venerdì, 27 Novembre 2020
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Ho imparato a sognare di Michele Orione

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Ho imparato a sognare di Michele Orione

In una sera d’inizio primavera, l’esuberante, vulcanica e frizzante diciassettenne Nadia e l’amica del cuore Alessandra, si allenano fra le rappezzate mura del vecchio palestrone del paese. La passione per il loro sport, la pallavolo, e la loro innata complicità, portano le due giovani a restare in campo ben oltre l’orario previsto. Il richiamo con cui il burbero custode dell’impianto, Antonio, le invita a raggiungere le compagne nello spogliatoio, riporta le due ragazze alla realtà, al presente, quasi a risvegliarle da un sogno. Nadia, però, non ha alcuna intenzione di smettere di sognare e quell’ordine, “Muovetevi, a cambiarvi”, diventa il pretesto per coinvolgere l’uomo, suo malgrado, in una scommessa che ha il sapore di una romantica promessa, di un sogno. Un sogno da realizzare, troppo grande per non essere condiviso, troppo bello per non essere inseguito. Un sogno da vivere, per comprendere la più bella fra le lezioni della vita: l’importanza di… imparare a sognare.

Anteprima del libro

Il bagliore del tramonto di quell’inizio di primavera si rifletteva tenue sulle rappezzate mura del vecchio palestrone di via Oldrini.
A conferire luce, brillantezza e vita a quell’imponente scatola di cemento che pareva abbandonata c’era solo il vecchio portone d’ingresso.
L’avevano colorato con uno smalto rosso così sgargiante e brillante da catturare, talvolta fastidiosamente, lo sguardo.
Credo che quella tonalità fosse stata scelta nel tentativo di nascondere la ruggine o forse nella speranza di rendere meno evidenti i segni che il tempo aveva inciso nell’anima di quel metallo; come se un truc co appariscente e giovanile, steso spesso e copioso, potesse attenuare le rughe sul volto di un’anziana signora.
Mi piace pensare, romanticamente, che quella tinta appassionata e intensa fosse in realtà stata messa lì, ad abbracciare quelle vecchie lamiere, come tributo a quel varco.
Di atlete, quel cigolante uscio in ferro ne aveva, infatti, viste entrare e uscire moltissime. Alcune l’avevano sbattuto per rabbia o per euforia; altre l’avevano chiuso silenziosamente con tristezza, riconoscenza ed emozione; per tutte aveva rappresentato, almeno per un istante, l’inizio di un piccolo, appassionante e meraviglioso sogno.
Fu proprio mentre la mia mente iniziava ad affollarsi di ricordi e di istantanee del vissuto che sentii quella voce ferma, decisa, appassionata: «Così Ale, così… grande Aleeee».
In quel tono c’era un mix di frizzante euforia, spontaneità, complicità. C’era tutta l’essenza di quella esuberante ragazzina che sapeva essere allo stesso tempo spavalda, romantica, delicata e determinata. C’era tutta quella convinzione, tipica della giovinezza, di essere onnipotenti, invincibili.
Ale, la Ale, l’amica del cuore, la fedele compagna di squadra era rimasta pressoché immobile, in tutta la sua timida razionalità e alla travolgente euforia di Nanà aveva risposto con un meraviglioso sorriso.
«Alzata perfetta, brava!». Nanà era tornata con i piedi per terra mentre il pallone scaraventato nel campo di immaginari quanto terribili avversari, ruzzolava sul fondo. Aveva pronunciato quel complimento con tutto il fiato che le rimaneva, ma Ale era rimasta in silenzio.
«Ale, pronto?! Ci sei?! Ho detto perfetta, hai capito?!» e, senza nemmeno lasciare all’amica il tempo di rispondere, l’aveva stretta in un soffocante quanto euforico abbraccio.
Ale scoppiò a ridere e poi sussurrò: «Nanà, oggi è facile alzare bene, è facile schiacciare bene. Siamo rimaste solo noi due e dall’altra parte della rete non c’è nessuno a difendere…».
Non aveva ancora terminato il suo pensiero che Nanà cominciò a scuotere la testa fingendosi seria:
«Razionale! Fottutamente razionale! Ferrari, tu sei sempre troppo razionale… guarda oltre la rete… g’è lei, lo spauracchio della B1, la più temuta dalle avversarie: Chiara Gili… sentila come ringhia!!! E noi le abbiamo appena fatto punto!».
Ale sorrise: «No, ti prego, se vedi ancora la Gili che ringhia, non stai bene, hai le allucinazioni, hai la febbre alta!» e mentre pronunciava divertita quel suo scherzoso referto medico si abbandonò in un affettuoso pizzicotto all’amica.
«Ragazzine ancora qui? Muovetevi, andate negli spogliatoi. L’allenamento è finito mezz’ora fa. Devo riordinare il vostro disordine, pulire, chiudere…».
Quell’atmosfera giocosa era stata improvvisamente interrotta dal timbro acuto e dal tono severo di quel richiamo.
Era la voce di Antonio, il custode della palestra, un omone alto, possente, robusto. Capelli bianchi corti, pettinati con cura, barba, quasi sempre incolta, occhialini neri, sottili, che sembravano perdersi nella grandezza di quel viso.
Le ragazze si voltarono immediatamente e incrociarono lo sguardo serio e cupo dell’uomo.
Nanà stette per qualche istante in silenzio e poi sussurrò all’amica: «È arrivato Tonino il burbero». Ale sorrise, ancora una volta complice, mentre Nadia riprese voce: «Tonino il burbero, sei quasi peggio di Chiara Gili, ma batteremo la Gili, vinceremo il torneo e tu… tu perderai la scommessa…».
Ale guardò l’amica e, prima che Antonio potes se replicare, le chiese preoccupata: «Nanà, di quale scommessa parli?».
Nadia era molto divertita, la domanda dell’amica era quello che aspettava e così fingendo di risponderle cercò gli occhi del custode. Li trovò, alzò la voce per attirare l’attenzione dell’uomo: «Regalerò ad Antonio una cravatta rossa, di un rosso sgargiante come il portone della nostra palestra e quando una di noi arriverà a giocare in Nazionale… lui la indosserà per un giorno – e poi aggiunse vero Antonio?».
Il custode soffocò un sorriso e provò a restare serio, burbero: «A cambiarvi… muovetevi! – poi, quasi come se quella frizzante spavalderia gli avesse scaldato il cuore, aggiunse – solo per un giorno però…».
Le ragazze, che si stavano dirigendo con passo veloce verso lo spogliatoio, si bloccarono all’improvviso, come se quel “solo per un giorno” appena sussurrato fosse stato urlato in un microfono gracchiante.

