Il peccato e l’espiazione di Salvatore Caponnetto

Il peccato e l’espiazione di Salvatore Caponnetto: una bella storia di 504 pagine ben articolata che copre il decennio a cavallo della seconda guerra mondiale.

Protagonisti sono due giovani siciliani molto diversi tra loro. Il primo, appena si trasferisce a Catania per motivi di studio, ne approfitta subito per correre dietro a donne mature e vedove, prede facili per un abile rubacuori. Il secondo, al contrario, è più serio, più responsabile e costruisce la propria vita con impegno dedicandosi anima e corpo al lavoro, pur essendo semi invalido. Ma la vita riserva sempre sorprese e i fili del destino tessono talvolta trame insidiose, così quando entra in scena la sorella di uno dei due protagonisti, si accendono i conflitti, si scatena la gelosia.
Un romanzo scritto magistralmente, le pagine scorrono veloci, la lettura si fa più attenta. Ben curata e approfondita la psicologia dei personaggi, ben osservati i turbamenti, le ansie, le umane tensioni.
“Il peccato e l’espiazione” è un romanzo completo, dettagliato, ben strutturato. Lo stile è snello, dinamico, moderno. La storia è densa e fluida, narrata anche tramite il prezioso utilizzo del dialetto che dà un tocco da vero maestro all’autore e rende ancor più reali e coinvolgenti i fatti e le umane vicende.
Un romanzo di cui consiglio la lettura a tutti. Da non perdere. Nicla Morletti

Anteprima del libro

Dalle prime pagine – Così ebbe inizio

«Ascolta, ho qualcosa da dirti, voglio che il mondo sappia, chi era Salvatore Valise, e perché si trova in questa terra straniera, lontano dagli amici e dagli amori che hanno resa intensa, anche se breve, la sua vita. Fermati, non ti ruberò molto tempo, solo quello che occorre per raccontarti la mia storia. Smettila di correre e siedi qui, vicino a me».
«Non posso fermarmi, se mi riposassi cesserei di esistere. Vivo solo se corro. E poi non so se valga la pena di fermarmi, di storie ne ho ascoltate tante e tante ne ho portate in giro. La gente ormai non ascolta le storie degli altri, ha orecchie solo per le proprie storie. La gente si è impigrita, non ha voglia di leggere, preferisce essere indottrinata dalla televisione e dalla radio che parlano per voce del potere. Il mondo si è intorpidito, il sapere è quello di massa, la cultura quella della ricetta per cucinare o delle battute più o meno interessanti dei “migliori anni”.
La gente compra libri meramente decorativi che ama esporre nelle sue librerie, ma non leggere, o si allinea con il profilo medio basso di stimatori di una cultura qualunquista. Il mondo è in cerca di sensazionalismo, il mondo ama essere guidato. Tu che speranza hai che la tua storia possa trovare orecchie per essere ascoltata».
«Se non puoi fermarti, ascoltami, comunque, io sono Salvatore Valise, non ti chiedere quanto ho vissuto ma come ho vissuto. Non sono passato a vuoto sulla terra; dei fiori ho raccolto i più profumati; dei frutti i più dolci; della vita ho colto il suo aspetto migliore: vivere intensamente è stato il mio solo credo. Delle donne… io ho avuto in pochi anni quello che i più non riescono ad avere in una vita inutilmente lunga. Tuttavia nel fiore più bello, nel frutto più dolce era nascosta l’insidia più amara, ascoltare la mia storia non sarà inutile, servirà certamente a qualcuno a capire e a salvarsi forse. La gente ascolta se si sa raccontare indipendentemente da quello che si racconta. Non andartene senza avere ascoltato, non ho nessun altro a cui affidare la storia della mia vita, nessun messaggero divino, perché per Dio ho peccato; nessun messaggero terreno, perché la terra preferisce dimenticare e seppellire. Solo tu vento potrai riportarmi agli odori della mia terra, alla zagara, al gelsomino, alle rose, al profumo inebriante delle donne. Io ho vissuto in una ridente vallata circondata da morbide colline al cui centro si eleva il cono di un vulcano, ormai spento con ai suoi fianchi e alla sua cima abbarbicato un paese di gente semplice e meno semplice, virtuosa e meno virtuosa; morigerata e meno morigerata. Un paese, insomma, come ne esistono tanti, ma per me assolutamente unico in quanto respiravo l’aria di casa mia. Dammi solo qualche ora, sarà più che sufficiente. Per quanto avventurosa possa essere stata una vita e per quanto lunga, bastano poche ore per raccontarla».
«Visto che non sono riuscito a fermarti ed hai già iniziato la tua storia, continua, vedrò se sarà il caso di ascoltarla tutta o interromperti per riprendere il mio inarrestabile correre e dimenticare che un giorno ho teso le orecchie a cogliere gli ultimi aneliti di un’anima in pena, che non riesce a riposare se non ha portato la sua storia a conoscenza del mondo».
«Non ti annoierò, già la sola idea che qualcuno mi ascolti mi dà forza, mi dà vigore, mi libera dalla polvere di cui i lunghi anni trascorsi mi hanno ricoperto. Non importa se quello che ti racconterò lo sussurrerai alle cime frondose degli alberi, o se scivolerai sulla superficie increspata del salmastro mare, o se ti aggirerai fra la gente e lo sussurrerai alle orecchie verginali delle ragazze o delle più esperte matrone. O se scuoterai gli anziani nei loro torpori senili che tenderanno attento l’orecchio a sentire, e ricordare quanto meraviglioso sia l’universo femminile, e riavranno la voglia di avventura, di esploratori mai appagati di scoprire sempre più, il mondo malizioso, intrigante ed affascinante della donna. Ricorderanno e saranno uomini secondo il precetto della creazione”.
«Ti sto già ascoltando, ma senza fermarmi come già ti dissi non posso fermarmi esisto solo se mi muovo, passerò sul tuo tumolo e raccoglierò le tue parole mute alle orecchie umane ma chiare per me che mi tiro appresso questa enorme schiera di anime. Io ti sento benissimo, parla, ti sto a sentire».
«Come ti dissi il mio paese sorge ai piedi di un morbido declivio al centro di una conca circondata da una serie quasi continua di colline ad oriente, mentre ad occidente più sfrangiale e distanti accolgono il tumultuoso gorgogliare del Simeto almeno nella stagione invernale. A settentrione, superba e maestosa svetta la mole, innevata dell’Etna per la maggior parte dell’anno. E un paese sonnacchioso, assediato dagli agrumeti che lo circondano e, a volte, penetrano anche nel perimetro di lato colorando di verde i terreni che circondano le case. Le verande sono sostituite da incannicciate su cui si adagiano e aggrovigliano le viti creando gradevoli zone d’ombra nelle assolate giornate estive. Sulla cima della collina la rocciosa torre, la chiesa madre ed il convento dei cappuccini sono stati e sono tuttora, per generazioni di paternesi i loro punti di riferimento, i loro segni distintivi, oltre, al gracidare delle rane da cui l’identificazioni dai vicini spiritosi in «allarunghiati» (popolo delle rane). È un grosso centro agricolo e di agricoltura vive la maggior parte della popolazione, vi si producono le arance più saporose del mondo. La caratteristica più spiccata della popolazione piccolo borghese è l’indolenza, il dolce far niente, «a lagnusia» (l’oziare), il bighellonare a vuoto per le strade del paese in un indolente su e giù per la via Vittorio I Emanuele nell’attesa e nella speranza di un incontro fortuito con la donna che potrebbe cambiare la loro vita. Ma a fronte dei tanti fannulloni, spiccano i pochi intraprendenti con ansia di conoscere, di espandersi, di evolversi, e la genia non meno numerosa dei cacciatori che si aggirano per le campagne limitrofe del paese con doppiette micidiali per la selvaggina della zona e talvolta incidentalmente o meno, non si è mai capito bene, per qualche altro cacciatore o sprovveduto frequentatore delle campagne. E fra questi una cerchia di cacciatori specializzati, che cova dentro una frenesia, una smania, un’ansia quasi che non dà loro tregua e li tiene all’erta giorno e notte, ma più spesso di notte dove possono meglio mimetizzarsi e cogliere il frutto proibito di Eva. Sono i cacciatori di donne, a cui io per nobile tradizione familiare mi onoro di appartenere.
È un giorno della primavera del millenovecentodiciannove, le rondine garriscono gioiose a frotte incredibilmente numerose, così tante che non sono rari gli incidenti con la popolazione del luogo. Alcuni ne portano i segni sugli abiti puliti e stirati della domenica centrati da altezze inverosimili da rondini giocherellone che si esercitano al tiro al bersaglio schizzando biancastri escrementi, vagamente maleodoranti. Il colpito si riscuote generalmente dal suo torpore innato per esplodere in una sequela di bestemmie, che se lasciano ancora qualche dubbio sulla pretesa del perché gli uomini abbiano inventato Dio, questa è senza dubbio confermata dal malcapitato di turno centrato dalle rondini. L’uomo ha creato Dio per bestemmiarlo, per avere una possibilità di sfogo immediato nei frequenti fastidi che la vita gli riserva. Perché Dio abbia inventato l’uomo, credo che se lo stia ancora chiedendo. Non è certo quell’essere devoto e pio che si era creduto di creare, sarà per un difetto della creta usata o della creazione, fatto sta che se lo trova più spesso schierato contro, che a osannarlo. I fini della creazione da entrambe le parti sono stati decisamente delusi.

