domenica, Aprile 5, 2020
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Racconti inediti di Simone Frau

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La recensione di Nicla Morletti

Simone FrauDai racconti inediti di Simone Frau, emerge quel sottile malessere che si annida nell’animo dei protagonisti. Tristezza, solitudine, malinconia serpeggiano lungo le strade, tra i viali, nelle stazioni dove si consumano incontri e addii.

L’autore analizza profondamente la psicologia dei personaggi, cogliendone ogni palpito, ogni pensiero fugace, ogni inquietudine dei giorni nostri.
Tra abbandoni, fughe del cuore e ossessioni, prende vita il dialogo tra amore e morte. Passione e dolore.
Forti i sentimenti descritti, forti le situazioni, fino a tingersi di giallo, mentre il mistero della vita aleggia inquieto e penetrante tra le pagine.
Ottima lettura. Un genere di narrazione che, seppur fluido e moderno, scrupoloso e attento, ricorda il genere di scrittura del grande Georges Simenon nel famoso romanzo “Tre camere a Manhattan”.


Il viaggio

Osservava il paesaggio, osservava gli alberi, la campagna, che velocemente sfuggiva via al suo sguardo, poi il suo volto riflesso nel vetro, su quel treno affollato era solo, nessuna donna a fargli compagnia, nessun amico per condividerlo. Era fuggito dal suo passato, dal suo presente e dal suo futuro, non era riuscito ad adeguarsi agli standard di quella vita, non era riuscito a metterla a posto, debiti da saldare, donne sbagliate, sofferenza, aveva scelto questa vita o più semplicemente il suo essere era così, si faceva forza pensando che tutti gli artisti vivono così, allo sbando, alla giornata, senza programmi ne proclami, senza avvenire, ma i suoi quadri erano ancora nella cantina, aveva provato con mostre, concorsi, tanti elogi ma niente soldi. Qualche tempo prima aveva pensato di trovarsi un lavoro comune, un lavoro da automa, era entrato in una ditta produttrice di piastrelle, non aveva retto, quindici giorni e si era licenziato, non sopportava tutto quel tempo isolato dal mondo, credeva di diventare pazzo, per questo si sentiva diverso, un buono a nulla, ma proprio non sopportava la catena di montaggio. Con gli ultimi soldi rimasti prese quel treno, deciso a provare nuove emozioni, magari avrebbe trovato nuovi spunti, energia fresca per le sue creazioni, non gli restava altro, solo questo, altrimenti la catena di montaggio, il logoro passare delle giornate che si susseguono uguali senza sorprese, senza brio. Guardava la gente intorno a lui, tutta quella gente che riempiva quel vagone, quel treno, due braccia, due gambe, due piedi, due mani, una testa, pensò: “all’apparenza sembriamo tutti uguali, tutti simili, stampati e buttati in pasto alla vita”. Si sentiva estraneo, diverso, un uomo colorato nel grigiore che lo circondava, gli venne in mente Van Gogh, quel quadro con l’iride bianca, si sentiva così, ma non era Van Gogh, quel pittore era un genio, un  vero artista, ma lo rassicurava pensare che non tutti hanno una vita “normale”.

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