LA RECENSIONE DI NICLA MORLETTI

La banalità del vivere
Un bel romanzo. Ottimo l’incipit. È una giornata d’inverno e Claudia si è svegliata da poco. Una sbirciatina fuori, e il cielo è avvolto dalla foschia. Un raccontare inizialmente morbido, quasi vellutato. Alcune descrizioni, e il paese nel cuore delle Langhe dove la vita trascorre secondo i ritmi regolari, è davanti agli occhi del lettore. Poi affiorano alla mente i ricordi d’infanzia, dolci e sobri. Ma l’incanto viene interrotto dallo squillo del telefono. E prendono vita personaggi e storie.
Un bel narrare quello di Angela Bognanni. Un romanzo da leggere.

LA BANALITA’ DEL VIVERE
di Angela Bognanni
COEDIT
2004, pag. 112
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"La vita di per sé non è nulla, sta a voi darle un senso" (Jean Paul Sartre, L’existentialisme est un humanisme, traduzione di Giancarla Mursia Re)

Dalle prime pagine

E’ una giornata d’inverno. Claudia si è svegliata da poco; è rimasta a sonnecchiare ancora un po’ nel caldo del suo letto in campagna approfittando del tempo libero che ha per il fine settimana.
La camera, nonostante il disordine, non è completamente sottosopra come spesso le accade quando, in città, per mancanza di tempo non le riesce di riporre al suo posto i vestiti che spesso lascia qua e là in giro per la casa.
Dopo un po’ si alza, accende la radio per rompere il silenzio che regna nella casa.
Guarda fuori dalla finestra per vedere che tempo fa.
Un leggero venticello fa ondeggiare le foglie dagli alberi; il cielo è avvolto da uno strato sottile di foschia che con il passare delle ore si va via via dissolvendo.
Dalla strada non arrivano quei rumori assordanti e fastidiosi che solitamente si sentono nelle grandi metropoli. Claudia non si trova in questo momento nella città in cui esercita la sua professione di medico pediatra. Difatti, come è solita fare, avendo dei giorni a disposizione, ne approfitta per allontanarsi dal caos cittadino rifugiandosi nella casa di campagna che i suoi genitori le hanno lasciato in eredità.
E’ un posto tranquillo, in un paesino che si trova nel cuore delle Langhe, dove la vita trascorre secondo i ritmi naturali e, il lento scandire del tempo non è vissuto con ansia. Qui è possibile trovare quell’equilibrio psico-fisico che spesso la frenesia cittadina fa saltare, creando nei soggetti più sensibili e delicati, danni che a volte possono essere irreversibili.
Indossata la vestaglia, Claudia prima di fare colazione si caccia sotto la doccia perché le dia quella carica in più per affrontare la giornata; dopo di che un bicchiere di latte caldo, una brioche e si avvia in paese.
L’aria è appena pungente, un brivido le attraversa il corpo; piano piano si dirige verso il centro del paese dove i negozi aperti rendono la vita più movimentata.
Certo è che, come accade in questi piccoli centri, tutti si conoscono, e ciò che Claudia trova piacevole tra le altre cose, è un’usanza un pò demodé e cioè: quando si va a passeggio, gli uomini in segno di saluto sollevano il cappello, mentre le donne rispondono con un lieve cenno del capo.
Dopo un breve giro in paese per negozi Claudia si avvia verso casa.
E’ ancora presto, sono appena le dieci e trenta. Il sole oramai si è fatto spazio prepotentemente tra la foschia che ora si è completamente dissella, aiutato anche da un leggero vento che si è levato.
L’aria nel frattempo con il sole si è riscaldata data anche l’ora, tanto da permetterle, una volta rientrata a casa, di stare fuori nel giardino coperta da un maglione e da un plaid. Inserita una cassetta nel mangianastri, la colonna sonora di un film visto qualche mese prima al cinema, Claudia si siede sul dondolo che con cura ha sistemato nel giardino. Si lascia trasportare dalle note di quella musica che tanto l’avevano colpita la prima volta che l’aveva ascoltata.
