Italia unita o disunita? di Francesco Felis

Francesco Felis nel saggio “Italia unita o disunita?” affronta in profondità il tema del federalismo e gli interrogativi che ne scaturiscono in un’analisi ampia e originale, ma chiara e facilmente comprensibile per tutti. Inizia dalle origini storiche dell’Italia e valuta poi i vari aspetti, dal primo periodo del “trasformismo” riformista sino ai giorni di oggi, nell’ambito di una dotta e scrupolosa comparazione storica, di molteplici aspetti costituzionali, economici, fiscali, delle potenziali conseguenze migratorie di possibili modelli e di come normative non eccelse “accompagnate da un’interpretazione di tipo rivendicativo, possano portare a situazioni medievali ancora nel XX secolo”. La comparazione scrupolosa con l’evoluzione del modello federalista americano, essendo sviluppata su un modello “reale”, risulta molto concreta e pertinente ed è un riferimento centrale per l’intera opera che però esegue costantemente anche una lettura comparata con vari aspetti e situazioni del contesto europeo, storico e attuale, dalla Germania all’Inghilterra, dall’Irlanda alla Grecia, con riferimenti alla situazione concreta ricordando poi come gli aspetti economici, oggi più che mai, pesino e abbiano una rilevanza centrale. Gli interrogativi che diversi modelli di federalismo portano in sé sono molteplici, la storia, la politica, l’economia ce lo testimoniano costantemente ed il libro li esamina con dovizia di riferimenti. L’intero saggio si sviluppa su un piano rigorosamente storico e comparato senza prese di posizioni aprioristiche, ma con un riferimento costante all’interesse del cittadino e all’efficienza degli organi territoriali e dello Stato in un sistema ormai universale.
Lo scarso senso reale della rivalsa del Nord nei confronti del Sud, i costi superflui, le inefficienze, la complessità di sovrapposizioni normative e burocratiche che spesso riescono a rendere estremamente complessa la vita del cittadino sono conseguenze di modelli sbagliati di federalismo capaci di generare sudditanze politico-economiche non considerate, gli interessi corporativi di intere aree territoriali devono essere invece superati per un bene collettivo più ampio di uno stato efficiente e possibilmente ben inserito in un modello federale sovranazionale dove gli interessi di tutti i cittadini non siano soddisfatti solo nel particolare ma nel generale ed equilibrato sviluppo dell’intero sistema.
Un saggio di grande interesse e attualità. Nicla Morletti

