LA RECENSIONE di Nicla Morletti

I miei ricordi
Un libro intenso di ricordi (uscito in libreria nell’aprile 2008), che
cattura il cuore e che si avvale della prestigiosa presentazione del
grande Domenico Rea, scritta per l’Avvocato e Autore Ugo Mucci il 23
settembre del 1985 a Napoli.
Racconti
di vita vissuta che lasciano una scia dal sapore di altri tempi, che
affondano radici anche nella nostra storia: “S. M. il re a Benevento,
“Quella sera alla Bussola”, “Il Duce a Benevento”, “Alla stazione
ferroviaria”, “Gennariello”, “Port’Alba”, “Abissinia A.O.I.”, “La
guerra civile in Spagna”, “Nonno antonio”, “Lettera al padre”.


I MIEI RICORDI
1930-1940 e… poi!! C’ero anch’io.
di Ugo Mucci

Istituto geografico editoriale italiano
2008, 130 p.
Per ordinare il libro contatta l’autore

Ho deciso di dare alle stampe questi miei ricordi che fanno parte della
mia vita e, pensandoci bene, anche della vita di coloro che avranno la
pazienza di leggermi.
In questi scritti ognuno potrà riconoscersi
perché, in fondo, la vita è uguale per tutti. Tutti abbiamo gioito,
tutti abbiamo sofferto, a volte c’è stato riservato un amaro destino o,
forse, per i più fortunati, e sono pochi, una vita facile e tranquilla.
Comunque,
il traguardo d’arrivo finale è "là", in fondo alla discesa; ora stiamo
percorrendo il "sunset boulevard", però laggiù c’è una luce infinita ed
eterna.
L’Autore

