LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

Il mio mondo ed altri racconti di Giuliana Colella
Racconti d’amore, questi di Giuliana Colella, storie pervase di dolce armonia nella descrizione di paesaggi dove colori e sapori formano una tavolozza di meravigliose tinte del cuore.
Sentimenti e stati d’animo danno forma, in queste pagine, ad un mosaico di vita dove la speranza è l’antidoto al malessere dell’anima.
Grande la capacità espressiva dell’autrice. Concetti autentici e profondi. Moderno e snello lo stile.
Sette racconti da leggere. Da non dimenticare: “Il mio mondo”, “Un addio”, “Storia di una quasi fallita”, “Una relazione”, “La signorina Quattr’ossi”, “Una fuga”, “Una mattina balorda”. Ottimo libro.


IL MIO MONDO ED ALTRI RACCONTI

di Giuliana Colella
Bastogi Editrice Italiana
2008, p. 72
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Prefazione di Lia Bronzi

La gamma dei toni e dei registri di scrittura della nuova raccolta di racconti di Giuliana Colella che è intitolata Il mio mondo ed altri racconti, al di là del valore letterario intrinseco che pur c’è, è portatrice di uno stigma di profonda sensibilità che testimonia il percorso euristico in progress della stessa autrice, che si concretizza poi in una eloquente chiarezza delle immagini alle quali si unisce un’altrettanta chiarezza descrittiva, dove la metafora dominante dei racconti è imperniata sui colori e sui significati espressivi.
Nel fluire della narrazione a dominare sono le tematiche d’amore e del paesaggio, interpretate in funzione analogica ed in sintonia con lo stato d’animo della stessa autrice, mentre i sentimenti sono prospettati con aderenza alla realtà contemporanea, nei quali si fa più marcata la ricerca esistenziale, mentre l’aspetto pedagogico del racconto sembra ricondursi al superamento dell’opinione comune anche quando l’autrice non manca di analizzare il vasto campionario di umanità, nel segno di un percorso valoriale di singolare fascino e straordinaria umanità, quale affresco della realtà singolare ed intima, unitamente a quella fenomenica e plurale.
Dai sette racconti intitolati rispettivamente: II mio mondo; Un addio; Storia di una quasi fallita; Una relazione; La signorina Quattr’ossi; Una fuga, Una mattina balorda, talora emerge un certo “maledettismo” che finisce poi per stemperarsi in una “weltanschauung” che vira verso spiagge di fatalismo e di dolore, come ben si evince dal racconto Una fuga o nel nichilismo come si può riscontrare in Una relazione, oppure di palese sconforto come è evidente in una Storia di una quasi fallita anche se alla fine sarà la speranza che ha bisogno delle tenebre a risplendere.
Nel testo non mancano situazioni di pietas civile ed umana a denotare e concludere la comunicazione dei racconti con i lettori. Ma se la scrittura è anche missione, essa non può praticare un irresponsabile disimpegno col solo staccarsi dal mondo reale per approdare ad una scrittura “altra ed alta”, depurata dalle scorie che fanno male, che pur tuttavia non sa oggettivarsi nella valenza universale, per questo Giuliana Colella affronta con questa nuova prova le misteriose ragioni del nostro esistere con atteggiamento quasi maieutico, al fine di comprendere le ragioni che inducono gli esseri umani a determinati comportamenti.
La raccolta, dal punto di vista formale si presenta notevolmente compatta ed ancora più matura sul piano del possesso dei mezzi espressivi, nei confronti dei precedenti scritti, essendo l’autrice pervenuta all’elaborazione di una personale cifra linguistica e stilistica che è già statuto espressivo di una scrittrice compiuta.
Ci è dato di incontrare, di tanto in tanto, onomatopee tutte palazzeschiane come: “Clic, clic; Ciaf, ciaf; Cri, cri; Ok, ok”, che attraverso la loro iterazione ottengono un effetto climax futurista particolare e ne facciamo un esempio col riportare un breve periodo per avvalorare il nostro assunto: “…Ad un tratto, una folata di vento, più forte delle altre, lo urta in pieno viso ed a lui sembra uno schiaffo. Ciaf, ciaf. Il vento si accanisce contro di lui come con una sorta di gusto malvagio, quasi con maligno piacere. Poi, all’improvviso, gli ghermisce il berretto, lo fa volare lontano. Ciaf, ciaf. Dove sei berretto? Ugo corre…” (da Un addio) dove l’autrice offre un’esemplare misura narrativa che aiuta il lettore ad accostarsi al suo mondo per comprenderne agevolmente tutti i risvolti e le implicazioni.
Sono presenti nella raccolta, definiti alla perfezione, icastici polisindeti come: “…II giardino nell’ora canicolare appariva come addormentato. Le piante, ferme in una loro sonnolenta immobilità, attendevano il refrigerio della sera. Pure in quella loro staticità io avvertivo il fremito di una vita misteriosa che mi affascinava…” ( da 77 mio mondo) atti a stagliare un proscenio di idealizzazione che assume toni emotivi che si fanno ancor più stringenti e cogenti con l’immagine dell’adorata nonna che non è più e che ci obbligano a ripensare il grande mistero della vita in senso lato. Ecco allora che l’attività letteraria della Colella fondamentalmente si muove nel solco segnato dal rapporto con sé e la propria ricerca esistenziale ed ispirazione artistica, capace di metterla in contatto diretto ed in comunicazione con il grande ed insondabile mondo dei lettori, ai quali offre, dalla profondità delle tematiche trattate che riguardano anche la conflittualità del nostro esistere, la lotta interiore e le rotte di collisione della vita e della morte, il suono delle cose, l’afflato degli incontri, l’amaro gusto della perdita, nell’aggancio con il suo ed il nostro vissuto.
A chiusura della raccolta nel racconto Una mattina balorda il dato cronachistico e biografico dell’io narrante diviene reperto analogico ed esistenziale che apre falle d’anima, che vanno a stemperarsi in una appena accennata e vissuta trasgressione che, tuttavia, assume un sapore del tutto liberatorio. Nella protagonista, infatti, “nello spazio di un mattino” il tempo interiore si lega ad un tempo ciclico riaffermando in tal modo il diritto ad esserci ed a vivere, pur anche fosse in un angolo di nulla, oltre il freddo della noia che, per sinestesia può diventare oniricamente: “Un modo di essere vivi in altro modo” anche se poi la stessa scrittrice sentenzia: “…Questa mattina è stata forse un sogno. Un sogno appunto balordo”.
Tuttavia la narrazione rivela, a livello inconscio, come, analogamente alla mitica caverna di Platone, la verità vada cercata al di là delle ombre intraviste, per consegnare alla sedimentazione la propria Weltanschauung e vivere quindi una vita più vera.