Anteprima del libro

Da: Introduzione – Come è stata fatta l’Italia

“Tutto cambia affinché nulla cambi”, questo il senso del discorso che Don Fabrizio di Salina, nel romanzo Il Gattopardo, fa al cavaliere Chevalley che si trova in Sicilia dopo l’Unità. Se l’affermazione del principe di Salina, forse, ha una base di verità per spiegare lo spirito della sicilianità, che si adatta ai tempi nuovi, se l’affermazione ha una base di verità per spiegare come i siciliani si sono adattati, nel tempo, agli invasori senza modificare la loro essenza (bisognerebbe capire se, in generale, si può parlare di essenza o di identità di un popolo anziché di identità al plurale formatesi per accumulazioni successive di culture e di “invasori”), se il senso del discorso del principe di Salina è sintomo di un cinico realismo misto a rassegnazione, ossia di atteggiamenti psicologici del protagonista, di sicuro queste affermazioni rese al funzionario piemontese, cavaliere Chevalley, che offre a Don Fabrizio la carica di senatore del Regno, non erano vere allora, quando si immagina siano state rese, non devono essere considerate attendibili oggi, dopo attenta analisi storica relativa alla formazione dell’Unità italiana. Essa rappresentò una svolta e una novità assoluta nel panorama europeo soprattutto per gli effetti che produsse, sia nella Penisola, sia in Europa. Di certo il fenomeno che porta all’Unità e le vicende del cinquantennio successivo ebbero dei chiaro scuri ma si devono inquadrare nel periodo (l’Ottocento), nella situazione internazionale di allora, dominata da grossi Stati, nessuno democratico, come oggi si intende questo termine. Nemmeno l’Inghilterra, per certi versi, il Paese più avanzato, per le caratteristiche parlamentari che presentava, in termini di democrazia, aveva i caratteri che oggi noi diamo a questo termine. 11 discorso sarà ripreso ed analizzato ma è indicativo che nella stessa Inghilterra la pratica del voto palese alle elezioni (con tutte le storture che provocava per il processo democratico, per i condizionamenti che comportava, soprattutto ma non solo, nelle campagne) venne meno solo nel 1872. Cioè ben 11 anni dopo l’Unità d’Italia.
E di recente un illustre storico, a riprova dei condizionamenti esistenti, cita quello che affermava un proprietario terriero inglese, candidato a un seggio, intorno agli anni Quaranta dell’Ottocento, per ribadire l’esistenza di relazioni clientelari e di dipendenza effettiva degli elettori verso gli eletti. Nell’appello diffuso per le elezioni diceva: “Elettori di Wareham! Ho saputo che alcuni malintenzionati hanno messo in giro la voce secondo cui io gradirei che i miei fittavoli e tutti gli altri miei dipendenti votino secondo la propria coscienza. Questa è una vile menzogna diffusa per offendermi. Io non ho desideri del genere. Io voglio e pretendo che queste persone votino per me” (A.M. Banti, 2010a, pp. 258-259).
E sempre sullo stesso piano, per i caratteri della democrazia, in un altro grosso Stato formatosi, subito dopo l’Italia, cioè l’Impero tedesco, che costituiva al Centro dell’Europa un peso notevole, vi erano, oltre alle elezioni a suffragio palese, una legge dell’ 11 marzo 1850, rimasta in vigore sino al 1908, che proibiva ai contadini ogni genere di attività sindacale organizzata e un’altra legge del 24 aprile 1854, rimasta in vigore fino al 1918, che proibiva ai contadini gli scioperi agricoli.
Attuando così un controllo delle campagne a favore dell’elemento conservatore, per cui un bracciante se riceveva una scheda elettorale andava dal suo padrone a chiedere istruzioni (A.M. Banti, 2010a, p. 297).
Questi discorsi saranno ripresi ed approfonditi più oltre ma, per il paragone con la situazione italiana, è significativo come il nostro processo unitario e post unitario non possa non essere influenzato dall’epoca storica in cui si inserisce ed anzi quello italiano, per molti versi, se ne distaccò in meglio.
Otto von Bismarck alla Commissione Finanze del Parlamento prussiano il 30 settembre 1862, assumendo l’incarico di Cancelliere diceva:

La Germania non guarda al liberalismo della Prussia ma alla sua potenza; la Baviera, il Wuttemberg, il Baden possono abbandonarsi al liberalismo, e questo è il motivo per il quale nessuno assegnerà loro il ruolo attribuito alla Prussia; la Prussia deve conservare e concentrare la sua potenza per il momento opportuno, che le è già sfuggito diverse volte;
i confini della Prussia — stabiliti dal Congresso di Vienna – non sono favorevoli ad uno Stato sano e vitale; non è con i discorsi e con le risoluzioni delle maggioranze che si decidono i grandi problemi del nostro tempo. Questo fu l’errore del 1848-49 ma col ferro e con sangue. (A.P. Taylor, 2004, pp. 49-65)

Al contrario, Camillo Benso di Cavour, di cui ho riportato le parole al momento della morte, affermava, scrivendo alla contessa di Circourt, nel dicembre 1860:

Per parte mia non ho alcuna fiducia nelle dittature e soprattutto nelle dittature civili. Io credo che con un parlamento si possono fare parecchie cose che sarebbero impossibili per un potere assoluto.
Un’esperienza di 13 anni mi ha convinto che un ministero onesto ed energico, che non abbia nulla da temere dalle rivelazioni della tribuna e non si lasci intimidire dalla violenza dei partiti, ha tutto da guadagnare dalle lotte parlamentari. Io non mi sono mai sentito debole se non quando le Camere erano chiuse. D’altra parte non potrei mai tradire la mia origine, rinnegare i principi di tutta una vita. Sono figlio della libertà: è ad essa che debbo tutto quello che sono. Se bisognasse mettere un velo sulla sua statua non sarei io a farlo. Se si dovesse riuscire a persuadere gli italiani che hanno bisogno di un dittatore, essi sceglierebbero Garibaldi e non me. Ed avrebbero ragione. La via parlamentare è più lunga ma è più sicura.
(Brani riportati da A.M. Banti, 2010a, p. 299, e da D. Mack Smith, 1999, p. 494)

Pertanto se il principe di Salina si sbagliava per i mutamenti in atto, di più si sbagliava per gli effetti che essi avrebbero avuto nel futuro.
“Ein Volk, ein Reich, ein Führer” non fu uno slogan di Bismarck e non si possono sovrapporre diversi periodi della storia. Il federalismo tedesco del Reich del 1870 non deve essere visto come il preludio del III Reich hitleriano, nonostante l’ammirazione di Hitler per i metodi e le idee di alcuni personaggi di poco antecedenti alla Prima guerra mondiale, quali il sindaco di Vienna Karl Lueger (su queste tematiche: G.L. Mosse, 2009; 2008). Certo, però, che la nazionalizzazione delle masse, la sostituzione di una liturgia laica a quella religiosa per la loro fidelizzazione fu propria del periodo Guglielmino e della Germania, non dell’Italia dove, fino a Mussolini, non esisteva “ein Führer”. Anzi molti furono i Capi del Governo. Per alcuni storici furono troppi. Il Governo, la fiducia, la doveva trovare nella Camera dove i dibattiti vi erano e a chi si ispirava ai metodi tedeschi (Francesco Crispi) si opponevano, anche in area liberale, non solo nella sinistra radicale e socialista, eminenti personalità che fecero sì che l’epoca crispina fosse superata. Dove, a seguito della denuncia della sinistra liberale, per la violazione dei diritti costituzionali, si nominò una commissione parlamentare (1863), come vedremo a proposito del “brigantaggio”, per indagare sulla natura dei problemi sociali del Sud (D. Beales, E.F. Biagini, 2005, p. 213).
Il Reich federalista, per il fatto che avesse una forma di Stato diversa da quella vigente in Italia, non era più democratico di quello che Cavour e i suoi successori, centralisti, introdussero da noi. Forse il principe di Salina avrebbe preferito il Reich del 1871 (non quello nato dagli eventi del 1933) alla nostra Italietta, ma si trovava in un’Italia dove c’era, come vedremo, chi dibatteva sulle varie soluzioni. Magari si sbagliava, ma si dibatteva. Dove alla fine, a Crispi, a Pelloux, al debole Saracco subentravano, per via parlamentare, Giolitti e Zanardelli che nonostante le polemiche salveminiane (dettate da motivi etici) erano più vicini al mondo politico estero (più evoluto dal punto di vista parlamentare) che alle idee reazionarie. Anche uomini politici stranieri (francesi o inglesi), comunque, furono a volte non immuni da comportamenti eticamente discutibili, come certe avventure coloniali dimostrano. Ma lo vedremo nei prossimi capitoli.
Fu una democrazia compiuta l’Italia post unitaria? Senza far riesplodere il contrasto che oppose Parri a Croce, si può dire che lo fu con il metro dell’Ottocento (circa le polemiche tra l’interpretazione marxista- gramsciana del processo unitario e postunitario e quella liberale e circa le differenze tra il processo unitario italiano e quello tedesco v. Vittorio Vidotto, Guida alla studio della storia contemporanea, Laterza, 2011, pp. 82-85 e 135-139).
Non si possono proiettare criteri odierni in epoche diverse. Altrimenti anche la gloriosa Rivoluzione inglese del 1699 non reggerebbe alla prova. L’Italia non ha conosciuto, per la formazione di un regime costituzionale, Crowell ma Cavour.

