Il primo amore – Variazioni sul tema de I Promessi Sposi di Donato Massaro

Donato Massaro ci propone una rivisitazione in chiave moderna del romanzo “I Promessi Sposi” che intitola: “Primo Amore”. E lo fa con grande creatività, maestria, capacità di analisi, passione e conoscenza perfetta del testo originale. Sfilano così pagina dopo pagina personaggi conosciuti come Renzo, Lucia, Don Abbondio, i Bravi, la Monaca di Monza, Don Rodrigo e molti altri. Il rapimento di Lucia segregata poi nel castello, le debolezze di Don Abbondio, il calvario di Renzo ci riportano alle trepidazioni sui banchi di scuola, al timore di prendere un cattivo voto durante l’interrogazione nelle ore di Italiano al punto di non farci gustare pienamente la storia. Invece “I promessi Sposi” di Alessandro Manzoni è il più celebre romanzo storico letto tra quelli scritti in lingua italiana. Ambientato dal 1628 al 1630 in Lombardia durante il dominio spagnolo, in pratica è stato il primo esempio di romanzo storico e pietra miliare della Letteratura Italiana, ma anche passaggio fondamentale nella nascita stessa della Lingua Italiana. Un romanzo storico di formazione in cui anche il malvagio trova qui occasione di umanità e redenzione, in cui protagonisti non sono solo Renzo e Lucia, ma anche un secolo, il 1600 e la Provvidenza, la mano di Dio.
L’opera più rappresentativa del Risorgimento e Romanticismo italiano viene riproposta dunque in chiave moderna da Donato Massaro che riesce a coglierne a pieno il significato, a chiarire le varie metafore, a esprimerne il messaggio più grande.
A questo proposito riporto alcune parole dell’autore, veritiere e profetiche: “La vita è dura, anzi durissima, specie se vi son di mezzo i potenti che mettono il bastone tra le ruote e s’intromettono… prepotenti che dettan legge in un modo contrario alle regole.”
L’autore è riuscito benissimo nel suo intento, quello di riproporci una grande opera, ma in chiave attuale e leggerla è stato per me un vero piacere, una scoperta nuova, un ritrovare oggi personaggi studiati ieri e riscoprirli migliori, perfezionati, adeguati al mondo di oggi: Agnese, Lucia, padre Cristoforo, don Rodrigo, don Abbondio, curato pavido e maldestro, hanno ripreso così vita nella mia memoria tanto da risentirli vivi e veri come un tempo. Nicla Morletti

