Il debito di Lucrezia Bano

Lucrezia Bano, giovanissima scrittrice di grande talento, che attualmente frequenta il Liceo Classico Jacopo Stellini di Udine, ci offre la lettura di un romanzo straordinario e molto originale. Ideale continuazione del più celebre romanzo di Thomas Mann, “Il debito”, oltre che a svelare fatti e vicende dei singoli personaggi tutti ben descritti e delineati, è il ritratto stesso di un tempo lontano e complesso. Siamo infatti a fine ottocento e nella Germania di etica protestante. Lucrezia Bano con maestria e grande capacità intellettiva, di studio e di analisi, narra una storia familiare imponente, attraversando più generazioni. La trama del romanzo è ben costruita, i personaggi ottimamente tratteggiati il cui scavo psicologico affonda le radici nella conoscenza, negli studi e nella perspicacia dell’autrice che riesce mirabilmente a calarsi in situazioni e cose, in una straordinaria descrizione di luoghi, trasmettendo al lettore emozioni, sensazioni e atmosfere accattivanti. La famiglia Buddenbrook è acerrima rivale dell’altra antica famiglia borghese di Lubecca, gli Hagenström, mentre proprio la borghesia sta attraversando la sua prima, difficile crisi di identità. Sono rimasta colpita dalla grande abilità nello scrivere di questa giovanissima e bravissima autrice: una perfetta storia di 409 pagine è qualcosa di straordinario, come straordinario è il lessico, il periodare ben corretto e definito, le belle descrizioni come questa: “La notte annegava sconfitta nel suo stesso sangue; una luce rosata era sbocciata dalla coltre livida, con il baluginìo prezioso della porpora, e fioriva lenta violando il nero d’indaco e l’indaco di cremisi.” L’intero romanzo eccelle di ambientazioni straordinariamente descritte, mentre le parole vengono cesellate in un ricamo duttile e morbido come tessuto di seta: è la trama che scivola lieve tra luci ed ombre, come una rosa che si apre ai raggi del sole, accoglie le gocce di una lieve pioggia, si fa accarezzare dal vento dell’estate per poi farsi baciare dalla luce dorata del tramonto e scivolare lentamente in un languido crepuscolo. Attorno il turbinìo del mondo. Ottimo, sorprendente, coinvolgente. Bravissima Lucrezia. Nicla Morletti

