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Il demone interiore di Thomas Toderini dei Gagliardis dalla Volta

Scrive l’autore: “Questo libro si sarebbe dovuto intitolare “L’Onesto Uomo” omonimamente al libro scritto nel 1780 dal poligrafo Giambattista Toderini.” Prosegue poi: “Non fu facile per me trovare un titolo alternativo… L’illuminazione vera e propria però, arrivò solamente grazie a Luciano De Crescenzo, o meglio dalla lettura di “Socrate”, libro da lui scritto nel 1993 per i tipi di Arnoldo Mondadori Editore. Ora, per capire cosa sia “L’onesto Uomo” rimando il lettore a proseguire nell’introduzione che segue, mentre per realizzare cosa sia “Il Demone Interiore”, ogni lettore dovrà fare uno sforzo in più indagando tra i 18 ragionamenti di cui si compone quest’opera.”
La lettura si presenta molto interessante, anzi interessantissima, tanto più che l’antenato dell’autore, l’ abate Giovambattista Toderini, nel 1780, per iniziare l’opera “L’Onesto Uomo”, scriveva così: “A Sua Eccellenza il Signor Marco Antonio Priuli Amplissimo Senatore.” Un tuffo nel passato che sicuramente affascina e trascina, intriso di quella sana filosofia del vivere e di quel sano senso civico dell’essere uomo, tanto utile per i giorni nostri e che ci riporta soprattutto a verificare meglio su ciò che sta accadendo oggi intorno a noi, perché non c’è separazione tra passato e presente, semmai un sottile filo li lega e, come hanno scritto i filosofi antichi, ciò che è stato è quello che sarà e ciò che s’è fatto è quello che si farà. Niente di nuovo avviene sotto il sole.
Nel leggere questo persuasivo libro, molte sono le domande che ci balzano alla mente e a cui l’autore offre un’esauriente e dotta risposta. Nel nostro tempo, le frenetiche attività dei media possono portare determinati tipi di informazioni velocemente a molti milioni di persone, ma chi le filtra per noi? Come possiamo essere sicuri del fatto che ci arrivino messaggi veritieri e genuini? Di chi possiamo fidarci? Questo scrive Thomas Toderini. Quali sono i vantaggi che provengono dalla virtù? Certamente l’umanità rende gioconda la vita. Esiste la felicità e se esiste qual è il suo colore? Quali le sfumature? La nostra esistenza è la prova che Dio esiste? E noi siamo un tutt’uno con Lui? Cos’è l’anima? E le sue facoltà? Invito tutti a leggere questo affascinante e particolare libro, frutto di intenso studio e grande applicazione che l’autore dedica a Sara Ranieri, vero, grande modello di rettitudine. Nicla Morletti

Anteprima del libro

Da Fondamento dell’Onest’Uomo
RAGIONAMENTO I
DIO.

(I) La mia esistenza mi prova, che c’è Dio. (II) Altra prova me ne porge la serie degli esseri limitati. (III) Altra l’economia dell’Universo. (IV) Altra l’anima, e le sue facoltà. (V) Quindi abbiamo prove delle divine perfezioni e d’una vita avvenire. (VI) I mali fisici, e morali nulla provano in opposto, anzi danno nuove conferme. (VII) Se la Ragione ci parli, che Dio punisca con eterni castighi.

(I) E’ di estrema importanza considerare Dio come la base di tutto, ed è relativamente scontato pensare che un ecclesiastico e teologo, quale poteva essere il mio antenato Giambattista Toderini, potesse iniziare i suoi ragionamenti partendo dall’analisi dell’Entità Divina. Egli infatti dice: “Entro in me stesso, e trovo Dio. La meditazione sulla mia esistenza mi presenta uno spirito, che pensa {…}”. È stato per me sorprendente incontrare un’esposizione di pensieri ricchi di un’armonia che oggi definiremmo ironicamente “new age”; infatti non mi sarei mai aspettato di sentir parlare un uomo occidentale del ‘700, di meditazione che porta alla conoscenza del Sè.
Nei miei viaggi in oriente e nell’accostarmi a culture e religioni differenti ho avuto il grande privilegio di potermi confrontare con grandi diversità apparenti. Vorrei sottolineare l’apparenza delle diversità, in quanto nel trovarmi a dialogare in più occasioni con musulmani e indù ho piacevolmente avuto la conferma che nella stessa maniera in cui il mio Dio è il Dio di tutti, anche il loro Dio è il Dio di tutti, quindi abbiamo pacificamente e armoniosamente convenuto che non esita un Divinità “ad usum Delphini”(l), bensì Dio. Nello stesso modo Egli non si manifesta in maniera diversa per i cristiani, così come per i musulmani o i buddisti e così via, ma, semplicemente “assume la forma” dei riti, delle immagini e dei contesti culturali nei quali siamo inseriti.
Una bellissima preghiera che ho imparato in India, recita: “{…} ti raggiunge Signore, colui che è Uno con Te in tutto […}”.
In molte occasioni, in quelle terre lontane, ho sentito parlare di “Unità”: la stessa parola “yoga” significa “unione” ed è quella pratica per mezzo della quale si può arrivare alla coscienza dell’essere Uno in Dio. Insomma per farla breve, non esiste un Dio lontano nascosto in qualche angolo di cielo, ma “semplicemente” un infinito meccanismo di cui io sono ingranaggio: Dio è tutto e quindi io essendo parte del tutto sono Dio. Non posso dividermi da Lui o agire in maniera autonoma, così come sarebbe impossibile vivere se ad un certo momento decidessi di dividermi in due. Posso solamente lavorare sulla mia coscienza fino a quando questa, allargandosi mi rivelerà la mia natura Divina e quindi il mio essere “Uno” in Dio.

