Il ricordo del 9 di Salvatore Lanno

Settembre a Calatafimi, paese di collina in Sicilia, una natura meravigliosa, distese di vigneti. E’ tempo di vendemmia per i ragazzi e per gli adulti, tra i filari con l’uva succosa e matura nell’affollarsi dei pampini. Il libro si apre con una visione bucolica e serena.
Un racconto della memoria commovente e straordinariamente ricco di forti avvenimenti ed emozioni, di quelli che, come un fiume in piena, travolgono la vita. Una straordinaria storia a sfondo autobiografico. Il tutto scritto con delicatezza, in punta di penna, in completa armonia di parole, che scivolano fluide tra le pagine e toccano profondamente il cuore. Salvatore Lanno, oggi insegnante di musica, allenatore di calcio nella scuola del Noviglio, sassofonista, arbitro e soccorritore volontario della Croce Rossa Lombardia, ricorda quel giorno lontano quando tornando al paese dopo la vendemmia in vespa con il suo amico Simone, all’improvviso, ebbe un incidente stradale. Un trattore investe i due giovani ed il conducente se ne va senza soccorrerli: spavento, confusione, poi l’ospedale, la terapia intensiva, il dolore e la sofferenza di chi è stato a un passo dalla morte. Era il 9 settembre 1999, come dire 9 / 9 / ’99.  La storia fortemente commovente si snoda lungo la magia del numero 9 che ritorna più volte nella vita del protagonista.
Il numero 9 si trova spesso nella tradizione cristiana e mitologia pagana. Nove nella Divina Commedia è il numero dei cerchi dell’Inferno e delle sfere del Paradiso e nella Vita Nova dove Dante Alighieri lo identifica con Beatrice. Nove sono le Muse protettrici e ispiratrici della Arti. Il nostro protagonista si salva, l’amico Simone muore. Il suo migliore amico con cui aveva tante cose in comune: i due giovani suonavano nella banda insieme e sempre insieme organizzavano concerti.
Un libro toccante e bellissimo in cui emergono la forza, il coraggio e l’amore per la vita, un libro ricco di valori, tra cui l’amicizia. Una storia che tocca profondamente il cuore e coinvolge l’anima, pagine che infondono speranza e incitano a non arrendersi perché niente è mai perduto: dopo la notte c’è il giorno ad accoglierci con la sua luce e dopo l’inverno sbocciano i fiori a primavera. Ed il ricordo di chi ci ha voluto bene sarà sempre vivo in noi e dentro di noi per sempre.
Il protagonista ha “trovato la felicità in una sana e profonda ricerca del sé”. Nicla Morletti

Anteprima del libro

Prologo

In un piccolo paese di collina, nel mese di settembre tutti sono in subbuglio per la vendemmia.
Le grandi distese di vigneti portano le persone nelle campagne a raccogliere l’uva fino all’ultimo grappolo. È per tutti una festa. Malgrado le giornate siano calde, le ore passano abbastanza in fretta e in armonia.
La mattina, quando ci si ritrova nel vigneto e si è in tanti, la giornata di solito si prospetta più divertente. Tanti ragazzi prima dell’inizio della scuola racimolano qualcosa andando a vendemmiare.
Ricordo un anno in cui eravamo una ventina e facevamo le sfide per chi raccoglieva più uva o chi finiva per primo il filare. Nell’ora di pranzo, quando mangiavamo tutti insieme, era un ridere continuo tra battute e barzellette. Ognuno si portava il pranzo al sacco, ma a volte si faceva la grigliata.
Dopo pranzo in un angolino cercavamo di chiudere gli occhi e riposarci un po’ prima di ricominciare. Quando finivamo la sera eravamo contenti di tornare a casa. Si lavorava anche il sabato e la domenica, si è sempre fatto e ancora oggi si fa così. Per questo dopo un mese e oltre di vendemmia, si arrivava a essere stanchissimi.
Prima di andare a lavorare per conto di terzi facevo la vendemmia nei vigneti di mio papà. Quando si è in famiglia è diverso, si fatica ancora di più, perché ci tieni a raccogliere tanto. D’altra parte, si lavora fino a quando c’è luce. Però durante la mattinata il panino non mancava mai, così come l’acqua fresca che dava una grande carica. A pranzo cucinava mia mamma quindi non era come pranzare al sacco e accampati alla buona. Per noi la vendemmia era veramente una festa. Lavorare da terzi era un’esperienza che permetteva di stare con gli altri.
Anche il 9 settembre 1999 (9/9/99) iniziai a vendemmiare…

