Il Cireneo di Arturo Molinari

Una ragazza scompare. Da giorni e giorni non è rintracciabile. Si chiama Elena ed è la figlia di Arturo Orsini, vecchio amico di Alberto Aldobrandi, ex capitano dei carabinieri, adesso investigatore privato. C’è poi un archeologo e c’è un’antica reliquia di inestimabile valore. Altri compagni di avventura si uniscono in questo viaggio alla scoperta di nuove cose, indizi nuovi. Il percorso si snoda tra Roma, Livorno, Genova e la Maremma. Alta e austera si erge misteriosa l’abbazia di San Galgano a Montesiepi.
Ma chi è il Cireneo? Un vecchio nemico? Un personaggio enigmatico e discutibile? Nella fluida e chiara narrazione la suspense regna sovrana. E il romanzo di Arturo Molinari si tinge sempre più di giallo, catturando l’attenzione del lettore e inducendolo ad attente riflessioni. Personaggi e ambienti sfilano nella mente di colui che legge rendendolo partecipe degli eventi, il tutto condito con una sana, abile e disinvolta creatività e abilità narrativa. Un ottimo lavoro, questo di Arturo Molinari, che in 498 pagine condensa una serie inarrestabile di emozioni, ricordi e molto altro ancora tra escursioni nella mitologia e nelle religioni, nella cibernetica e nella biogenetica, ma soprattutto nell’onnipresente avidità umana. Viene qui proposta, in chiave moderna, la perenne lotta tra il bene e il male, un sogno fantascientifico nella realtà del mondo che ci circonda, con tutti i suoi problemi e contraddizioni. L’autore si sofferma al cospetto delle vicende umane e agli aspetti scenografici del creato, rendendoci così partecipi della trama. E le pagine incidono e segnano un’impronta indelebile dell’avvenuta captazione. Ottima lettura. Nicla Morletti

Anteprima del libro

Parte Prima

Dura da oltre un’ora questo silenzio che disturba più del cicaleccio a cui sono abituato e che sempre mi aspetto quando viaggiamo in auto insieme. Non ho il coraggio di interromperlo, forse perché non ho nulla da dirle e se parliamo un argomento dovrò pur trovarlo. Brutta giornata di metà inverno, perché fine gennaio è inverno, ma basta un raggio di sole per sognare un profumo di primavera. Invece la sera che si avvicina porta solo nuvole basse e minaccia di neve. Così hanno detto le previsioni. Tra un’ora saremo a Genova, a casa, lo spero e lo temo. A Brugnato accendo i fari e subito un pulviscolo umido, come di insetti attirati dalla luce, si appiccica al vetro, lucida l’asfalto della strada quasi deserta. Presto fiocchi più grandi si spiaccicano senza rumore e i piccoli frammenti di ghiaccio vengono implacabilmente eliminati dal tergicristallo. Quasi quasi le dico che nevica, ecco, così, tanto per irritarla e provare a farmi maltrattare. La nube bianca prende coraggio e offusca la strada, i cartelli, il guard rail, accentua il silenzio.
«Guarda, c’è una farfalla in mezzo ai fiocchi di neve.»
«Ma non dire sciocchezze!»
Mi concentro sulla guida, muto, cerco di non voltarmi per dare un ultimo saluto alla farfalla che oscilla leggera a lato del finestrino.

La riappacificazione con Desi dura da qualche anno, la convivenza solo da tre, ma già mostra segni di cedimento sul lato comunicativo. È una convivenza part-time, dato che il mio lavoro mi trattiene a Genova e il suo insegnamento si svolge a Livorno. Poi ci sono i genitori, suoi, che ancora vivono in Maremma, al paese, a Casteldisasso. Proprio da lì proveniamo questa sera, da una visita d’obbligo a Egeo per i festeggiamenti del suo ottantesimo compleanno. A Casteldisasso ci ritorno sempre volentieri, purché le soste siano brevi ed estive; è rimasta un’isola dove anche il tempo si riposa e non infierisce sulle debolezze umane. Egeo, il papà di Desi, è nato contadino, figlio di contadini e ha lottato fino all’ultimo per mantenere la fattoria, la stalla e i campi come gli erano stati tramandati, finché due figlie, le sorelle di Desi, presa in mano l’impresa familiare, ne avevano fatto una fattoria biologica vendendo i prodotti alla grande di-stribuzione e ai gruppi d’acquisto per qualche lira in più. Egeo aveva deciso di riposarsi un poco, sedendosi sulla vecchia poltrona nell’angolo della cucina, dove la vecchiaia l’aveva colpito all’improvviso, come un torcicollo.

