La recensione di Nicla Morletti

Il capro espiatorio di Paola PicaE’ questo lo spaccato di una famiglia all’apparenza “per bene”, ma che nella verità dei fatti nasconde cose non certo belle, con tormenti psicologici e violenze, anche se non fisiche, come le definisce l’autrice, da film come “Festen” del regista danese Thomas Vinterberg, del non lontanissimo 1998. Ma certe volte i dolori psichici, le ferite della mente e del cuore, sono più laceranti di quelle fisiche. Così Elena, la protagonista, per neutralizzare il dolore inflittole dalle famiglia, dato che le è stato negato l’aiuto affettivo, deve ricorrere ad un aiuto professionale. Scrive l’autrice: “Non sono mai stata in psicoterapia, ma credo moltissimo nell’aiuto che può dare alle anime sofferenti. E’ questo il motivo per cui ho voluto dare a questa mia storia l’aspetto di una lunga seduta di analisi”.
Un gioco sottile di flash – back e anticipazioni danno vita ad una trama leggera di uno spaccato di vita che sembra svolgersi man mano che lo leggiamo, in tappe quasi quotidiane che, invece, coprono lunghi lassi di tempo.
Un romanzo che induce alla riflessione con le dolenti note di una famiglia, come tante, dei nostri giorni.

IL CAPRO ESPIATORIO
di Paola Pica

Inedito
2005

Dal libro

“Come, come?… Continua.  Questa idea del capro espiatorio non è male; direi che mi interessa un bel po’, mi intriga”.
Erano secoli che non lo sentiva interessarsi ad uno qualsiasi dei suoi argomenti, che sempre, immancabilmente, venivano liquidati da un “Ah, sì…” e dal silenzio che a questo seguiva, quando non ne scaturiva un litigio violento e totalmente privo di presupposti…la pura e semplice risposta ad una sollecitazione terapeutica e catartica, appunto.
Ma questo colloquio non avveniva nello studio di un analista.
L’idea del capro espiatorio non era certo sua o, meglio, non solo sua, anche se lei c’era arrivata da sola, attraverso il suo cammino solitario di dolore, il suo male di vivere.
I trattati di psicologia ne erano e ne sono pieni.  Così le avrebbe detto di lì a poco il terapeuta con cui avrebbe confrontato questa sua supposizione, che, dopo il primo colloquio, sarebbe diventata una calma certezza, perché supportata dal sapere ufficiale.

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