Da: Il ricordo del 9

Era uno di quei giorni di agosto. I miei fratelli e io, come sempre, giocavamo a calcio nel piazzale della casa in campagna. Le nostre giornate trascorrevano tra una caduta e l’altra, tra una sbucciatura e corse a piedi nudi sulla strada sterrata.
Si faceva finta di andare a caccia. Fieri raccoglievamo da terra i bozzoli delle cartucce lasciati nelle campagne dai cacciatori. Il miglior cacciatore tra noi era chi avvistava per primo un coniglio o una lepre. In quelle giornate si mangiava ciò che si trovava in giro per i campi: angurie, meloni, pesche, e il nostro mezzo di trasporto era un lungo bastone di canna che mettevamo tra le gambe con una corda attaccata alla punta. La sera, quando tornavamo a casa, eravamo stanchi morti e sudati fradici.
Dopo la doccia andavamo a rilassarci sull’altalena costruita da mio papà usando dei sedili molto resistenti del suo vecchio 750, dei tubi d’acciaio, usati per i ponteggi, e delle catene che sorreggevano tutto. Quell’altalena era indistruttibile, e noi la usavamo in un modo insolito. Due di noi si mettevano con i piedi sopra lo schienale dell’altalena aggrappati all’asse centrale, facendola dondolare con forza; il terzo, posizionato ai margini del sedile, veniva scaraventato in avanti.
A turno si veniva lanciati e vinceva chi riusciva ad arrivare più lontano. In tutti i giochi che facevamo l’unica cosa che si vinceva – e qualcosa da vincere c’era sempre – era la gloria di dieci minuti, perché a noi interessava solo divertirci.
Ogni giorno provavamo a fare qualcosa di diverso: andare in bici, colpire delle bottiglie di plastica con i sassi, fare la gara con l’arco da noi costruito. Ma la cosa che ci piaceva fare di più era realizzare delle capanne di paglia con rametti e con quello che si trovava in giro.
Con le mie cugine giocavamo a fare dei pupazzi con la terra e immaginavamo di pranzare seduti al tavolo con l’acqua e finto cibo quasi fossimo una famiglia vera.
Avevamo anche un complesso musicale. Io suonavo la batteria, formata da tre secchi vuoti di pittura capovolti e due cucchiai di legno; mio fratello Vito e mio cugino Giuseppe, uno alla mia destra e l’altro alla mia sinistra, con una tavola di legno modificata e disegnata, suonavano la chitarra elettrica; mio fratello Emanuele, un po’ più avanti a sinistra, avendo disegnato una tastiera su un ripiano di legno, suonava la pianola. Infine mia cugina Annamaria cantava veramente con un microfono fatto di legno.
L’inverno non era così bello come l’estate perché, oltre a ritornare ad abitare in paese, dopo la scuola, il pomeriggio dovevamo fare i compiti e quando faceva freddo o pioveva restavamo a casa a guardare la tv.
Ma quando si poteva il raduno era al campetto della parrocchia, dove per un bel po’ si giocava a calcio. Quando eravamo assetati andavamo a bere alla fontana all’entrata del cimitero, a cinquecento metri dal campetto. Poi, don Francesco ci veniva a chiamare per andare a catechesi.
Quell’anno, nel periodo di Natale, il clima era abbastanza caldo ed io, con i miei fratelli e altri amici sempre inseparabili, ammirando gli addobbi natalizi per le strade principali del paese, avemmo una brillante idea.
Tutta la squadriglia andò al viale che porta al cimitero, dove c’erano tanti cipressi. Su uno di questi avevamo costruito una capanna a quasi sei metri di altezza. C’erano delle tavole che facevano da piano dove erano seduti tre o quattro ragazzini. Non tutti riuscivano a salirci. Dopo di noi chissà quanti si saranno arrampicati! Fino a un po’ di tempo fa ho visto qualche tavola, ma non penso che qualcuno ci salga ancora. Quella volta però eravamo andati per staccare dall’albero un grosso ramo per poi fare ritor-no, in via Dante, dove ci trovavamo per programmare la nostra idea.
Sugli alberi natalizi delle strade c’erano molte palline, allora noi, dividendoci in gruppi, prendemmo in prestito due palline di qua e due palline di là e facemmo il nostro albero di Natale nella nostra via, in un piccolo piazzale vicino casa mia. Eravamo molto felici ed entusiasti perché era “nostro”… Fino a quando, dal balcone, mia mamma si accorse di ciò che avevamo combinato e ci ordinò letteralmente di riportare tutte le palline dove le avevamo prese. Noi obbedimmo pensando che forse sarebbe stato meglio fare l’albero in un posto dove nessuno se ne sarebbe accorto.
Nel frattempo la primavera si avvicinava e le giornate, decisamente più belle, ci permettevano di fare infinite partite di calcio. Ogni giorno ci radunavamo i miei fratelli, i miei amici e io in una via privata, chiamata da noi “i mattoni rossi”, dove facevamo interminabili partite fino a quando le nostre mamme ci chiamavano dal balcone per andare a casa a cenare.
Quando eravamo di più con il gessetto disegnavamo il gioco del “mondo” sull’asfalto, oppure giocavamo a “nascondino” o a “… Un, due, tre… Stella!”
Con le macchinine, vicino casa di mia nonna, organizzavamo delle gare facendole scendere da una cunetta dell’acqua. Il proprietario dell’ultima macchinina, che arrivava in fondo alla cunetta, andava a prenderle tutte per iniziare un’altra discesa. Facevamo le gare per categoria, con modellini di camion, macchinine normali e a volte con le moto. Ma le corse che ci piacevano di più erano quelle con i modellini della Ferrari. Ricordo ancora la mia Testarossa gialla. Poi nei parchi e in campagna, spe-cialmente sul terriccio, facevamo le strade, le curve e i ponti per le macchinine. Ognuno di noi si costruiva la propria pista.
Avevamo veramente lo spirito da pilota, infatti costruivamo dei traini di legno usando delle ruote di ferro, cioè cuscinetti di trattori forniti in omaggio dai meccanici del paese. I traini, chiamati da noi “pattine”, erano personalizzati: ognuno, usando gli attrezzi del papà, se li costruiva a suo piacimento.
Le quattro ruote, cioè i cuscinetti, non erano sempre uguali; a volte quelle dietro erano più grosse per andare più veloce, quindi il sedile era anche rialzato. Il davanti era formato da una tavola fissata all’asse centrale del traino, che non era del tutto stabile, perché aveva la funzione di manubrio. Una corda legata alla sua estremità si teneva, invece, in mano per girare a destra e a sinistra e per tenersi.
Anche i freni erano personalizzati perché ognuno frenava con le suole delle proprie scarpe. Disegnando la griglia di partenza sull’asfalto si facevano le gare, sempre nella nostra via che era molto ripida. Quella era la parte più bella perché poi, dopo qualche giro, le vecchiette si lamentavano del rumore che facevamo. In effetti cinque, sei, sette traini che corrono fanno un bel frastuono!

