LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Il miliziano di Roberto Tamagnini
Il Miliziano è un bel romanzo di quelli scritti in maniera egregia con la penna e con il cuore. Stile inconfondibile, leggerezza e armonie di parole si susseguono nelle pagine come le magiche note di un pentagramma. In questo, Roberto Tamagnini è un vero maestro nell’arte dello scrivere, anche quando gli argomenti si fanno più tristi e scavano nell’amarezza della vita. Il romanzo narra la storia di un ragazzo di strada. Il suo incontro con il capitano Herrera gli offre un’opportunità: un posto da miliziano. E il protagonista sale di grado, fa carriera, anche se il mondo attorno è fatto di violenza e soprusi.
Sullo sfondo dei Tropici, in Centroamerica, un ragazzo semi – legittimo, cresciuto nei bassifondi di una cittadina di mare, si riscatta. Lotta. Non si rassegna. Non si piega. Un romanzo dove dominano amore e morte. Pagine profonde che narrano la vita, il cui messaggio è l’invito alla comprensione e alla tolleranza tra i popoli e le persone.

IL MILIZIANO
di Roberto Tamagnini

AIEP EDITORE – Collana Acta minima
2001, p. 80
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È il romanzo di un ragazzo di strada, ai tropici, che fa carriera attraverso la violenza, impegnato a combattere contro la rivoluzione.
Si susseguono situazioni di vita, di morte, d’amore, di ripensamenti filosofici e politici. L’uomo, che non è simpatico, si redime, oppure no. Al lettore il compito di trovare la soluzione.

Prefazione di Filiberto Bernardi
Sullo sfondo dei tropici, in Centroamerica, l’autore narra la storia di Fernando, un ragazzo semi-legittimo che cresce nei bassifondi di una cittadina di mare.
Fernando conosce la violenza, la pratica con una banda di coetanei, vede in azione una prostituta, pratica il sesso; la sua è una storia come quella di tanti altri sfruttati: non ha istruzione, osserva con rassegnazione la vita randagia della madre e di una sorella, il fratello finito in galera.
Ma Fernando è intelligente, si rende conto di essere analfabeta e di voler progredire, abbandona la vita di strada, lavora, trova chi l’istruisce.
La dura vita ha compressa nel suo seno una molla di violenza e l’incontro con il Capitano Herrera gli offre una opportunità: un posto da miliziano.
Comincia così per Fernando una vita ancora più dura, fatta di continue violenze, lui povero che umilia altri poveri, ma che gli da modo di salire di grado.
S’innamora, ma la tragedia è in agguato; sale ancora, diventa ufficiale, sempre sotto la protezione di Herrera.
Salva una volta un capo guerrigliero e ciò gli gioverà quando il vento cambierà.
Per non togliere suspance, non svelerò il finale di questo tortuoso percorso umano dalla dannazione alla redenzione, che non è così scontato come sembra.
Impostato sul classico dualismo amore-morte, con la politica che fa da sfondo, il romanzo rappresenta una denuncia, non gridata, delle sperequazioni che esistono nel Paese immaginario (ma ispirato dal Nicaragua) e che affliggono tanta parte del mondo.
Il dipanarsi della storia è anche un invito alla comprensione, alla tolleranza, una denuncia degli orrori delle dittature di destra e degli errori dei regimi di sinistra, che diventano inumani quando l’uomo non è più in primo piano e la scena è dominata dal più spietato egoismo della destra e dall’incomprensione dogmatica di sinistra.

La giornata era soleggiata, calda, le fronde delle palme si piegavano appena alla brezza leggera che proveniva, carezzevole, dall’oceano.
La luce era violenta sul mezzogiorno ed acquietava il rumore ed il lavoro del piccolo porto; le barche dondolavano appena sulle piccole onde; un sentore di pesce affluiva dalle casse, ormai vuote, che si accatastavano sulle calate e nei vicoli.
L’aria, pesante, nonostante la brezza, faceva indulgere all’assopimento ed era ciò che succedeva al giovane Fernando, che si riparava all’ombra di una baracca, nel pulviscolo dorato, con la schiena appoggiata alla parete, sentiva che gli occhi gli si chiudevano, mentre la mente gli si apriva e pensava alla sua vita…

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