Anteprima del libro

I

La notte annegava sconfitta nel suo stesso sangue; una luce rosata era sbocciata dalla coltre livida, con il baluginìo prezioso della porpora, e fioriva lenta violando il nero d’indaco e l’indaco di cremisi. Un dardo infuocato s’insinuò fra le pieghe della tenda e trafisse il buio tacito e ostinato. L’aria era viziata, pregna dell’odore acre delle candele e delle aspettative consumate; lacrime appese agli occhi e sonno sulle palpebre si dissipavano in vapore secco di malinconia asciutta, quando il dolore nell’anima esce dal petto con gli artigli e annaspa solo nel sangue delle sue vittime. L’ombra di un sospetto gravava nella stanza bagnando il pavimento, meno di una promessa, più di un segreto.
Avvolta da lenzuola e coperte, una figura spettrale svaniva nel letto troppo grande drappeggiato da un baldacchino; il piccolo capo morbido affogava nell’imbottitura del cuscino di piume. Una mano di ossa di vetro e pelle di carta spuntava dal calore confortante del giaciglio, azzurra e inanimata, con vene d’inchiostro blu in rilievo a disegnare la geografia impossibile degli Inferi. Il suo respiro esitava e incespicava, esalato dalle labbra in un singhiozzo affannoso, strappato in un lamento e un singulto. I riccioli, appiccicati alle tempie da un sottile velo di sudore, ricadevano con grazia sulla federa e sfioravano timidamente la linea sinuosa del collo esposto. Le alette delicate del naso sussultavano e fremevano, quasi respingendo l’aria pungente. Le palpebre calate sugli occhi erano trasparenti, pulsanti di venuzze viola, merlettate di lunghe ciglia umide di fatica.
La vita si stava spegnendo, l’ennesima candela incerta in quella stanza, in cui già si attendeva l’inizio di una veglia funebre. Una donna dai folti capelli biondi, il viso rigato di lacrime segnato dagli anni ma ancora memore della sua antica bellezza, passeggiava su e giù incapace di lasciarsi corrodere nell’immobilità dell’inerzia, e la gonna ampia del suo vestito si gonfiava e distendeva al movimento delle caviglie; sfregava fra loro le mani tremanti, quasi cercando un calore essiccato e perduto. Un’altra donna, presso il letto, osservava in piedi il malato con uno sguardo indecifrabile; tre zitelle vestite di grigio sedevano in fondo alla stanza con le mani giunte, avvoltoi inquieti che fiutavano l’odore del sangue. Un ragazzino dai capelli d’oro rosso fissava il pavimento e gemeva come un piccolo animale ferito, ombre di lacrime esauste sulle guance sbiadite, mentre perdeva voce e colori crollando sotto il peso del silenzio, prigioniero dello stordimento vitreo che solo gli amanti assaporano, insieme all’odore della morte dell’amato nelle narici. I suoi occhi annebbiati si allagavano di un lutto immortale.
La sagoma sul letto, labile come un disegno di gesso, non si muoveva. Le sue labbra schiuse tremavano, dimentiche dell’arte del respiro, in cerca di uno schianto in fondo a quel dirupo. Nessuno sapeva più piangere. Lo guardavano precipitare con gli occhi asciutti e le mani vuote.
Ad un tratto, un uomo stempiato entrò senza bussare. Attraversò la stanza squarciando il silenzio, una dura rassegnazione incisa in volto, ma non disse una parola. Gli occhi grandi e spauriti dei presenti lo seguirono, tutti tranne quelli di Kai, abbandonati al suolo come specchi infranti. L’uomo, presso il letto del malato, protese il capo verso quel disegno fragile. Premette una mano contro il torace glabro e piatto, coperto dalla stoffa umida di una camiciola sgualcita. I secondi che trascorsero furono un’insopportabile, penosa vertigine che travolse la stanza e bruciò l’ossigeno. Il pavimento era lava instabile.
Quando l’uomo sollevò il capo, tutti udivano la morte sulle sue labbra. Quelle terribili parole erano già in bilico. Anche l’aria, sabbia ardente sotto il sole di un’agonia paziente, si preparava ad ingoiarle.
Il dottore parlò prima che qualcuno interpretasse il suo stupore confuso. Disse: «È vivo».
Tony Buddenbrook s’immobilizzò, poi la fatica di tanto tormento prese il sopravvento e si lasciò cadere sulle ginocchia. Le tre cugine aprirono le bocche come pesci imbalsamati. Kai alzò il volto crollato fra le mani, nascosto alla portata torrenziale del dolore: fra le crepe dei suoi occhi s’intuì il bagliore di una luce. Gerda Arnoldsen, la madre, chiuse gli occhi esausta e si permise di trarre il lungo respiro intrappolato finora nella sua gola.
In quel momento Hanno Buddenbrook spiegazzò le palpebre, contrasse la bocca in uno spasmo doloroso e tossì, a voce alta, un suono vivido che vibrò nel petto.
E così tornò al mondo.