Genova ci accoglie bianca e silenziosa, corso Europa deserto, salvo che per poche auto immobili sul bordo della strada. Mi chiedo se sia il caso di montare le catene, ma non ne parlo con Desi per timore di innescare qualche risposta sarcastica; mi limito a proseguire lentamente. Rari i miei ricordi della città ammantata di neve, tutti drammatici però, notizie come bollettini di guerra, uffici e negozi chiusi in anticipo, scuole chiuse come d’obbligo, tutti a casa con i mezzi a disposizione, cioè poche auto munite di catene per salire gli impervi pendii di Manin, di Castelletto, di Apparizione, di via Vesuvio. Anche una breve altura come Carignano offre i suoi ostacoli, spesso rappresentati da auto e autobus in panne per mancanza di catene perché a Genova la neve colpisce a tradimento, d’improvviso, di preferenza nel pomeriggio per coinvolgere il maggior numero di cittadini. Nei miei ricordi non c’è il vento, quello che a Genova non manca mai sembra prendersi una sosta per lasciare la città completamente in balia del biancore silenzioso e silenziante, poi che i pedoni fan poco rumore. La neve schiacciata dalle altrui ruote offre un ragionevole appiglio, i pochi frequentatori delle piste ignorano tranquillamente i semafori; mi adeguo e in pochi minuti siamo davanti a Brignole, imbocchiamo viale Brigate Partigiane, la grande strada costruita sulla copertura del torrente Bisagno. Desi lancia uno sguardo alla stazione ferroviaria e d’improvviso si anima.
«Possiamo vedere se c’è un treno per Roma? Avrei voglia di dormire nel mio letto stanotte.»
«Wishful thinking, con questa neve ti consiglio di dormire nel nostro letto stanotte, ti porto alla stazione domattina.»
Così mi gioco la possibilità di un dialogo perché lei ripiomba nel mutismo mentre io mi arrampico cautamente su per corso Aurelio Saffi, costeggio i tetti imbiancati della Fiera del Mare e le pendici verdi e pietrose di Carignano. Lasceremo l’auto in garage a piazza Cavour e proseguiremo a piedi tra i vicoli stupiti della loro nuova, inusuale veste.

Stamani il centro storico di Genova è un lago di silenzio; un sole quasi primaverile abbaglia i tetti dove il biancore ha nascosto l’ardesia. Godere di questo spettacolo dalla finestrella della mia cucina è un raro privilegio e non riesco a staccarmi dai vetri neppure quando la caffettiera mi chiama borbottando. Desi si sveglia incupita, spegne la caffettiera e mi rivolge sguardo e voce.
«Sono preoccupata per babbo, vorrei tornare a casa, puoi vedere quando c’è un treno per Grosseto?»
Non le rispondo che fino a ieri considerava questa la sua casa, non le ricordo che avevamo progetti per la settimana di vacanza che si prospetta, invece accendo il computer e consulto il sito delle ferrovie.
«Sono le otto, se ci sbrighiamo ne hai uno da Brignole alle nove e trenta, cambi a Pisa.»
«Tu non vieni?»
«No, scusami, ne approfitto per lavorare un po’ e mettere in ordine l’ufficio. Non vorrei farti fretta, ma dubito che i mezzi funzionino stamani e ne abbiamo per una buona mezz’ora a piedi.»
Sbircio attraverso la porta di camera e vedo il lettone coperto di vestiti.
«Hai intenzione di portare via tutto?»
«Ma no, però con questo tempo, i vestiti mi possono servire.»
«Anche quelli estivi?»
«To’, nella fretta non me ne sono accorta, beh gli darò una rinfrescata. Posso prendere una delle tue valigie grandi?»
Non insisto perché ho imparato a non stuzzicare una tigre inquieta, invece tiro giù un valigione dallo sgabuzzino, uno di quelli con le ruote, e lo apro platealmente ai piedi del letto. Le due valve di plastica aperte, pronte a ingoiare tre anni di convivenza, non mi fanno paura, le interpreto come il segno di Giona, che non esca da lì qualcosa di più vivo dell’angustiante torpore che ormai ci sta avvolgendo? Sento forte il desiderio di nascondere tra gli abiti la noia e l’abitudine, i silenzi e gli sguardi opachi, l’educata sopportazione che ci ha impedito di anticipare questo momento. Provo una grande gratitudine per Desi, per avermi evitato questa decisione e penso che le porterò volentieri la valigia grande fino al treno, dovessi fare tutta la strada a piedi.

I vicoli ci accolgono con freddezza. Non mi viene in mente nulla che possa descrivere una nevicata nei vicoli del centro storico. Le pietre sono sporche e scivolose, il candore della neve rimane solo sui sellini delle vespe e dei motorini acquattati negli angoli. Vedo le solite facce, incrocio le stesse persone di ogni mattina, visi senza stupore, passi un poco più cauti, sara-cinesche che si sollevano all’ora di sempre.