Dalle prime pagine

Ricordo benissimo il giorno in cui tornai nella vecchia casa. Si era nella prima quindicina di giugno e le giornate erano già calde, quasi afose. Di prima mattina avevo preso la mia decisione: sarei partita, senza salutare nessuno. In fretta avevo raccolto qualche abito e degli indumenti intimi e li avevo messi senza grazia nella mia vecchia valigia. Facevo tutte le cose quasi di corsa come per impedire a me stessa di pensare, di riflettere. Nessuno mi avrebbe cercata, lo sapevo. Certo non i miei genitori, che si erano sempre disinteressati di me né tanto meno Sirio che era uscito così bruscamente dalla mia vita. Meglio così, mi dicevo. In fondo, non desideravo altro che stare sola e la vecchia casa mi avrebbe certo accontentata. Sorgeva al centro di un giardino coltivato essenzialmente ad ulivi e ad alberi da frutto, in una posizione alquanto appartata rispetto alle altre abitazioni. Appariva come chiusa in una sua nobile bellezza. Si trattava di una struttura in pietra a due piani che da un lato terminava con una specie di torretta. Ciò le conferiva un aspetto alquanto medioevale che, fin da bambina, mi aveva attratto. Fra quelle vecchie mura, immerse nella verde campagna ligure, avevano abitato la mia nonna materna e la vecchia Maria. A loro due ero stata affidata ogniqualvolta la mia presenza diveniva per i miei genitori troppo ingombrante, cosa questa che accadeva abbastanza di frequente. Per loro ero solo un impiccio di cui sbarazzarsi non appena possibile.

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