LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Il barone borotalco
Libreria di Manuale di MariScritto
con scioltezza e suadente ironia, "Il barone borotalco" affascina e
seduce con quadri variopinti di vita vissuta, con "quel fuoco bizzarro"
della femminilità di Margherita, moglie sensuale e dolce, dai biondi
capelli e dalle vestaglie leggere.
Tenera madre e donna considerata
"virtuosa", accendeva d’amore il barone Bartolomeo Maria Camerario, che
lei chiamava teneramente Cecé. E lui si squagliava per lei, mentre
sinuosa si muoveva tra le pareti di casa. Il barone faceva uso di
borotalco per asciugare il sudore e amava la cioccolata e il vino. I
piaceri della vita. Amava l’eleganza, i caffè alla moda alla Galleria
Umberto e il teatro d’opera. Amava la sua Marghy, ma di più la femmina
che era in lei. Amava l’amore.
Ma la tempesta a volte si può abbattere sulla nave della vita, trascinandola contro gli scogli, in pieno oceano…
Gennaro
Maria Guaccio
dimostra una grande attitudine a narrare storie. I suoi
personaggi non sono mai banali, mai scontati, ma hanno sempre qualcosa
di buono da dire e da fare e stuzzicano la fantasia, come
l’avvocatuccio Mistrillò, Cecé, la Baronessa, Alfredo. E poi c’ è la
Pensione Bella Napoli di donna Filomena. Pagine
indimenticabili, di cui consiglio vivamente la lettura.

IL BARONE BOROTALCO
di Gennaro Maria Guaccio
Rolando – Collana Le metamorfosi
2008, pag. 336
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"…Il barone profumava di borotalco … fu anche, a quel che si
dice, un bell’uomo, bruno, labbra carnose, capelli alla Mascagna. Fu
amante del bel vestire, elegante, e amò frequentare i caffè alla moda
alla Galleria Umberto, il teatro d’opera e l’operetta, facendo appena
in tempo a conoscere il San Carlino, perché era cominciato il
risanamento."

Dalla "Parte Prima"


Così la mia nave è trascinata contro gli scogli, capovolta
e sommersa in pieno oceano, e non sono in grado di
virare per farla tornare indietro.
Ovidio, Le Metamorfosi, IX, v. 590 e sgg.