La Presentazione di Domenico Rea

Attraverso alcuni brevi racconti, l’Autore rievoca la Napoli della sua adolescenza.
Ugo
Mucci, divenuto avvocato "per forza" (cioè, dietro consiglio dello Zio
Vincenzino, come narra nell’omonima novella), vive ormai lontano dalla
sua regione d’origine e vi si riaccosta con l’animo dell’emigrante, il
quale ricorda ciò che ha visto con i propri occhi – i luoghi, le
persone, gli episodi. Il tono prevalente è quello della nostalgia,
benché temprata da un bonario umorismo e dalla levità di un linguaggio
semplice e spontaneo. Lo stile è colloquiale, e riecheggia i modi della
parlata quotidiana e finanche dialettale, specialmente quando la
nostalgia, che investe tutto un mondo e un modo di essere tramontati,
diventa autentico rimpianto per il buon tempo passato, con le sue
tradizioni e i suoi miti, come ne la Domenica delle Palme o, più
ancora, In campagna: terminata la scuola l’A. trascorre le vacanze in
campagna, accolto da compare Giovanni, un vecchio contadino fiero del
proprio lavoro nei campi e delle sue memorie di soldato. Il mondo
agreste è rievocato attraverso una particolareggiata descrizione della
casa, della festa della trebbiatura, della preparazione della ricotta.
E lascerà nel ragazzo una impronta indimenticabile. Quando vi tornerà,
molti anni più tardi, la vita e la guerra avranno distrutto la famiglia
dei coloni. "Il nostro mondo se ne era andato per sempre,
inesorabilmente", egli commenta.
I racconti ricostruiscono una
specie di itinerario autobiografico dell’A., attraverso la rievocazione
di piccoli momenti presi dal quotidiano, immagini appena abbozzate di
personaggi della vita di ogni giorno, di strade, di quartieri (v.
Port’Alba: prete mangione, il profumo della pizza, il Lotto),
impressioni, sensazioni, odori, in una galleria di tradizioni e tipi
riesumati da un mondo che non esiste più: // tortano casalingo contro
il panettone confezionato, la capèra, il solachianiello che, nel caso
specifico, è anche un emerito imbroglione, il lustrascarpe, commosso
ricordo di questa figura e, indirettamente, della città e delle sue
strade: il Rettifilo affollato, la Galleria Umberto, via Toledo.
Al
mercato, racchiude in sé l’animus stesso della sua città. La visita al
mercato è un vero tuffo nel passato in cerca di colori, odori, sapori
perduti: "per osservare il brulicare della gente, per ascoltare i
rumori e le voci alte e confuse, per assaporare gli odori che salgono
al ciclo…" "per guardare il verde fresco degli ortaggi…". "E me ne
vado, poi, dopo essermi riempito gli occhi e le narici…, con la
nostalgia di chi vive ormai in una regione ordinata e tranquilla "ma
dove non c’è la poesia della mia terra, dove tutto è più calcolato, è
più disciplinato, dove c’è cortesia ma non il calore del mercato della
mia città".
Fin dal primo racconto, La prima volta Napoli, egli
rievoca le proprie impressioni allorquando, bambino, appena giunto
dalla provincia, venne in visita con una zia: lo affascinano la folla,
il tram, certi aspetti caratteristici degli abitanti, come quel loro
placido dialogare davanti al tram, indifferenti alle esigenze civiche,
ma soprattutto gli odori e i sapori, quello del caffè e della
cioccolata e del fritto di gamberi "scoperto" per la prima volta, o
delle "sfogliatelle" di Pintauro. La conoscenza del mare suscita in lui
una visione di paradiso.
Col secondo racconto, Mucci ritorna a
Napoli per acquistare Il vestito alla marinara, un vero lusso per
adolescenti. Descrive il suo impatto col grande magazzino, la
Rinascente, poi la sua felicità nell’indossare l’abito nuovo.
Il
"diario" ci porta quindi A San Giorgio a Cremano, ove il ragazzo si
reca a fare i bagni di mare, consigliatigli per motivi di salute.
Ricorda il pessimo sapore dell’olio di fegato di merluzzo, la
difficoltà di camminare sulla pietra pomice della spiaggia. Particolari
personali si intrecciano al ricordo di episodi legati alla vita del
luogo, come quello di un ragazzine che ingoia un chiodo, che esprime
l’intensa partecipazione dei vicini e la gioia dei genitori dopo
l’eliminazione del chiodo stesso, trasformato in offerta votiva come
"per grazia ricevuta".
A volte il racconto è legato al ricordo di
una persona, come nel già citato Domenica delle Palme, che si accentra
attorno alla figura della nonna paterna, cui i bambini portano la palma
benedetta. Una figura tipica del matriarcato meridionale: "mai uscita
di casa" dopo la morte del marito, tutta vestita di nero, il figlio le
bacia la mano con devozione, ella dona ai nipotini una moneta
d’argento. I cenni ambientali (la Madonna sotto la campana di vetro, il
canterano) sottolineano il suo mondo di appartenenza.
Al ricordo di
una donna è ispirato anche Nella, ingenua storia del suo primo amore
per una compagna di classe, con tutto ciò che ne consegue: la derisione
dei compagni, la lettera d’amore "trafugata" e capitata in mano della
giovane e avvenente
professoressa, Carla, che l’A., divenuto adulto,
rincontrerà dopo dieci anni. Il momento dell’incontro con la commozione
di Carla che rievoca "i tempi dolcissimi della gioventù" e, nello
stringergli la mano, trema e lascia cadere una lacrima, tradendo un
antico sentimento d’amore.    .
In alcuni racconti viene fuori una
nota moraleggiante, come ne Il fu Podestà. L’A. torna all’università
nella Napoli del dopoguerra, che è un po’ quella di Malaparte. La
narrazione si incentra sulla figura del professore di diritto, "’o
pazzo", che non ha fatto la guerra, ha cambiato volto politico e ora
intimorisce gli studenti con la sua violenta severità. Un personaggio
che raggiunge il paradossale.
Sullo stesso filone è Profumo Antonio,
classico tuttofare prodotto dall’arte napoletana di arrangiarsi:
ragazzo del bar, faccendiere negli uffici pubblici (lo chiamano
"avvocato"), infine ambulante alla stazione e convocato in pretura per
aver agito senza licenza. L’occasione per il moralismo è data al Mucci
dal con fronte tra il destino del pover’uomo, che viene condannato, e
l’assoluzione concessa ai ricchi palazzinari, speculatori e cinici.
Indiretta
accusa contro la mancanza di assistenza negli ospedali è Angelino, in
cui è descritta la morte di un bambino. "Ma la burocrazia, anche nella
morte, è quella maledetta cancrena difficile, impossibile da estirpare.
E a rimetterci, sono sempre e solo i poveri". Ma ciò che interessa qui
non è l’impegno sociale, quanto il quadro ambientale del "basso", tra
le grida della madre e la viva partecipazione delle vicine.
A un
episodio di cronaca s’ispira infine Gennariello, la triste vicenda di
un piccolo portatore di droga che dà occasione al Mucci per
un’efficacissima descrizione dei "quartieri" di Napoli.
Ed è in queste descrizioni ambientali, in questi quadri d’assieme che sta la parte più valida del libro.
Napoli, 23 settembre 1985