Anteprima del libro

Cap. I

“Quel ramo del lago di Como” a scena aperta, tra le antichità e le attualità,
nelle immagini scolpite o modellate o rappresentate o evocate;
ed è soltanto l’inciso iniziale,
“che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti,
tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli”;
e par che irrompa e sta immoto, e si svolge e si sviluppa per due pagine
similmente incomparabili e belle,
fino a “il magnifico delle altre vedute” terminale,
dove si attesta, giungendo, sereno, nei margini alti del cielo sovrastante,
dopo aver spiegato, non senza emozioni, le sue possibilità,
nel suo ardito rappresentarsi e senza falsa modestia.
Nella possente descrizione, lo scenario che si pone davanti
e si ha dentro noi, “purché sia di fronte”, privilegiato punto di osservazione,
fa bene alla vista e ne dilata gli spazi.
“Per un buon pezzo, la costa sale con un pendio lento e continuo,
poi si rompe in poggi e valloncelli, in erte e spianate, secondo l’ossatura
dei due monti, e il lavoro dell’acque”, a perdita d’occhio
se prolunghi lo sguardo e d’intorno lo volgi “in quella lunga e vasta giogaia
degli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune”.
Ed è un inciso, un attacco che è musica per i nostri orecchi,
ed è già una promessa, ed è già una realtà, sotto gli occhi di tutti,
per inebriare e vista e sensi, e poi ricordartene sempre,
lettore che non conoscevi quei posti, ma che ora conosci,
e se li conoscevi di già, amarli di più, come per le persone più care e i luoghi,
e serbarli tra i più riposti e preziosi della cara memoria,
come radici non sradicate né sradicabili di linfe vitali diffuse a germogliare
anche più lontano, nel tempo e nello spazio.
E l’amore ha molte espressioni d’amore, ha un volto e un nome,
e ha nomi di luoghi, di patrie, di arti, di spirito e caratteristiche filiali,
paterne, materne, di parentela, d’amicizia, di prossimità;
e quel tema d’amore s’innesta su quello dei luoghi e germoglia
e si sviluppa e cresce in quella terra, avendo messo radici, e diventa virgulto,
alberello dapprima, poi albero, poi frondoso o di alto fusto, e di lunga vita,
nella rigogliosa natura riflessa nelle acque con i suoi azzurri e celesti
riflessi dal cielo o verdi della natura medesima,
“e l’ameno, il domestico di quelle falde tempera gradevolmente il selvaggio,
e orna vie più il magnifico delle altre vedute”.
E dunque cosa è successo? Nulla, nulla ancora è successo.
Quell’inciso, quell’attacco è un ricordo che richiama alla mente una storia,
è una visione, è una premessa, è un luogo che sta lì a ricordarcelo
che una storia è una storia che ha bisogno di posti,
dove si proiettano i suoi personaggi che fan tutt’uno con la vita reale,
non romanzata, romanzo per via che sulla copertina c’è il nome dell’autore,
Alessandro Manzoni, il quale, attinto alla penna del suo calamaio,
nel 1800 (1821-1827), avendo avuto il ghiribizzo di scriverne uno,
ne ha riempito in quegli anni le pagine, e ha dato vita a personaggi
ed animato luoghi peraltro a lui cari, sfogliato le pagine della storia,
ambientata nel 1600, ha dipanato la matassa della vicenda,
formalmente scoccata nell’ora di inizio, sul far della sera poco prima di cena,
mentre era a passeggio, come soleva sempre fare, solo soletto,
e quindi verso le quattro di quel pomeriggio fatidico,
a novembre si sa, le giornate son corte e presto fa buio,
era infatti quel giorno, mai lo dimenticherà, il “7 novembre dell’anno 1628”,
“Don Abbondio, curato d’una delle terra accennate di sopra”,
“per una di quelle stradicciole” a lui familiari.
E lì lo volevano i bravi, eran due, e a quanto pare lo aspettavano,
alla confluenza di due strade che con la stradicciola del passeggio,
formavano in pratica un trivio, e furon quei due piuttosto triviali,
benché uno fosse banalmente appoggiato al muricciolo, gamba penzoloni,
l’altro, meno male, in atteggiamento più consono al ruolo e ai compiti,
in una situazione in cui era facile immaginare chi avrebbe avuto la peggio;
-che ci stanno a fare- arguì tra sé don Abbondio che sapeva il fatto suo,
“a prima vista si davano a conoscere per individui della specie dei bravi”,
il che non è per niente piacevole imbattersi in loro, provare per credere.
A proposito, chissà perché si chiamavano bravi, forse dall’inglese brave,
che vuol dir coraggioso in lingua anglosassone,
ma eran poi coraggiosi davvero? ne dubito, poiché spalleggiati da quei signorotti
di cui erano sgherri, in quel clan
che la facevan da padroni con le loro bravate.
Errore credere che facessero per scherzo, facevan ma sul serio,
per questo -era meglio se non li avessi incontrati- diceva tra sé il curato,
a vederli in attesa di lui, non c’era nessun altro -tu vedrai, aspettano me-.
Si, perché i bravi, a rigore, non dovevano essere là, a motivo, se non altro,
delle grida emesse contro di loro, numerose, reiterate più volte;
non ci dovevano essere ma eran là e aspettavano lui, don Abbondio
che si chiedeva -perché-, senza trovare risposta;
e quei due tipi là eran proprio bravi, anzi bravissimi, se così si può dire,
poiché i sostantivi non han superlativo, ma è una licenza poetica,
canzonissima a parte, che è a furor di popolo.
L’insostenibile tensione interiore si scioglie,
dopo la non scemata paura alla lor vista: -mamma, li bravi!- di prammatica,
smorzandosi come uscendo da un incubo all’inaudito perentorio comando:
“questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai”, tra Renzo e Lucia,
che lo lascia di stucco; e poi il nome di don Rodrigo, il mandante, altra batosta;
brutti ceffi che dopo i deferenti saluti lo piantano in asso, smarrito e confuso.
Don Abbondio, chi era costui? il curato, lo abbiam detto,
ma si fa prima a dir chi non era; “non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno,
s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere,
in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare
in compagnia di molti vasi di ferro”, ma si era ben presto adeguato
nella sua nicchiettina, in qualche modo sentendosi in una botte di ferro,
il che può far anche comodo, ma si ritorce contro lui stesso
se accadeva qualcosa sopra le righe, figuriamoci poi una burrasca così,
tacendolo assomigliare a un pulcino bagnato in quel precipitar degli eventi
e precipitar dell’umore ai minimi storici, “Perpetua! Perpetua!”.
Perpetua distratta dalle sue occupazioni, messa al corrente tra mille cautele
e titubanti “non so” oppur “non ricordo”, d’identico avviso fremeva di sdegno
dibattendosi con lui in contrapposti pensieri, improbabili o di ardua attuazione,
tanto da poter esclamare, realisticamente: -stai un po’ zitta, fammi il favore!-.
E così, dagli e ridagli, dopo tanti travagli, decisero di andare a dormire
per veder se la notte porta consiglio, avendone davvero impellente bisogno.
Una soluzione ci voleva, in luogo dell’abusato: -non ti preoccupare-,
e in frangenti siffatti le esortazioni son come il solletico, servono a poco
e fan solo ridere; Don Rodrigo teneva tutti sotto con i suoi bravi consigli.
Andando a dormire, intimava a Perpetua,
Giunto sulla soglia”, -zitta neh!- ssstt.