I

Erano
passate da poco le nove del mattino quando il barone Bartolomeo Maria
Camerario, Cecé solo per sua moglie Margherita, sotto il peso di un
oscuro senso di derisione del destino, affannato per quei quattro piani
di scale che aveva dovuto salire a piedi, sudato soprattutto perché per
natura la sua respirazione sensibile superava di norma quella
insensibile, rimise finalmente i piedi in casa sua. Il pover’uomo
borbottava tra sé quasi un delirio. Ma guarda un poco tu, diceva, loro
vanno in Etiopia e io ci faccio le spese… questa è la verità. Hanno
bisogno di soldi? Chiediamoli agli italiani, avranno detto, anzi ai
meridionali, anzi ai napoletani, anzi a quel signore là, cioè a me.
Ecco come vanno le cose a questo mondo.
Appena il giorno prima il
barone, in un modo del lutto inatteso, era stato vittima di una
circostanza a dir poco incresciosa che gli aveva prodotto la classica
sensazione di sentirsi mancare il terreno sotto i piedi. Tale singolare
circostanza rivelò una strana e peculiare caratterizzazione
nell’esistenza del pover’uomo, sebbene a quel tempo possa essere
ingiusto definirlo tale, cioè pover’uomo, dal momento che il barone era
un uomo come tanti altri, vittima, se si vuole, dell’autarchia del suo
tempo, o piuttosto dei costumi dell’epoca, delle circostanze della
vita, di queste e di quelli. Soprattutto di queste, che non sono sempre
felici circostanze e sovente sono invece avverse al vivere stesso,
malgrado tutta la buona volontà che uno ci mette per tirare a campare.
Vale a dire rettamente, onestamente, in una misura confacente al ben
pensare e alle regole che si da la buona società, ivi comprese quelle
dei piemontesi conquistatori prima e dei fascisti dopo che ne
inventavano una nuova ogni giorno. E questo è un altro fatto
importante, cioè che ci siano sempre anche gli altri, anch’essi
necessari, perché soli è sconveniente vivere. Circostanza vera anche
per un popolo che sonnecchi per i fatti suoi in casa sua…Si sta male
da soli, bisogna pure scambiarla una parola con qualcuno ogni tanto…
a ritroso, coi fascisti, coi piemontesi, con i borbone, con gli
aragonesi… fosse pure col suo portinaio don Catuccio che al barone
stava alquanto antipatico. Infatti mentre gli altri, ahimè, sono
storia, questo don Catuccio qua… Gli altri, gli altri sono anche
nocivi per tutti i danni che ti procurano con la loro sola presenza. Io
me ne stavo per i fatti miei con la mia famiglia, parlava a se stesso
gesticolando il barone, e che male ho fatto a questi altri?
E sì,
gli altri, purtroppo, esigono spazio e perciò limitano l’agire. Il
barone, eccone un’altra, non poteva essere sudato a suo piacimento,
cioè quanto gli consentisse la sua respirazione naturale, senza che gli
altri se ne avvedessero e avessero a sottolinearlo. Cosi succedeva che
don Catuccio gli dicesse, State sudato, barone?
E a te che te ne importa? Brutto impiccione… Perché? Perché me lo chiedi, brutta canaglia? Pensava tra sé l’interpellato.
E
semmai per questo il barone si doveva riempire di borotalco, che, com’è
noto, asciuga il sudore. Così aveva imparato a fare fin da giovanissima
età, perché, infatti, ai tempi del barone non c’erano ancora deodoranti
spray, né in altro tipo di confezione, sebbene i profumi spesso
potessero funzionare in tal senso… Ma qui si tende a divagare,
laddove i problemi connessi all’esistenza degli altri erano già
diventati ben più ampi ai tempi del barone, sì che il mondo già tendeva
alla globalizzazione dal momento che, ad esempio, i problemi di borsa,
altro che, generavano circostanze che da Wall Street a Napoli avevano
fatto il giro del mondo cacciando proprio tutti quanti nella crisi e
nella guerra.
E allora? Allora noi, mentre gridiamo a noi, invadiamo
l’Etiopia, ecco qua, noi ce la caviamo così. Quanto ai soldi? Ma ci
sono quelli del barone Camerario, che problema c’è? L’abbiamo detto.
Purtroppo
è così che avviene che, quando uno si trovi in una situazione la cui
più diretta sensazione è che la terra ceda e sprofondi sotto i piedi,
quell’uno, bisogna convenirne, passi repentinamente da una condizione
di cordiale accordo con il mondo intorno a sé, inteso come l’insieme di
tutte le armonie generatrici che rendono accettabile la vita, a una
rottura subito ritenuta insanabile con quello stesso mondo. Nel barone
si produsse un improvviso cadere, la cui durata nemmeno passò
inosservata alla sua coscienza, che giunse a toccare il fondo di un
nulla dimenticato da qualche parte in un substrato di quella medesima
coscienza. Tout court il barone non ebbe più basi d’appoggio, né più
punti di riferimento e, almeno sulle prime, si rigirò intorno, senza
nemmeno il coraggio di chiedere aiuto, perché, d’altra parte, in tale
sintomatica condizione lì per lì non aveva avuto senso chiedere aiuto.
A chi? Di che? A Margherita? Che avrebbe potuto fare Margherita? Lei
che gli aveva già dato tutta se stessa. Margherita? E come?
È questo
quel momento in cui uno può esplodere come un vulcano che celi dentro
magma, bombe, lapilli e quant’altro armamentario stia nelle viscere
della terra, alias nell’animo di un uomo. Capita che quell’uno faccia
gesti e azioni istintive che tuttavia, per quanto concerne la natura
umana, preludono a una nuova ulteriore progettualità dell’io, dando
oggetto alla coscienza proprio il fatto accaduto, come uno stato
nascente. Ma in fondo come un magma che possa poi rapprendersi all’aria
e sedimentare.