***
Il ricordo del 9
di Salvatore Lanno
2012, 80 p.
Sovera Edizioni
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Salvatore Lanno

Salvatore Lanno è laureato in Didattica della musica e dello strumento al Conservatorio “G. Verdi” di Milano. Quella per la musica è una passione che lo ha portato a fondare l’associazione di volontariato “La Piccola Orchestra”, che rappresenta uno dei suoi numerosi impegni in campo sociale (collabora, tra gli altri, anche con L’Ams e l’Airc). Si interessa di scrittura collaborando, anche in veste di direttore, con diverse testate giornalistiche. Giornalista pubblicista.

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6 Commenti

  1. E’ scritto in modo molto scorrevole ed é anche molto coinvolgente,riesce a farti entrare con la mente sia nei paesaggi e soprattutto nei sentimenti dei protagonisti.
    Sicuramente sarebbe interessante leggere il seguito .

    Saluti Barbara

  2. Titolo interessante, toni gradevoli e trama ricca. Da una semplice data va via via crescendo il racconto, il lettore resta incuriosito e affamato del prosieguo.

  3. Due motivi perchè vorrei leggere questo libro:
    1. è ambientato in Sicilia, la mia regione;
    2. l’origine del numero nove che mi appassiona molto.
    Spero, quindi, di essere tra le fortunate lettrici.

  4. Mi affascina la Sicilia, isola dove vorrei proprio andare e questo libro sarebbe interessante da leggere! Belli i racconti dove si narra la vita familiare legata alla propria terra!

  5. Sono stata incuriosita dal titolo del libro e leggendo il commento di Nicla e alcuni tratti del libro mi sono fatta l’idea che sia molto scorrevole e piacevole in quanto tratta di vita quotidiana e reale.

  6. Salvatore Lanno con ” Il ricordo del 9 ” ci concede la piacevole lettura di un racconto dalla cornice bucolico-drammatica.
    Infatti si mescolano i paesaggi della vendemmia con il ricordo di un grave incidente personale, alzando il tono gia’ notevole della scrittura.
    Una novella, dunque, molto interessante, accattivante, da assaporare come il buon vino siciliano.
    Grato all’ autore se vorra’ omaggiarmi del testo.
    Grazie.
    Gaetano

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