***
Il primo amore – Variazioni sul tema de I Promessi Sposi
di Donato Massaro
2013, 232 p., brossura
Masso delle Fate
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Donato Massaro

Donato Massaro, nato a Potenza, dalla fanciullezza vive a Firenze; è laureato in Economia e Commercio. Si è sempre occupato di narrativa e di poesia sin dalla giovinezza; si in­teressa altresì di critica letteraria e critica d’arte. Ha pubblicato il libro “Due o tre cose che so di Dante” (Masso delle Fate Edizioni, 2012) e “Il Primo Amore – Variazione sul tema de I PROMESSI SPOSI” (Masso delle Fate Edizioni, 2013).

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15 Commenti

  1. Mi piacciono le rivisitazioni dei classici soprattutto quando questi sono ben strutturati e mi sembra proprio che questo volume lo sia.

  2. Ho sempre adorato leggere i promessi sposi e farlo in chiave moderna penso sarebbe fantastico. Anteprima bellissima, sarebbe carino leggerlo per intero e poterlo commentare.

  3. Interpretare i promessi sposi in chiave moderna è indubbiamente un idea eccezionale. Un pilastro della letteratura Italiana rivisitato in questo modo può indurre nuove generazioni a leggere prima questo in chiave moderna, per poi avvicinarsi a quello Manzioniano, di stampo classico.

  4. Mi piacerebbe leggere una versione diversa dei promessi sposi. Mi erano piaciuti all’epoca in cui li ho studiati e sarei curiosa di leggere questa idea originale.

  5. Complimenti per l’idea davvero originale.
    Sarei curiosa di leggerlo, così da rivisitare questa grande opera letteraria.
    Non mi dispiacerebbe poter esprimere la mia opinione su questo curioso romanzo.

  6. Un’idea molto simpatica, una rivisitazione de I promessi sposi non è cosa di tutti i gironi. Sarebbe carino poterlo leggere…

  7. Un classico… il romanzo per eccellenza, letto, commentato e “studiato” tra i banchi di scuola, rivisitato in chiave moderna deve essere ancora più interessante, considerando che sarebbe una scelta iniziare quest’avventura e non un’imposizione “piacevole” come lo era tra i banchi molti anni fa.

  8. Wow…mi incuriosisce troppo! Collego il romanzo “I promessi sposi” agli anni del liceo, sarebbe bellissimo e interessantissimo poterlo leggere ora a distanza di anni in chiave moderna.

  9. forte davvero io ero appassionata del romanzo di Manzoni i promessi sposi la storia di Renzo e Lucia e del loro amore travagliato era degna delle migliori soap opera attuali :), mi piacerebbe leggere questo libro!

  10. Da Manxoni a Massaro. Con il traghetto dei Promessi sposi.
    Nel lago della letteratura italiana moderna, ecco il proto-romamzo (linguisticamente parlando) navigare tra nuovo lessico e trama aggiornata.
    Eh, una trama popolare, non dissimile da altre, ma assurta all’ mmortalita’ a causa della scrittura.
    Se il primo amore non si scorda mai, a maggior ragione l’ opera archetipo della lingua peninsulare. E pure il racconto di Massaro da’ una spinta in tal senso….

    Gaetano

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