Intorno a questo suo stato, il cui centro di
riferimento fu nondimeno proprio Margherita, il barone cominciò a
fabbricarsi una paticità voluta. Margherita, l’idea stessa di
Margherita, tese a realizzargli dentro l’anima il superamento della
condizione essenziale di un’analisi dell’inconscia successione triadica
mondo, caduta e cambiamento. Questi elementi, richiamati in una regione
subconscia della mente, certo non delle viscere, come fotogrammi
separati di una sequenza, avranno avuto in sé scarso significato, ma
consentirono alla memoria storica del barone di dare pane proprio al
suo inconscio per l’individuazione dell’origine fattuale della sua
coscienza. La coscienza, infine, agì spontaneamente e il vulcano
esplose. Il barone, in una sintesi di impressioni e immaginazioni, e
senza ragionamenti che implicassero coscienza di coscienza, agì.
Insomma agì per intuizione immediata. Quel mattino, appena in casa,
abbandonate le considerazioni circa le imposte che lo Stato pretendeva
dalle sue finanze private, e sebbene in uno scomparto della sua mente
si facesse strada anche l’assillo dovuto alla preoccupazione che forse
sua moglie non avesse ancora allattato Carlina, subito si recò a
rileggere i suoi preziosi manuali di medicina omeopatica, fiducioso
piuttosto del fatto che, dopo lo spassionato e muto colloquio avuto in
chiesa col Gesù ligneo, àncora di salvezza quando si navighi per bui
mari tempestosi nell’incredibile tribolazione della vita, avrebbe
trovato la migliore soluzione per la salute, appunto, di Angelo, il suo
sfortunato guardiano dei Poggi.
Anche il padre Orabona, guarda caso,
aveva parlato giusto di salvezza e di salute nella predica mattutina.
Di che salute parlasse, però, forse, il barone non aveva bene inteso.
Né il barone, né, è da ritenere, gli altri fedeli presenti, quattro
gatti cristiani, se pure avevano prestato all’omelia tutta l’attenzione
dovuta, osservazione questa del barone medesimo… Questa sensazione di
successo veniva al barone certamente dal fondo della coscienza ancora
turbata dagli avvenimenti. Dunque, consultò, non senza una certa
agitazione, la nuovissima Natura Medica del Cigliano, alla ricerca di
qualcosa di abbastanza forte ed efficace da somministrare al suo
paziente, che avrebbe poi rivisitato al più presto in quella stessa
mattinata. Purtroppo non poteva chiamarlo telefonicamente per averne
notizie perché ai Poggi non c’erano telefoni. Non ce n’erano comunque
tanti in giro ai tempi del barone, malgrado l’impianto della holding
della Società Finanziaria dei Telefoni, e quelli che lo possedevano
erano solo i signori, cioè i benestanti. Il barone era un signore,
infatti possedeva un telefono. Tuttavia il barone era un modesto
benestante ed era un signore anche perché si incipriava di borotalco,
per questo certamente era un signore, ben diversamente dagli usi e
costumi del popolo minuto e dei villani che non si lavavano neanche col
sapone, se pure si lavavano. Veramente il barone Bartolomeo Maria
Camerario era un signore soprattutto perché era di buon cuore, va detto
a suo merito. Questo è un altro motivo per cui non lo si può chiamare
un pover’uomo, mentre è certamente un altro modo di essere signori, si
possegga o meno un telefono, e allora anche certi villani potrebbero
esserlo, signori, perché tra la gente modesta, i villani o popolani che
dir si voglia, si trovava frequente, in quell’epoca a Napoli, della
brava gente. La moglie di don Catuccio, donn’Amalia, a suo modo, e
soprattutto per quel modo suo di essere sollecita al soccorso di
quanti, senza distinzione di sesso o di ceto, ne avessero bisogno, era
una signora.
Potendo, il barone si prestava per gli altri. Si
lasciava coinvolgere da una viscerale empatia che, tutto sommato,
potenzialmente generava in lui quella paticità necessaria,
all’occorrenza, al superamento della situazione attuale. Parimenti, un
poco ingenuamente, ma con un fare alquanto altezzoso, lui si aspettava
almeno un poco di gratitudine dagli altri, almeno da quelli più
strettamente a lui vicini per un verso o per l’altro, fosse stato pure
don Catuccio, sebbene non potesse contare su molti. La sua cerchia di
conoscenze col tempo era diventata sempre più ristretta, anche a causa
di una certa delicata gelosia della quale, è dolce dirlo, continuava a
circondare la persona di sua moglie. Che però non è il caso di
indicare, anche lei, come una povera vittima reclusa, perché di fatto
lei non si doleva di alcun isolamento patito. Ecco, a proposito di
Margherita viene da ricordare del diavolo, perché dove c’è l’acqua
santa, c’è anche lui. Del diavolo si può dire che è povero, mentre poco
o nulla d’altro si può dire di lui, di quest’altro personaggio che, se
lo si scorge ogni tanto da qualche parte, è proprio perché è difficile
che lui non ci sia nelle vicende umane. C’entra sempre, come il
pretusino di donn’Amelia, cioè il comune prezzemolo nelle minestre,
mimetizzato nelle maniere più impensate.

Gennaro Maria Guaccio è nato a Napoli (maggio 1948) dove vive e
lavora. Laureato in Ingegneria Chimica e in Teologia, è docente di
Tecnologie Chimiche e di Chimica Fisica. Autore di libri di carattere
scientifico e scrittore di romanzi e racconti brevi. Presta la sua
esperienza e collaborazione a case editrici locali.
Il profilo e le opere di Gennaro Maria Guaccio nella Galleria degli Autori.

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