La recensione di Nicla Morletti

I racconti di CasaLuet di Susanna TrippaLa copertina del libro “I racconti di CasaLuet” ritrae uno chalet, il tetto a punta, la neve bianca sul tetto e sugli alberi. Ed è già poesia. La narrativa dell’autrice nasce qui, in questa casa in Valcavallina, una stupenda zona collinare vicina al lago d’Endine. Un luogo che sprigiona magia come le pagine di questo prezioso libro, che narrano di conchiglie, cozze e vongole e di viaggi a Londra e in Normandia. Non mancano folletti saltellanti. Bellissime le descrizioni della natura che si fonde al mistero della vita ed anche al quotidiano vivere.
Durante la lettura ho ripensato alla favola di Hansel e Gretel, ai miei sogni, alla mia casa in montagna che aveva un tetto così e una terrazza in cui sostavo nei giorni di sole e di vento. E da lassù vedevo le montagne lontane e giù in basso l’immensa pianura. Avevo l’impressione di essere sulla vetta del mondo. Mi sembrava di avere le ali per volare. La stessa emozione che ho provato nel leggere questo bel libro ricco di sogni  e di magia.

I RACCONTI DI CASALUET
di Susanna Trippa
Lampi di stampa
2008, pag. 202
Prezzo: € 13,00Sconti particolari per chi ordina più copie

Introduzione

Finalmente a casa!
Nascosta nella fitta macchia, sotto la dorsale della collina, CasaLuet se ne sta… piccola nave ondeggiante, pericolosamente inclinata tra musiche celtiche e ondeggiare di rami d’abete, appena fuori dalle sue finestre ad abbaino.
CasaLuet, da luet… luogo piccolo e grazioso, è il filo emozionale che lega tra loro i racconti e la raccolta finale Conchiglie, cozze e vongole.
Storie che si dipanano in differenti spazi e tempi: in viaggio tra Parigi e la Normandia, da Londra fino alla calma apparente di un laghetto in collina, dal buio di una grotta fino al silenzio lunare, dalla Bologna del ’44 a folletti saltellanti, da palloncini liberati a in nidi del passato.
Le descrizioni della natura diventano specchio dell’anima, delle emozioni.
Tra le pieghe del quotidiano affiora il mistero… a volte il male… la sofferenza.
Incubi… guerre… povertà… pazzia… demoni.
Ma ogni più piccolo dettaglio indica la strada… come i sassolini di Hänsel e Gretel. Ovunque, dietro la realtà apparente, sembra celarsi altro: fili invisibili… o anima del mondo, che vibra, e sottende ogni nostra azione fino al più impercettibile battito d’ali.
Susanna Trippa

Dal racconto “La buca del vento”

Era uno di quei mattini d’estate, ce ne sono una manciata in un anno, in cui ogni cosa è intatta, perfetta al suo posto.
L’incanto di queste prime ore della giornata ci riporta a quando, bimbetti di quattro o cinque anni, ce ne siamo accorti per la prima volta.
Nel cortile sotto casa, le scarpette di tela e le calzine leggere, nell’aria ancora fresca s’insinuava piano il tepore del sole; guardando in alto a ricercarne i raggi, vedevamo volteggiare fringuelli e passeri mentre l’aria vibrava dei loro suoni.
Al di là della rete l’orto che profumava di odori, il grande albero che al momento giusto dava albicocche raccolte in cassette di legno.
L’occhio, che seguiva incantato i movimenti ipnotizzanti della farfalla, si era poi fermato sulle campanule bianche, con leggere screziature rosa, che i teneri gambi verdi avevano attorcigliato alla rete.
Le campanule, la farfalla, l’aria, si rassomigliavano nella stessa leggerezza e il loro ricordo si sarebbe ripresentato nel corso degli anni a venire, ogni volta che sensazioni di eguale leggerezza l’avessero richiamato.
Fu in una di quelle mattine che lo vide.
Si era affrettata ad uscire, chiudendosi piano la porta alle spalle, sapendo come erano brevi e preziosi quei momenti; ed era scesa, prima giù per i gradini di pietra fino all’orto, poi lungo il prato in forte discesa, oltre filari di vite, amarene e gli ultimi abeti, percorrendo tutto il terreno in pendio fino alla via giù sotto.
Si fermò sul bordo della strada polverosa.
Lui stava là, immobile, piantato in mezzo alla via.
Probabilmente, avrebbe pensato in seguito, celato ai suoi occhi da rovi di more, l’aveva sentita arrivare ma non si era mosso, o si era invece fermato al suono dei passi.
Boccheggiò guardandolo, per la sorpresa di essere quasi aspettata.
La faccia era come di un bambino nell’espressione, quasi all’inizio di un sorriso incerto; ma era un uomo, poteva avere venticinque… trent’anni; le sembrò paffuto, quasi grasso; la camicia a quadretti bianchi e verdi era diligentemente abbottonata sotto al collo fino all’ultimo bottone; le mani pendevano lungo i fianchi; di una, la sinistra, muoveva piano le dita.
Mentre fissava quelle dita che si muovevano, anche se molto molto lentamente, le sua labbra pronunciarono un buongiorno, ma la fronte le si era imperlata di sudore e sentì nella bocca, divenuta arida, quel buongiorno come un sasso pesante, che per conto suo rotolava all’esterno.
Guardò in alto, lungo il terreno da cui era scesa, come a cercare la sua casa, che però da lì non si poteva vedere.
Lui non rispose, né meravigliato né niente; lo sguardo ancora con la medesima espressione, come nell’inizio incerto di un sorriso; poi si mise a camminare adagio verso il paese…

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