Ho imparato a sognare
di Michele Orione
2016, 80 p.
Kimerik

9 Commenti

  1. Cos’è la vita senza i sogni? Se ci vengono tolti anche questi non avrebbe senso. Mi piacerebbe continuare a sognare insieme all’autore tra le sue fantastiche righe.
    Grazie
    Roberta

  2. Ha una lettura talmente fluida che viene voglia di leggerlo tutto d’un fiato anche perché mette molta serenità e spensieratezza.
    Complimenti
    Barbara

  3. I sogni costituiscono la linfa vitale della nostra vita. Senza sogni che vita sarebbe! Questo libro, penso, sia uno strumento che ci esorta a fare questo.
    Ribadisco la curiosità di volerlo leggere, sperando che il suo autore me ne faccia dono.

  4. Sono una sognatrice per natura e non smetterò mai di farlo anche quando avrò 80 anni e troppe rughe in faccia.
    Il fascino dei nostri sogni è proprio quello che sono solo nostri e nessuno ce li può rubare.
    Questo libro sembra proprio raccontare questo. Certamente sarei contenta di poterlo leggere e commentare.

  5. Un sogno soffice che circonda la vita delle due adolescenti protagoniste….sul ricordo di una celebre canzone omonima, mi incuriosisce il tratto delicato della Sua penna….
    Si può solo imparare o che qualcuno che può insegnarlo?
    Spero di poter leggere il suo libro…

  6. Già il titolo esprime positività e speranza…poi se ad “imparare a sognare” sono delle giovani ragazze che amano lo sport, che considerano il valore dell’amicizia sacro come quello della famiglia….non ci resta che sognare insieme a loro….

  7. L’importanza dello sport nella vita di tutti i giorni, l’amicizia, la passione che smuove le menti e fa credere in un sogno sono elementi che si percepiscono in questo racconto grazie all’anteprima. Lettura gradevole che mi piacerebbe continuare.

  8. “Ho imparato a sognare” è un titolo che attrae ed incuriosisce già da solo. L’anteprima promette una lettura gradevole. Mi piacerebbe davvero leggere questo libro!

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