***

«Non è ancora fuori pericolo, temo, non ancora», ripeteva inesorabile il dottore, osservando accigliato Hanno riemergere dalla morte. Però dovette arrendersi e dichiarare sconfitta la sua esperienza di medico, perché giorno per giorno il giovane paziente si scrollò di dosso brandelli di malattia, finché il suo corpo non fu fresco di guarigione. Quando tornò cosciente, ancora disteso sul letto e infagottato di coperte, sollevò le palpebre con gravosa lentezza e fissò il soffitto. Le dita della mano destra si contrassero nervosamente, e Tony lo osservò con occhi imperlati di lacrime estatiche.
«Hanno, piccolo Hanno! Dio sia ringraziato! Oh, bambino mio, cosa mai ci hai fatto passare…». Avvolse fra le sue braccia quel corpo esile, che scricchiolò come porcellana. Hanno ricadde sul suo petto e aspirò inavvertitamente una zaffata di profumo alla lavanda. I capelli chiari di sua zia gli punzecchiavano una guancia. La luce aggredì le sue iridi cieche. E quando capì, la verità uccise l’apatia beata di un istante prima. E trascinò i ricordi. Uno per uno. E gli raschiarono la pelle, e gli graffiarono le braccia. E avvertì sul corpo il dolore sordo, pulsante, nauseabondo delle botte che suo padre non gli aveva mai dato, perché picchiare i figli non è una cosa signorile. La sopportazione svincolò dal suo controllo e si sciolse in lacrime.
Al ciglio del pozzo, le sue mani avevano perso la presa ed era precipitato di nuovo. Il suo incubo era lì, davanti a lui, aveva forma e colore e odore e nome. Il suo incubo era tornato. Poi si ricordò della musica. E tutto fu ancora più orribile. Un mostro, un riflesso distorto in uno specchio di strega, l’ennesimo ignobile scherzo del destino. Un’illusione. Chiudi gli occhi e sparisce. Li chiuse: era ancora tutto lì ad aspettarlo, le persone le cose le aspettative la scuola i voti i dolori i denti il trapano la medicina la febbre la testa il silenzio la polvere la neve e volle dormire ancora. Perché mi hai svegliato?, avrebbe voluto urlare alla zia Tony. Ma era tardi. Se solo avesse potuto dimenticare ciò che lo aspettava, oltre quel letto, fuori da quelle coperte, cedere all’istinto facile e irrefrenabile di rannicchiarsi a terra e non scontrarsi mai più contro il mondo, che tanto vinceva sempre.
E il terrore più buio, indefinibile come il colore dell’odio e il sapore del veleno, mordace come un tumore affamato, gli svuotò le ossa e tagliò i muscoli con cesoie d’acciaio. «Mai più, piccolo Hanno, mai più». La zia Tony gli carezzava i capelli a palmo disteso, strattonandoselo al petto con urgenza, singhiozzando felice e bagnandolo.
Il suo incubo era tornato per restare. Il peso di quella sceneggiatura lo oppresse ancora prima di sfiorarlo. Quando giunse Kai, non lo riconobbe. Sembrava avere vissuto altre tre vite, dopo l’ultima volta che l’aveva visto. Barcollava come un ubriaco davanti al sole: sulle guance ancora il sapore aspro di lacrime ribelli, imparò a memoria il suo viso desto, con occhi tremanti, per dissetare la paura; gli toccò il viso, come se temesse che egli potesse svanire, per colmare la voragine della nostalgia. Gli strinse le mani corte e diafane, fredde com’erano sempre state, che lasciavano indovinare un disegno di vene e nervi sotto la pelle di petalo. Aveva sempre amato moltissimo le sue mani, quelle mani su cui aveva pianto credendo alla sua morte, quelle mani che suonavano con tanta abile destrezza…
«Io sarò sempre accanto a te, Hanno», decretò con la voce solenne, importante e un po’ tetra delle promesse, come se sapesse di sangue il giuramento stretto alla sponda di quel letto. Hanno replicò con uno sguardo sconsolato, ancora pulsante di rifiuto e repulsione, ancora scosso e stordito dal tormento del risveglio, della consapevolezza spaventosa che lo aveva svuotato… Non esisteva quell’ingombrante fardello, non avevano significato quelle parole maledette, non avevano suono o forma durante il suo sonno! Certo che no! Dormiva e nelle sue vene fluiva linfa limpida di libertà, gorgogliante di pace, senza che nessun battito troppo veloce del cuore ne turbasse la liscia quiete… il cuore infatti suonava la sua regolare melodia, una successione corretta di note uguali, una sinfonia discreta e amabile, di cui le sue orecchie sazie di silenzio si beavano pigramente… il silenzio, condiscendente e comprensivo, lo avvolgeva stretto nel suo abbraccio ovattato e lo proteggeva da ogni rumore, ogni interferenza, ogni male e nefandezza potesse esistere oltre quel limbo esatto di estasi pacifica. L’universo che lo circondava era l’abisso dove aveva sempre sperato di affogare: nessuna voce poteva raggiungerlo, nessun frastuono scomposto e indesiderato era in grado di penetrare nella massa invincibile e inesorabile dell’acqua, di tagliare e spezzare quella pace sospesa e placida d’inerzia dolce… finalmente il paradiso, staccato nettamente dal folle furore e dalle intemperie selvagge del mondo! Un luogo dove la vita non è presente in nessuna sua forma, dove tutto è irreale e divino, dove tutto ciò di cui si ha bisogno è ubriacarsi della calma echeggiante, dell’assenza dell’essere, dell’avere e della scomparsa di necessitare di entrambe… Un vuoto sconfinato, un buio accogliente, una fame appagata di silenzio che ricolma la testa, alleggerisce il cuore… Concentrarsi, ascoltare “seppur senza una mente capace di rievocare acerbe asprezze”, solo la concordia esemplare del proprio corpo, inconsistente, privo di peso, di nome, niente passato né futuro, solo un presente illimitato e immortale come il mare. Bandito ogni pensiero, ogni amarezza, ogni pungente, crudo, incandescente sentimento che possa ridestare il male, increspare quelle onde sicure della loro imperturbabile tranquillità, agitare la linea retta del silenzio… bandito, esiliato, lontano! Vita! Perché volere la vita, perché sentire la mancanza del dolore che s’insinua nei pori della pelle e nelle fessure del cervello, della fatica a scorrere ardente e acre sul collo, di quel piombo intollerabile compatto nel petto e nelle membra, che trascina il corpo a terra e gli impedisce di respirare?! Perché bramare il prezzo esorbitante e iniquo dell’ossigeno, perché cercare il tumulto a sconvolgere il cuore e infrangere ogni equilibrio, perché amare l’ignoto e l’imprevedibilità pericolosa delle strade accidentate? Perché fidarsi della crudeltà gioiosa, esaltata del destino? Che senso può avere soffrire, sudare, sopportare e trascinarsi a marce forzate negli anni per poi marcire sottoterra?

