Il furto del volto santo di Marcello Montaldo

Tutto trae inizio nell’oscurità di una cella dell’Inquisizione. Frate Zefirino da Teriasca, falsamente accusato di stregoneria è in carcere con frate Lorenzo da Varese, incriminato per aver partecipato al furto del Volto Santo, il lino su cui si narra sia rimasto impresso il volto di Gesù. Il romanzo spazia tra la Repubblica di Genova fino all’affascinante e quanto mai misteriosa Istanbul. Un bel romanzo storico in cui si intrecciano finemente le trame e dal percorso narrativo sobrio, accattivante, ben documentato. I personaggi, ben configurati e delineati, densi di umanità, prendono vita tra i labirinti del tribunale dell’Inquisizione densa di crudeltà, falsità, ambiguità e intrighi. Si stagliano nel cielo azzurro i palazzi signorili, par quasi di sentire tra le pagine i profumi della Provenza, il lettore si addentra con la mente nei chiostri ombrosi, per i vicoli animati che conducono al porto di Genova tra il brulicare di imbarcazioni. Attraggono le strade di Istanbul, i grandi giardini, i misteri che aleggiano nell’aria. E poi ci sono le botteghe ricche di fiori, cere, spezie odorose. Prendendo spunto da un fatto realmente accaduto, cioè il furto del Volto Santo, fantasia e realtà si fondono mirabilmente con gli esatti riferimenti storici e attenta è la descrizione di luoghi e personaggi.
Un romanzo storico ben scritto, in cui Marcello Montaldo mette tutto il suo impegno e la sua capacità narrativa per raccontarci una storia molto interessante in un linguaggio snello e scorrevole, riportando così alla luce misteri e segreti di un periodo oscuro, ma la crudeltà e l’ambiguità dei metodi dell’inquisizione saranno poi debellati lasciando spazio alla “solidarietà e alla comprensione” come ha scritto l’autore stesso. Nicla Morletti

Anteprima del libro

Premessa

Questa storia non sarebbe stata scritta se nell’anno 1362 l’imperatore di Bisanzio Giovanni V Paleologo non avesse donato a Leonardo di Montaldo l’Immagine Edessena: l’impronta del Santo Volto di Cristo.
Si tramanda che su un panno di lino dove Cristo si era asciugato il viso sia rimasta impressa la sua imma-gine.
Il Sacro Volto fu conservato per secoli a Edessa, in Mesopotamia (oggi Şanhurfa in Turchia).
Nell’anno 944, dopo laboriose trattative fra l’imperatore di Bisanzio Costantino Vili Porfirogenito e l’emiro di Edessa, conquistata dai Saraceni nell’anno 639, il Volto Santo fu ceduto all’imperatore dietro liberazione di duecento saraceni e il pagamento di 12.000 monete d’oro.
A Costantinopoli l’Immagine fu collocata in una. cappella della chiesa di Santa Sofia.

Leonardo di Montaldo è stato un eminente cittadino genovese, proprietario e capitano di due galee, con interessi e commerci sulle coste del Mar Nero e del Mar d’Azof.
Qui, nel 1362, liberò dal dominio turco “alquante Terre”, scrive l’annalista Agostino Giustiniani, e le restituì all’imperatore di Bisanzio Giovanni V Paleologo, allora regnante.
L’imperatore, riconoscente, donò a Leonardo di Montaldo la sacra Immagine, Tó άyιov Mάvδίλιov: il Santo Mandillo, così chiamato ancor oggi.
(Per nulla nascondere è doveroso riferire come altri cronisti ritengano che il Santo Mandillo sia stato trafugato).
Tornato a Genova, Montaldo non rivelò il possesso della reliquia, ma la conservò nel suo castello sul versante della collina ove si trova l’odierna piazza Manin.
Nel 1383 Leonardo di Montaldo assurse al dogato.
Nell’esercizio della carica ebbe fama d’uomo di grande coraggio, dotato di somma destrezza, generosità e prudenza.
Durante una delle ricorrenti epidemie di peste, nell’anno 1384, il Doge si ammalò.
In punto di morte, Leonardo lasciò il Santo Mandillo in eredità al monastero di San Bartolomeo degli Armeni, dove la notte fra il 7 e l’8 dicembre 1507 fu trafugato.
Mandante del furto era stato il vescovo di Sens, Etienne-Tristan de Salazar, collezionista di reliquie, che ne affidò l’esecuzione al nipote Galeazzo di Salazar, capitano, in Genova, del Castelletto, nominato nella carica dal Re di Francia.
(Nel 1496 Genova, non riuscendo a governarsi da sola, aveva conferito al re di Francia Carlo VIII di Valois la Signoria della Repubblica).
All’epoca del furto regnava in Francia Luigi XII di Valois-Orléans.
Autori materiali del furto furono due frati: il francescano Leone da Moncalieri e il basiliano Lorenzo da Varese.
La sacra reliquia, ricercata, ritrovata in Francia e reclamala dalla Repubblica di Genova, a Genova tornò.
Custodita per alcuni anni nella Cattedrale di San Lorenzo, dopo che fu apprestata una più efficace sicurezza, fu restituita al convento dei frati basiliani di San Bartolomeo degli Armeni ove è ancor oggi conservata e venerata. (I frati basiliani furono più tardi sostituiti dai Barnabiti).
Fra Leone da Moncalieri, arrestato in Francia, fu impiccato.
Fra Lorenzo da Varese è trascurato dalle cronache.
La sua storia nelle pagine che seguono è invenzione.