***
Italia unita o disunita?
di Francesco Felis
2013, 175 p., brossura
Armando Editore
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Francesco Felis

Francesco Felis, nato ad Albenga nel 1957, notaio, ha svolto per anni lezioni alla Scuola del notariato di Genova su temi di volontaria giurisdizione e diritto commer­ciale. È stato relatore a diversi convegni e autore di diverse pubblicazioni su temi scientifico-giuridici.

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6 Commenti

  1. Libro di grande interesse, come Annamaria, leggendo la trama, credo si possano imparare tante cose dalla lettura e acquisire una nuova consapevolezza del nostro quadro storico e attuale.

  2. Francesco Felis parla dell’ Italia dalla Sicilia al Piemonte, uno stato artificiale creato prima dalla massoneria inglese e poi dal brutale esercito italiano.
    Interessanti i paragoni con le altre ” democrazie ” europee ; ma, in fondo, la Penisola ha seguito una sua strada, tracciata da altri e con i risultati che vediamo. Parliamo pure dell’ Italia ottocentesca come della Ue attuale. Dove le persone contano nulla e la dittatura ha assunto il nome di “burocrazia “.
    Gaetano

    • Nel mio libro ho cercato di rispondere ad alcune critche di Gaetano.
      Bisogna distinguere le polemiche relative all’unità italiana da quelle relative alla situazione poltica odierna.
      Per le prime,con qualche riflesso anche per le seconde,indubbiamente penso sia valida la riflessione del prof.Pescosolido dell università di Roma,non mia dunque,che con l’unità degli Stati prima piccoli e subordinati economicamente a Stati europei fortissimi,dipendenti anche politicamente,persino la fortissima Lombardia era solo una provincia austriaca e dipendeva dalle scelte dettate dagli interessi austriaci,si sono emancipati cercando ,in molti casi riuscendovi,a resistere a grossi Stati,solo con l’unità.
      Ho citato nel libro l’episodio di contrasto tra Bismarck,ben più potente dell’attuale Merkel e il governo italiano,contrasto vittorioso che sarebbe stato impensabile con la presenza di tanti piccoli statarelli.
      Circa le vicende odierne nel paragrafo dedicato al caso greco e nelle conclusioni dedicate a rievocare la tesi del prof.Guarino,per non parlare di politici,ho espresso dubbi circa l’attuale situazione che ,però,con tutte le difficoltà economiche presenti,non dipende per nulla dalle scelte del 1861.E i dati sono lì a dimostrarlo.Dipende da fatti degli anni 90 e duemila.
      Circa le vecchie tesi di come si è arrivato all’unità italiana,a parte che le polemiche di Gaetano erano state avanzate subito nel parlamento italiano,così come le critiche al brutale tattamento riservato al sud,a dimostrazione di una democrazia e un dibattito prima assenti(nel Regno delle due Sicilie non esisteva un parlamento dove potevano essere avanzate ne critiche ne lodi),a parte questo ,dal punto di vista economico,per una visione equilibrata della visione del nord e del sud al momento dell’unità,per sfatare molti miti revanchisti,a parte le considerazioni del prof.Banti di Pisa,illustre storico ,che nota che non vi fù molta solidarietà con i napoletani a dimostrazione di moti solo locali(ma questo potrebbe significare poco)rinvio a un opera successiva alla mia .Molto ricca e completa:(a cura di )Gianni Toniolo. L’Italia e l’Economia mondiale dall’Unità a Oggi. Marsilio 2013, pag. 6 e ss

    • Prima di tutto chiedo scusa che prima avevo ringraziato la D.ssa Nicla chiamandola, erroneamente, Moretti anziché Morletti.
      Volevo permettermi di dire al Dr. Gaetano che mi sembra d’aver letto che non si parla di fatti “atavici” ma dal 90 in poi. Ribadisco leggetelo, ne vale la pena e poi ne parleremo, è bellissimo confrontarsi

  3. Io l’ ho comprato non appena era uscito e l’ho trovato molto interessante. Lo consiglio vivamente. Anche alcuni miei amici che l’hanno acquistato, dietro mio consiglio, l’hanno trovato estremamente esplicativo ed utile a comprendere molte cose.

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