annullo filatelico, in uno stand allestito da Poste Spa, e soprattutto tanta, tanta gente. Autorità, si, ma anche persone qualunque, antichi conoscenti e recenti ammiratori di lettura, che in quel fucecchiese polemico, ombroso, a volte contraddittorio, ma sempre in cerca di una verità da raccontare e che sfiorasse la provocazione, amano riflettersi, almeno un poco.
Dunque: una kermesse di personaggi illustri, compresa la nipote, che ha avuto vastissima eco sui giornali e sui teleschermi, tutti a parlare di questo grande toscano, scarnificandone l’immagine per giungerne al cuore ma creando, al tempo stesso, un’icona forse dilatata in un immaginario collettivo un po’ stereotipato, ingessato –malgrado la conclamata contraddittorietà del personaggio- cosa che Montanelli, se fosse qui a rileggere se stesso nei giudizi degli altri forse –ma la formula dubitativa è d’obbligo- non condividerebbe appieno.
Quel che è certo è che nel coro delle citazioni, fra accenni a mezza voce alle sue vicende sentimentali, alla prima moglie nordeuropea dimenticata e a quella dei tempi d’Africa riproposta quasi con folklore, si è fatto poi riferimento persino ai suoi menù preferiti: i fagioli, a quanto pare, la trippa, qualche bistecca chianina, la ribollita sul genere di quella consumata in un incontro al Rotary di S.Miniato-Fucecchio negli anni ’60, due dita di vino vecchio e un briciolo di pepe.
Dimenticando, però, che quando a Fucecchio venne proiettato, al vecchio Pacini, “I sogni muoiono all’alba” tratto da un suo lavoro e riguardante la rivolta d’Ungheria, l’amministrazione comunale, con l’allora Pci, ordinò di disertare la sala e che intervennero, a quella sorta di “prima”, solo pochi amici.
Fucecchio di memoria se non proprio corta, insomma, quanto meno filtrata verso un Montanelli ultimo, più comodo, almeno per certuni, e ben diverso –cioè- da quello gambizzato dalle Brigate Rosse, che Indro più tardi perdonò, o da quello di alcuni scritti a dir poco imbarazzanti come “Primo tempo”, di quando aveva 27 anni ed accostato da qualche critico a “Gilles” di Drieu La Rochelle, dedicato a quel Berto Ricci sulla cui rivista, “L’Universale”, un Montanelli in camicia nera avrebbe poi pubblicato pagine di fuoco. Certo: di “tempi” –come di bandiere- lui ne ebbe più d’uno senza però mai rinnegare il proprio passato tanto da affermare, su “Il Borghese”: “So benissimo che di bandiere non posso averne altre e l’unica che seguiterà a sventolare sulla mia vita è quella che disertai prima che cadesse”. Con ciò sarebbe anche inutile chiamarlo voltagabbana come quando fu duramente attaccato da Vittorio Sgarbi, a quei giorni giovane conduttore d’assalto in televisione, in quanto Indro più che passare da una fede all’altra passò –come fu anche detto- da una fede allo scetticismo. Un modo di essere sempre in divenire, posto in evidenza dal Presidente Sandro Pertini quando lo definì –in sostanza- polemico per partito preso, pronto a litigare, in mancanza d’altro, persino con se stesso guardandosi allo specchio.
Rifarsi, dunque, per lo più al Montanelli del suo “ultimo tempo” quando –come scrisse Pino Tosca– andava sottobraccio con quelli che sarebbero stati i più accaniti avversari del “Primo”, non ne darebbe un’idea efficace, né pienamente credibile, perché in fondo, per cercarlo davvero, per comprenderlo, per trovarlo, occorrerebbe almeno sfogliare “La mia eredità sono io” curato da Paolo Di Paolo e pubblicato, postumo, come spaccato di note su un intero secolo. Un’altra idea, certo la più aderente all’uomo Montanelli potrebbero darla anche quelle lettere, facenti parte di un epistolario “segreto” conservato dal presidente della sua Fondazione, Alberto Malvolti, e tuttora inedite, che –indirizzate alla madre e ad altri intimi- scolpirebbero un personaggio visto davvero da vicino, senza quella sorta di veste iconografica della quale, specie in periodo d’elezioni, non pochi lo hanno voluto ammantare rifacendosi, strumentalmente, alle esternazioni del capitolo finale della sua lunga esistenza quando –come ha scritto Vittorio Feltri– “non era più lui ma un novantenne esacerbato dal rancore”. Su questo passaggio Feltri invita a sorridere, bonariamente, certo, come pure – anche se con minor accondiscendenza- “dei suoi fans tardivi e mossi da interessi di bottega”.
Allora, tornando al punto di partenza e senza svilire ciò che si sta facendo per il centenario, le ricostruzioni un po’ forzate, certe autocertificazioni proconsolari, il francobollo –persino- e quant’altro Montanelli probabilmente non avrebbe del tutto condiviso, lui che i monumenti li faceva semmai con la penna e senza insistere troppo perché sapeva che per mettere in discussione un personaggio basta ignorarlo oppure parlarne troppo e soprattutto troppe bene, per rendergli omaggio basterebbe leggerlo o leggerlo di più e soprattutto per intero.
Se ne scongiurerebbe ogni tentazione agiografica, magari politicizzata a tutti i costi, com’è stato per quel 25 aprile giusto a ridosso della ricorrenza (era nato, infatti, il 22 del mese) della quale in un suo libro a quattro mani con Cervi, “L’Italia della guerra civile”,  scrisse: “Di quei sedici mesi di tragedia la Resistenza fu uno degli episodi, ma non il solo, di scarsissimo peso risolutivo sugli avvenimenti. A contare molto di più fu, casomai, la resistenza con la erre minuscola, cioè quella, quotidiana e passiva, fatta di piccoli e grandi sacrifici, di pazienza e di “arrangiamenti” e anche di malizie e doppi giuochi che gli italiani opposero per sopravvivere a tutto e tutti. Crediamo che a quarant’anni di distanza sia tempo di fare Storia e di farla fuori dei miti e delle leggende. Come dire, insomma, che Montanelli con questo ed altri libri rischia d’essere guastafeste e di dar adito a polemiche anche da morto, sempre che non se ne dia un’interpretazione parziale o non se ne faccia una cernita di comodo.
Cosa che, come va sottolineato ancora una volta, “lui” non avrebbe certamente apprezzato.

Indro Montanelli

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