Sull’onda della musica Claudia chiude gli occhi e si lascia cullare, assaporando le sensazioni che le trasmette il suono del pianoforte; si sente vibrare tutta, la sua mente è libera da ogni pensiero, è come se stesse volando. E’ una sensazione meravigliosa, un’emozione che spesso si ripete all’ascolto di quella musica in particolare. Questa è la sua «droga», tanto che quando vuole trovare un po’ di pace per entrare, come è solita pensare, in contatto con la parte più intima di sé stessa, o una buona cassetta di musica anche classica o un buon libro le sono di grande aiuto e, se poi a questo aggiunge anche la quiete del posto dove va a riposarsi, il cocktail è perfetto. Si sente in perfetta simbiosi con la natura, diventa un tutt’uno con essa e, la carica che riesce a trovare è tale, che i problemi quotidiani in città li affronta con più grinta.
E pensare che fino a pochi anni prima tutto questo la innervosiva! A stare in un luogo per tanto tempo da sola e, soprattutto, in quella casa piena di ricordi e così grande, non resisteva più di due tre giorni: sentiva la necessità di ritornare in città per immergersi nel caos cittadino. A questa sua necessità di allontanarsi dalla città per stare in solitudine con i suoi pensieri, è arrivata in seguito a continue riflessioni e soprattutto in seguito ad una serie di vicissitudini, come la morte dei suoi genitori, che l’hanno costretta, anche su consiglio dei colleghi, a prendersi un periodo di riposo.
Di fronte a sé, Claudia guarda la casa; c’è un grande giardino con due grossi alberi: un pino ed un salice piangente. Un poco più in là c’è la casa, è in stile primi novecento. I suoi nonni paterni l’avevano acquistata dagli eredi di un anziano avvocato molto conosciuto e stimato in paese, il quale, alla sua morte l’aveva lasciata in eredità ai propri nipoti. Ma, come spesso accade, il mancato accordo tra i nipoti sulla gestione e sull’uso della casa aveva determinato dei problemi, tanto che l’unica soluzione possibile era disfarsene al più presto. I nonni di Claudia, venuti a conoscenza della vendita e, reputandolo un buon affare, non avevano esitato: l’avevano acquistata.
Sei sono i gradini che portano sotto il porticato sorretto da colonne che si trovano intorno alla casa.
E’ proprio sotto quel porticato che Claudia si siede su una comoda poltrona in vimini imbottita, a leggere o ad ascoltare la musica quando, d’estate, l’eccessiva calura le impedisce di stare in giardino sotto il sole cocente.
L’aria che circola lì sotto il porticato le permette di respirare a pieni polmoni. I ricordi della sua infanzia cominciano ad affiorare nella sua mente e lei non oppone alcuna resistenza a che essi vengano a galla. Sono ricordi che conserva con una certa gelosia, non ne ha mai parlato con nessuno, solo con Silvio.
Ricorda che da bambina, insieme con il fratellino Paolo di tre anni più piccolo di lei, era solita recarsi insieme con i suoi genitori per i fine settimana, dai nonni in quella casa.
Claudia all’età di cinque anni circa, dopo cena, d’estate verso il tramonto, rimanendo a casa con la nonna, mentre i genitori sistemato il fratellino a letto si recavano in paese, le chiedeva di raccontarle delle favole. Nonna Flavia era molto brava, aveva una voce pacata, dolce, calma; Claudia era letteralmente estasiata soprattutto quando le leggeva delle favole come «La piccola fiammiferaia» e «Hansel e Gretel»; altre favole, pur belle anche queste, gliele inventava lì per lì.
Già a quell’età Claudia manifestava una certa sensibilità ed una vivacità mentale che era superiore a quella di altri bambini della sua età, per l’acutezza delle domande che continuamente rivolgeva alla nonna, con la quale tra l’altro trascorreva per lo più il suo tempo. I suoi genitori difatti erano troppo impegnati dalle proprie professioni: il papa di Claudia era professore universitario e ricercatore nel campo della fisica; la mamma era biologa appassionata di botanica e nei ritagli di tempo curava l’orto botanico che aveva fatto costruire nel giardino in campagna.