Raccontro tratto dal libro

1929 – Nonno Antonio

Una figura che fa parte dei miei ricordi più cari.
Nonno
Antonio un uomo di una settantina d’anni, alto, elegante, vestito di
nero, come usava ottant’anni fa, un cappello nero a lobbia, un paio di
baffi bianchi alla Umberto che gli conferivano un che di signorile e
che incutevano timore reverenziale in chi lo guardava. Aveva invece un
cuore grande così, sempre pronto allo scherzo specie con noi nipoti più
piccoli. Ottimo cuciniere tanto da pretendere che la moglie Maria
Grazia, che gli aveva dato cinque figli, stesse lontana dalla cucina.
La
famiglia di nonno Antonio era originaria della vicina provincia di
Avellino, dalla quale venne via perché il mio bisnonno all’epoca
dell’invasione dei piemontesi aveva ucciso due soldati del nord.
Dovette quindi fuggire e riparare a Benevento. Fu questo amato nonno
valente costruttore tanto da lasciare alla nostra città l’immenso
palazzo del governo terminato nell’11, data che si può leggere sulla
pietra fermaporta del portone centrale del palazzo.
Avevo sette anni
quando mi colpì il primo grande dolore della mia vita: un’emorragia
cerebrale se lo portò via all’età di 69 anni. Quanto piansi non so
dirlo. Non avrei più visto quello splendido viso e non avrei più
sentito la sua voce baritonale. Chiamava mio fratello, secondo di soli
tre anni, "Cicchinotto" perché era molto robusto e stava sempre a
prendere le sue carezze.
Come avrei fatto a dimenticare nonno
Antonio, visto che non avevo mai conosciuto il padre di mio padre morto
a soli 42 anni. Perciò riversai tutto il mio amore sul padre di mia
mamma che poi era la sua fotografia.
Questo racconto lo voglio lasciare a chi verrà dopo di me e a quelli della mia famiglia che sono ancora in vita.
Grazie, caro nonno, e aspettami dove ora sei.

Ugo Mucci, è nato a Benevento,
è insignito della onorificenza di Cavaliere Ufficiale OMR1, è Ufficiale
del Corpo Automobilistico dell’Esercito. Giornalista pubblicista,
autore di testi per canzoni, poeta dialettale e scrittore. Avvocato
civilista in pensione, è stato anche docente di materie giuridiche.
Vive a Massa, dove è stato allievo ufficiale durante l’ultima guerra e
dove ha contratto matrimonio. È iscritto alla SIAE dal 1970.
Tra i
suoi successi: "Un bimbo biondo", "Reggina", "Comm’ ‘a terra mia" e "II
topolino e il gatto" (stampate dalla Ed. Mus. Da Rovere di Firenze),
"Bella e impossibile", "Alla casina delle rose", "Io sento" (incisa da
Tony Dallara in CD), "Sconosciuta", "Myriana", "Quel vestito di raso",
"Vent’anni", "La professoressa della IV A" e tante altre stampate dalle
Ed. Mus. Bang Bang e Ardiente. Di recente ha scritto un inno marziale
"Dal Magra al Sannio" e gli Inni di carattere religioso "Ave Maria" e
"Veni creator Spiritus", musicati dal M° Italo Saliz-zato di Venezia.
Ha
scritto sei commedie per il teatro napoletano di cui due rappresentate
a Massa ed a Milano. Ha al proprio attivo anche un’operetta per ragazzi
"II paese dal nome fantasia", una commedia musicale, dal titolo: "…e
di nome si chiamava Abe-lardo" con musiche originali di Aldo Valleroni
e Italo Salizzato, e due operette: "Monsieur Dupont, ladro e
gentiluomo" e "La notte di Lucrezia" dalla Mandragola di Niccolo
Machiavelli.
Ha pubblicato, per la Edizioni Alfredo Guida di Napoli,
"II Vangeli) commentato dal professor Caliere", "Io, la pazzia" per la
Edizioni Ibiskos di Empoli, il romanzo "Due donne", il primo, il
secondo e il terzo volume di poesie napoletane " ‘A vita è ‘na
cummedia", "("’erano una volta a… Benevento" Voli. 1/2 e "Non otnnis
moriar (Non morirò del tutto)" per la IGEI di Napoli. Ha vinto numerosi
premi letterari in tutta Italia ed ha partecipato (recitando
personalmente) a numerosi recitals di poesie proprie e dei maggiori
poeti napoletani.

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