(II) Concordo con Giambattista il quale vede in Dio la perfezione creatrice da cui ognuno di noi origina e di cui fa parte in maniera indissolubile: ancora una volta il concetto preponderante è l’Unità, anche se ho il sospetto che il Toderini come altri miei educatori cattolici non parlino dell’Uomo e di Dio in termini di Unità, bensì in termini di subordinazione e sottomissione. Fin da piccolo mi hanno insegnato a temere Dio, il quale mi ha creato e costruisce la Vita intorno a me: questi fondamenti sono stati pacificamente accettati dal mio cuore, che fin da giovanissimo ha riconosciuto il profondo legame che intercorre tra me e il Divino, o se vogliamo tra me e me stesso. Dunque per quale motivo dovrei temere l’Altissimo? Dovrei forse spaventarmi ogni qualvolta mi guardo allo specchio?
Uno dei motivi di discordia tra l’Islamismo e le altre religioni, sta nel fatto che parte dell’Islam non accetta l’usanza, per esempio dei Cristiani o degli Indù, di attribuire una forma a Dio e quindi all’Infinito. Il loro punto di partenza è vero e perfetto, in quanto è inconcepibile limitare l’Infinito Iddio ad una limitata forma, ma è altrettanto paradossale non accettare il fatto che essendo Egli Infinito ed Illimitato sia in realtà Creatore e prodotto stesso della Sua Creazione: Egli è ciò che crea ed è ciò che è creato; è colui che guarda ed è colui che è guardato: Dio è l’occhio che vede, è la vista stessa ed è colui che viene veduto. Tra chi compie l’azione e chi la riceve, non vi è alcuna diversità, alcuna divisione: è tutto Uno. È per questi motivi che se da un lato non si può confinare Dio in una “cosa”, non si può nemmeno mettere in dubbio che quella “cosa” sia lo stesso Dio: mi torna in questo momento cara l’immagine del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, laddove il Padre è il Creatore (Dio), il Figlio è il prodotto del Padre (Dio) e lo Spirito Santo è l’atto stesso del creare (Dio).
Qualche lettore a questo punto starà chiedendosi chi io sia per poter stabilire che tutto è Dio… Come ho premesso nell’introduzione, da parte mia non vi è alcuna presunzione di volermi ritenere detentore di chissà quale verità. Questo libro vuole essere semplicemente l’analisi di quanto sostenuto dal mio avo Giambattista, rivisto nell’odierna società partendo dalle basi della semplice ragione: la mia ragione mi porta a testimoniare dell’esperienza della mia Vita.

(III) Nel parlare della perfezione dell’Universo, Giambattista cita filosofi e studiosi di ogni tempo e nazione, per arrivare alla comune accettazione che dietro alle meraviglie del mondo vi sia la firma dell’Altissimo. In realtà credo che gli uomini di ogni tempo abbiano ingaggiato delle sfide, o meglio dei giochi con Dio, che permettessero loro di scovarlo da qualche parte. Una specie di nascondino che nel XX secolo ha portato perfino l’uomo sulla Luna donde scoprire che nemmeno lì si nascondeva il nostro Dio. Tanto sarebbe valso restarsene a casa e guardare fuori dalla finestra per capire che Dio non si nasconde in nessun luogo, anche perché considerata la Sua vastità sarebbe un po’ difficile riuscire a confinarlo dentro ad un orizzonte o ad un altro pianeta. Credo simpaticamente che a Lui torni molto più comodo essere l’orizzonte stesso e l’occhio che lo guarda, il pianeta stesso e il piede che lo calpesta… Si può usare il termine “calpesta” parlando di Dio? Bèh, credo di sì dato che per come la vedo io, il suolo calpestato e il piede che vi si poggia sono sempre Uno…