Il flusso dei ricordi nei quali Claudia si era lasciata trasportare viene interrotto bruscamente dallo squillo del telefono. E’ Silvio anche lui medico, oculista, suo compagno, specializzando in microchirurgia; la chiama almeno due volte al giorno non appena gli è possibile farlo, quando per un qualsiasi motivo sono costretti a stare lontani. Il loro è oramai un rapporto collaudato; sono più di tre anni che la loro relazione dura e da due anni convivono.
A questa conclusione sono arrivati dopo varie discussioni, soprattutto da parte di Silvio, il quale riteneva più opportuno regolarizzare con il matrimonio la loro situazione. Non che Claudia fosse contraria al matrimonio, ma considerato il lavoro in ospedale, l’ambulatorio privato che divide con la sua amica collega Marina e gli studi sulla microchirurgia che anche lei porta avanti, non pensava fosse il momento più adatto per affrontare il matrimonio.
La convivenza era secondo lei la soluzione migliore considerato che, nell’immediato futuro, non avevano in programma avere figli. Silvio per quanto non fosse d’accordo su questa decisione, aveva acconsentito anche perché, conoscendo Claudia si era reso conto, che era meglio non forzare i tempi. Del resto Claudia non gli ha mai negato che alla base di tutte le sue paure vi è quella relativa al fatto che non si sente pronta ad affrontare il matrimonio, in quanto implica l’assumersi delle responsabilità che per il momento non si sente in grado di conciliare con gli impegni di lavoro.
Infatti il tempo che le rimarrebbe a disposizione per la famiglia ed eventualmente per i figli sarebbe nullo, anche perché riguardo ai figli è fermamente convinta dell’indispensabilità di seguirli direttamente, soprattutto nei primi anni di vita.
E’ mezzogiorno, il rintocco delle campane della chiesa si fa sentire in tutto il circondario.
Claudia tira su la cornetta del telefono:
«Ciao Silvio, come stai? com’è andata oggi?» chiede «sei stanco?»
«Sì» risponde Silvio e continuando:
«un intervento si è protratto più del dovuto, a causa di alcune complicazioni, ma alla fine tutto si è concluso bene. Pensavo di passare da casa, darmi una rinfrescata e, in serata raggiungerti per trascorrere insieme con te il fine settimana; sono libero sino a lunedì. Ti va l’idea?»
«Ma certo» rispose Claudia, « piuttosto dimmi: preferisci cenare fuori oppure a casa?»
«Veramente preferirei stare a casa, e poi ho voglia di stare conte!»
«D’accordo, ti aspetto; a stasera». Riposta la cornetta del telefono, a Claudia l’idea di rimanere a casa non dispiaceva affatto, anzi ne avrebbe approfittato per preparare i piatti preferiti da Silvio: risotto con punte di asparagi, petti di pollo con panna e funghi e per dolce una torta ai mirtilli di cui Silvio va ghiotto.
Curioso e buffo, pensa tra sé Claudia, il modo in cui si sono conosciuti.
In Francia si svolgeva un congresso sugli ultimi progressi della microchirurgia; un collega di Silvio impossibilitato da un febbrone ad andare insieme con lui, aveva pregato l’amico collega di registrargli tutto quanto sarebbe stato detto nel corso della conferenza.
La convivenza era secondo lei la soluzione migliore considerato che, nell’immediato futuro, non avevano in programma avere figli. Silvio per quanto non fosse d’accordo su questa decisione, aveva acconsentito anche perché, conoscendo Claudia si era reso conto, che era meglio non forzare i tempi. Del resto Claudia non gli ha mai negato che alla base di tutte le sue paure vi è quella relativa al fatto che non si sente pronta ad affrontare il matrimonio, in quanto implica l’assumersi delle responsabilità che per il momento non si sente in grado di conciliare con gli impegni di lavoro.