***
Il debito
di Lucrezia Bano
2014, 409 p.
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Lucrezia Bano

Lucrezia Bano è nata a Tolmezzo nel 1997. Attualmente frequenta il liceo classico Jacopo Stellini di Udine. Ha vinto il primo premio di poesia e narrativa “Cinque terre Sirio Guerrieri” (sezione giovani), e il primo premio al concorso letterario internazionale Siracusa.

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5 Commenti

  1. Ho letto la trama con grande piacere e ne sono rimasta travolta, ho immaginato fosse il racconto di una scrittrice esperta e solo di seguito mi sono resa conto della giovanissima età!! Non posso che fare i miei complimenti e augurarti il meglio, hai un potenziale enorme.

  2. Autrice a me sconosciuta ma dall’anteprima intravedo una potenzialita nel modo di scrivere e affrontare le tematiche davvero diversa e insolita che coinvolge e appassiona.

  3. Devo dire che scrivere la continuazione di un grande libro non è cosa semplice ma in questo caso devo dire che è stato un successo. Per quello che ho letto nell’anteprima si sente che prima di scrivere c’è stato una sorta di studio da parte dell’autrice per rendere la narrazione non sono più realistica ma anche per non far sentire spaesato il lettore. Inoltre sembra davvero di vivere in prima persona la storia.
    Sono davvero incuriosita e mi piacerebbe ricevere una copia del libro non solo per conoscere la continuazione della storia ma anche per vedere fin dove si spinge la cura dei dettagli.

  4. E’ un libro davvero fantastico, le descrizioni sono praticamente perfette e l’autrice riesce a farci amare i personaggi talmente tanto da ritrovarci senza rendercene conto a ridere e piangere assieme a loro.
    Brava, brava, brava!

  5. Ho letto il libro di Lucrezia Bano e condivido il commento di Nicla Morletti. Ci troviamo di fronte a un’autrice giovanissima dotata di ottima padronanza della lingua e di acuta sensibilità, che sa rendere stati emotivi e situazioni ambientali in modo coinvolgente e originale. Un’autentica speranza della narrativa e, a mio parere senza esagerare, della letteratura italiana.

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