(IV) Nel quarto paragrafo del primo capitolo, Giambattista vuole fare un passo ulteriore nella “riscoperta” del Divino e lo fa attraverso l’indagine interiore usando parole pressoché commuoventi: “Contemplo, ed esamino sottilmente l’indole dell’intelletto, e veggo, che la verità non può ascondersegli, se tutto s’applica ingenuamente a ricercarla”. Giambattista parla di ingenuità con il senso di purezza. Infatti se attraverso la meditazione ci lasciamo guidare dentro di noi, non mossi da un senso di meticolosa ricerca pregiudicata da schemi mentali di ogni genere, ma con la semplicità, l’ingenuità che è propria dei bambini, possiamo ottenere dei risultati incredibili.
Chiudere gli occhi e abbandonarsi al respiro, nostra fonte primaria di Vita, ci può portare ad aprire delle porte apparentemente sconosciute: dentro di noi tutti abbiamo ben chiaro il concetto di bene e male, a prescindere dalla nostra cultura o dalle scelte personali che facciamo nella Vita. Ogni nostra azione è subordinata ad una volontà che, dietro a sé cela uno stato di coscienza che ci dice quale sia la linea di confine tra la giustizia e l’errore. Sta appunto alla nostra volontà decidere di mettere in opera l’azione. La nostra coscienza ha già fatto il suo lavoro dandoci le indicazioni più convenienti. Certo, se così fosse tutti farebbero solamente il bene dato che la coscienza per tempo ci avvisa, ma la faccenda non è così semplice, dato che l’essere umano è vincolato molto spesso da una serie d’insane abitudini che lo portano a mentire prima di tutto a se stesso. Purtroppo le abitudini, cattive o buone che siano, hanno il potere di radicarsi nella nostra Vita fino a divenirne complemento da cui è difficilissimo liberarsi, così che taluni modi di fare ci diventano tanto preziosi da sostituirsi all’uso della coscienza e alla relativa capacità di discernimento. Da qui vediamo la degenerazione di uomini, donne, culture, società e nazioni.
Mi tornano alla mente alcune situazioni vissute tra la gente dove per esempio, alcune mie conoscenze nella consapevolezza di commettere azioni sconvenienti, mascheravano certe situazioni dietro all’ipocrisia del gioco o dell’atto scherzoso: senza volermi addentrare nei fatti stessi, loro avevano ben chiara in mente la sconvenienza delle loro azioni, tuttavia avendo deciso di proseguire nei loro intenti, mascheravano l’azione dietro ad un atto giocoso. Questo modo di porsi li ha portati a vivere in maniera abitudinaria situazioni a volte riprovevoli, che però sanno riconoscere negli altri, quando a loro volta si trovano ad osservare o a subire il gioco con cui loro stessi arrecano offesa. Nello stesso modo potremmo chiederci come possano esistere persone, che in maniera apparentemente incosciente siano disposte a caricarsi di esplosivo e a farsi saltare in aria, talvolta dentro ad una scuola di bambini o in mezzo ad un mercato gremito di gente.
Anche in questo caso l’abitudine gioca un ruolo determinante: è chiaro che l’esempio di specie si riferisce a popolazioni in guerra dove l’estremismo e il fanatismo religioso porta ad azioni prive di ogni logica, ma stiamo comunque parlando di popoli “abituati” alla guerra. Popoli che pur conoscendo il concetto di pace, sono talmente educati alla tradizione bellica da crescere i propri figli con concetti barbari e disumani, la cui responsabilità ricade oggi sulle guide spirituali che non sanno più interpretare e divulgare i Sacri Insegnamenti, così come avvenne nella storia cristiana ricca di ingiustizie di ogni genere.

***
Il demone interiore
di Thomas Toderini dei Gagliardis dalla Volta
2012, pag. 83
Bononia University Press

4 Commenti

  1. Leggendo questo breve brano del libro, credo che questo sia un libro che fa riflettere, che ci può aiutare a dare risposte ad alcuni nostri quesiti..
    credo che ogni popolo abbia la propria cultura, vedi ad esempio i popoli islamici, che sono così estremisti, e a noi occidentali fanno un pò paura.. molto spesso si tende a giudicare molti popoli per il loro comportamento.. ma credo che anzi dovrebbero essere ammirati, anche se molte volte il loro comportamento ci sembra “anormale”, ma credo che almeno questi popoli abbiano ancora degli ideali, lottano per qualcosa in cui credono (anche se per noi è sbagliato che un kamikaze uccida..), mentre noi occidentali, ormai stiamo perdendo anche il senso del giusto e della lotta per degli ideali.. quindi credo che per certi versi dovremmo prendere esempio da certe popolazioni.. di certo non mi riferisco alla guerra, che credo ingiusta, ma mi riferisco al fatto di mantenere vive ancora certe tradizioni e culture..

  2. Un libro problematico ed interessante insieme. Da leggere e da rileggere; e da meditare. Non e’ un romanzo, ma e’ seducente. Con qualche precauzione : i superficiali non sono graditi.

    Gaetano

  3. Semplicemente Grazie a Nicla Morletti per la splendida recensione del mio libro. In poche parole ha saputo cogliere molti tra i messaggi che ho voluto condividere con i lettori. Grazie di vero Cuore!
    Thomas Toderini d.G.d.V.

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