Infatti il tempo che le rimarrebbe a disposizione per la famiglia ed eventualmente per i figli sarebbe nullo, anche perché riguardo ai figli è fermamente convinta dell’indispensabilità di seguirli direttamente, soprattutto nei primi anni di vita.
E’ mezzogiorno, il rintocco delle campane della chiesa si fa sentire in tutto il circondario.
Claudia tira su la cornetta del telefono:
«Ciao Silvio, come stai? com’è andata oggi?» chiede «sei stanco?»
«Sì» risponde Silvio e continuando:
«un intervento si è protratto più del dovuto, a causa di alcune complicazioni, ma alla fine tutto si è concluso bene. Pensavo di passare da casa, darmi una rinfrescata e, in serata raggiungerti per trascorrere insieme con te il fine settimana; sono libero sino a lunedì. Ti va l’idea?»
«Ma certo» rispose Claudia, « piuttosto dimmi: preferisci cenare fuori oppure a casa?»
«Veramente preferirei stare a casa, e poi ho voglia di stare con te!»
«D’accordo, ti aspetto; a stasera».
Riposta la cornetta del telefono, a Claudia l’idea di rimanere a casa non dispiaceva affatto, anzi ne avrebbe approfittato per preparare i piatti preferiti da Silvio: risotto con punte di asparagi, petti di pollo con panna e funghi e per dolce una torta ai mirtilli di cui Silvio va ghiotto.
Curioso e buffo, pensa tra sé Claudia, il modo in cui si sono conosciuti.
In Francia si svolgeva un congresso sugli ultimi progressi della microchirurgia; un collega di Silvio impossibilitato da un febbrone ad andare insieme con lui, aveva pregato l’amico collega di registrargli tutto quanto sarebbe stato detto nel corso della conferenza.
Innanzitutto, una volta giunti all’aeroporto di Orly, mentre l’aereo sul quale viaggiava Silvio era arrivato con un leggero ritardo, il taxi che avrebbe portato Claudia al palazzo dei congressi, era rimasto imbottigliato nel traffico, fortunatamente per non troppo tempo.
Giunti a destinazione, nonostante questi inconvenienti, un ulteriore imprevisto li aveva colti di sorpresa, questa volta insieme ad affrontarlo. La porta girevole che permetteva loro l’accesso nella hall del palazzo, per un black-out era bloccata, cosicché erano dovuti entrare, su indicazione dei custodi, dalla porta di servizio.
Mentre in modo trafelato Claudia e Silvio si dirigevano nella sala del congresso, si erano raccontati l’imprevisto in cui ciascuno di essi era incorso e per ultimo la porta girevole d’ingresso bloccata; dopodiché erano scoppiati a ridere.
«Beh, se non altro, questo ha reso divertente e movimentata la mattinata» disse Silvio a Claudia.
«A proposito» continuò «non ci siamo ancora presentati: sono Silvio Marchese».
«Piacere, Claudia Vallardi» rispose Claudia divertita.
Dopo questa breve presentazione, entrarono nella sala congressuale; la conferenza non aveva avuto inizio proprio a causa del black-out, per cui i tecnici erano ancora alle prese per la verifica che i microfoni, gli altoparlanti, le cuffie per le traduzioni fossero predisposti a dovere.
Silvio propose a Claudia di sedersi vicini.
Indossate le cuffie per le traduzioni e predisposto da Silvio il mangianastri del collega assente, la conferenza ebbe inizio.
La sala era gremita da medici specialisti nelle varie discipline e provenienti da tutte le parti del mondo. Il primo relatore era un francese il quale prima di introdurre le argomentazioni che sarebbero state trattate, supportate da filmati e diapositive, presentò i professori luminari nel campo della microchirurgia; questi ultimi, venuti chi dall’America, dall’Australia, dall’Inghilterra, avrebbero avuto il compito di esporre le nuove metodologie oltre che gli ultimi esperimenti effettuati in quel campo.


Il Profilo di Angela Bognanni nella Galleria degli Autori.

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