***
Il Cireneo
di Arturo Molinari
2013, ill., rilegato
Ibiskos Ulivieri

Arturo Molinari

Arturo Molinari, Italia classe 1945, si defini­sce un ligure-toscano, come l’autostrada che da cinquant’anni unisce queste regio­ni. Proprio nel percorrere questa autostra­da cominciò a formulare l’idea di un racconto poliziesco maremmano e di per­sonaggi caratteristici toscani, messa poi in pratica a partire dagli ultimi anni ’90. Autore di racconti lunghi e brevi d’into­nazione noir, alcuni dei quali apparsi nelle antologie della Editrice Ibiskos-Ulivieri e sulla rivista La Ballata, affronta per la prima volta il romanzo con II Cireneo. Dal 2000 è presente nelle giurie dei premi letterari “Domenico Rea” e “Autori per l’Europa” della Ibiskos-Ulivieri. Inoltre collabora con la rivista di Arte e Cultura “La Ballata” con trafiletti ironici e con una rubrica permanente di curiosità fito-terapiche.

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8 Commenti

  1. Dall’anteprima questo sembra essere un libro ben curato e strutturato, chi è un attento lettore lo nota subito anche con poche parole! Leggendo l’anteprima le parole dell’autore mi hanno trasmesso molte emozioni e calma allo stesso tempo. Sicuramente da leggere.

  2. Leggendo questo breve tratto del suo romanzo, ciò che si nota subito, è la descrizione dettagliata, puntuale, precisa, quasi come se si avesse davanti un quadro di questi luoghi che i protagonisti attraversano.
    Un’altra cosa che mi ha colpito molto è la scrittura lineare, tranquilla, che trasmette molta calma, quasi un senso di benessere.
    Complimenti all’autore.

  3. Decisamente, questo romanzo di Arturo Molinari ”Il Cireneo” , si può definire poderoso, al di là delle 500 pagine che lo compongono, in quanto in esso il lettore può trovare una storia e un popolo variegato di protagonisti che lo rendono piacevolemente interessante, principalmente perchè l’autore ha fatto parlare i propri personaggi con il linguaggio del luogo di provenienza. La narrazione coinvolge la gente di Maremma, di Livorno, Genova ecc.. personaggi presi tra quel popolo che incontriamo per strada. La storia si snoda tra il mistero di reliquie scomparse dal colore ”noir”, nonchè intrighi classici di un ”giallo” ed anche ”poliziesco” visto che compare un ”detective”. Descrizione accurata, scioltezza di lunguaggio, sintesi e spiccato senso dell’umor, fanno di questo racconto di Arturo Molinari, un importante romanzo da leggere con passione, in quanto la descrizione accurata, vivace, quasi cinematografica degli ambienti e dei personaggi, li fa diventare parte del nostro vissuto e della nostra identità in una ambizione quasi felliniana.

  4. Ho preso in mano il romanzo appena uscito e ricordo che, inaspettatamente, mi si è offerta la lettura di un limpido e accattivante racconto, scritto in una prosa ricca e puntuale, nel quale si delineavano con giusto tempismo i vari motivi della trama mediati da personaggi ben individuati, atti a dar vita a situazioni interessanti nelle quali agivano dinamiche da interpretare e, soprattutto, da tener presenti nell’attesa di chiarirne il mistero. Come sottrarsi, a quel punto, da un completo coinvolgimento nei confronti di tale lettura? Impossibile…..

  5. Un buon libro condotto bene con una incredibile capacità descrittiva e dei sentimenti umani e delle situazioni interiori, sempre tuttavia nel rispetto e in armonia con la propria natura umana .Sorretto dalla sua capacità di disincantato lettore deli vizi e delle virtù dei suoi personaggi non si atteggia tuttavia a censore e non denuncia mai, ma si pone semplicemente all’ascolto dei sentimenti altrui e ne trae suggerimenti. Buona la sua partecipazione ai luoghi descritti e alle situazioni ambientali.. Molinari sorride e muove al sorriso.

  6. Un amore finito, forse mai iniziato,
    leggiamo in questo inizio ben impostato;
    e avremo poi tante sorprese
    nel proseguio assai cortese.
    ” Il Cireneo ” e’ un romanzo fine,
    che piace oltre il confine,
    e puo’ darci anche una morale,
    sempre diversa e mai eguale.
    Arturo padroneggia ben le idee,
    eccole raccolte come dee,
    a dettar la trama e la consolazione
    d’ un insieme da campione.
    Tra queste righe traggo l’ esperienza
    che come l’ essenza
    sara’ una bella condizione
    quella del lettore di felice mansione.
    E allora son pronto al ricevimento :
    e dopo saro’ felice e contento.

    • Mi sarei accontentato della prosa,
      onorato lo son di più se in rima
      se avessi immaginato la sua chiosa,
      caro Gaetano, l’avrei fatto prima

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