***
Il peccato e l’espiazione
di Salvatore Caponnetto
2013, 508 p., brossura
Gruppo Albatros Il Filo

N.B. Presentato per la prima volta in Manuale di Mari il 19 Gennaio 2014

Salvatore Caponnetto

Salvatore Caponnetto è nato nel 1943 a Paterno (CT). Laureato in Giurispru­denza all’Università di Catania, fin da giovane ha coltivato una spiccata passio­ne per la poesia, componendone circa un centinaio. Dal 2003 è in pensione e ha pubblicato il romanzo Coppole e coltelli (Albatros Il Filo), con il quale si è clas­sificato finalista con nota di merito al premio internazionale “Il convivio” 2011; con un altro romanzo dal titolo Tra luci e tenebre, una scelta difficile (Accademia Il Convivio) ha ottenuto il premio speciale “Il Convivio” 2012.

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6 Commenti

  1. Scorrevole e appassionato, due protagonisti agli antipodi e un titolo che richiama l’attenzione…tutti elementi che caratterizzano un buon libro. Ne sono incuriosita.

  2. Non vivo più in Sicilia, ma nella zona da lei descritta ci sono nata! E’ sempre molto piacevole rivivere cari luoghi e atmosfere piene di ricordi di infanzia. E ritrovarsi nelle usanze, nel dialetto, nei modi di dire. Smetto di correre, per ascoltare.

  3. ” il peccato e l’ espiazione “, a dispetto della lunghezza, si legge tutto d’ un fiato.
    Perche’ la scrittura e’ scorrevole e la trama stuzzicante.
    Salvatore Caponnetto si rivela, dunque, un ottima romanziere. Che avrei il piacere di conoscere piu’ approfonditamente gustando il suo libro.

    • Contento che le sia piaciuto, sono pronto e disponibile a rispindere a qualsiasi suo quesito, nell attesa di risentirla per conoscerci meglio, le porgo cordiali saluti.
      Salvatore Caponnetto

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