1

Mi avevano chiuso in una stanza alta d’aria con la volta a botte.
Odorava di vinaccia e non pareva una prigione, ma un luogo domestico dove venga tenuto in castigo un ragazzo che ha commesso una birbonata.
Non si trattava di questo.
Era una cella dell’Inquisizione.
Provvisoria, probabilmente.
Forse in quel momento non avevano altro a disposizione per alloggiare con un minimo di decenza un imputato, come è prescritto.
Sono stato cacciato – ma non potevo rifiutare – in un’impresa da cui sarei uscito con le ossa rotte.
Nell’ampia stanza la voce rimbombava.
La porta era piccola e solida. Nell’entrare ho rischiato di battere la testa contro l’architrave e di inciampare nella soglia.
Con rudezza mi hanno accompagnato due guardie del tribunale criminale. Mi hanno spinto dentro e mi hanno tirato dietro un sacco pieno di paglia.
Aria e luce provenivano da una finestrella alta, quasi al soffitto.
Durante il giorno la stanza non era molto chiara, ma quando vi arrivai, a fine ottobre, verso le sette di sera, il buio era completo dopo che le guardie se ne furono andate con le loro lanterne.
Cercai di orientarmi rimanendo vicino alla porta.
Il silenzio era assoluto. Avanzai d’un passo e davanti a me sentii un fruscio. Pensai a un topo di quelli grossi, una pantegana, ed ebbi un brivido di ribrezzo, ma si affacciò anche il pensiero di uno spirito maligno già presente in quel luogo o entrato insieme a me.
A voce alta, con un braccio teso e la mano aperta esclamai: «ab insidias diaboli.»
Immediatamente una bella voce baritonale continuò: «libera nos Domine»
Seguì una gran risata.
Non fui tranquillizzato: la voce aveva correttamente concluso l’invocazione, ma la risata pareva schernire la preghiera. L’agitazione crebbe.
«Chi sei? Cosa sei?» Urlai.
Con tono rassicurante la voce rispose: «Lorenzo da Varese, fratello. Da come hai esorcizzato devi essere un religioso, come me. Non so perché ti trovi in questa cella, ma ti compiango anche se ben più dovrei compiangere me stesso. Chi sei?»
Il sangue che mi si era gelato riprese a scorrermi nelle vene: dissi il mio nome e aggiunsi:
«Frate Zefirino da Teriasca, francescano, sacerdote. Non so perché mi trovo in questa cella dell’Inquisizione, ma qualcuno me lo spiegherà.»
«Te lo spiegheranno fino alla morte.»
Di nuovo mi sentii gelare, ma questa volta per il freddo. Su di me scivolava aria umida. Ero sotto la finestra.
«Ho freddo qui, dove potrei spostarmi?»
«Sei davanti alla porta mi pare. Prendi il tuo sacco di paglia e dalla porta spostati lateralmente alla tua sinistra di cinque passi.
Troverai il muro. Accosta il pagliericcio e avvolgitici se puoi. Cerchiamo di dormire, speriamo in un sonno duro e pesante. E in un bel sogno.»
Seguii i suggerimenti di fra Lorenzo e mi sentii meglio.
Non riuscivo, però, a prender sonno. Prima di farmi entrare nella cella mi avevano dato un’abbondante cena, e il freddo di quel locale mi aveva fermato la digestione.

***

Il furto del volto santo
di Marcello Montaldo
2013, 154 p., brossura
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Marcello Montaldo

Marcello Montaldo è nato a Genova nel 1934. Qui ha frequentato il liceo classico Andrea D’Oria, si è laureato in giurisprudenza ed ha eser­citato l’avvocatura. Da sempre appassionato di Letteratura, Storia, Arti figurative, vive e lavora a Bogliasco, sulla Riviera ligure di Levante. Ha pubblicato tre romanzi. Marietta (quasi una storia vera); La scrivania del federale; Giulitta. La casa del poeta e la raccolta di racconti: Il gatto rosso. Tutti i romanzi hanno ottenuto premi.

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6 Commenti

  1. Romanzo storico, inquisizione, accuse di stregoneria e misteri da risolvere? Un mix fantastico di ingredienti irresistibili!

  2. Sin dalle prime battute si denota una narrazione calzante che coinvolge il lettore, la trama è appassionante ed inoltre tratta un periodo storico che mi appassiona molto. Mi è piaciuta inoltre la premessa che delinea la storia.

  3. Il genere di libro che mi prende anima e corpo. Adoro le storie ricche di mistero e suspance. Ho apprezzato tanto la descrizione dettagliata che l’autore fa di ogni singola cosa, è in grado di farti vivere quella scena come se fossi presente. I miei complimenti!

  4. Sin da questa breve anteprima si nota la cura dell’autrice nel collocare il suo romanzo in un contesto storico denso di particolari, con vero amore per la storia e le sue costruzioni architettoniche; chissà cosa succederà al povero frate imprigionato e accusato ingiustamente , spero di poter proseguire presto la lettura e son sicura sarà colma di colpo di scena e misteri.

  5. La trama sembra avvincente, interessante conoscere altri aspetti della chiesa e storie e credenze che la circondano.
    Spero avrò la possibilità di approfondire.

  6. Oggi giorno è raro trovare un romanzo storico scritto bene perchè molti si lasciano per lo più andare a delle proprie fantasie senza prima documentarsi. Questo romanzo, da quel poco che ho letto nell’anteprima, mi sembra proprio che sia scritto bene perchè traspare la cura nei dettagli, cioè si vede che l’autore ha prima studiato.
    Il ritmo è calzante e personalmente ora vorrei sapere come procede.
    Sarei proprio felice di poter ricevere una copia di questo libro per vedere cosa succederà e per dare un commento più approfondito.

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