lunedì, Settembre 28, 2020
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La casa dai mattoni rossi di Adalgisa Licastro

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“La casa dai mattoni rossi” è un titolo molto evocativo, suggestiva è la copertina con i binari e la casa cantoniera, emblema del viaggio. Ci sono viaggi dal sapore di esotico, viaggi straordinari, viaggi tristi, viaggi senza ritorno. E l’incipit del libro, in maniera diretta e incisiva, inizia proprio così: “Patrizio Lauria, detto il capotreno, aveva lasciato da tempo il suo lavoro, ma chi lo conosceva continuava a chiamarlo così… Lui, sempre un tutt’uno con il suo lavoro, a dire il vero, tra i binari c’era nato, dato che suo padre era custode di una casa cantoniera…” E la casa di mattoni rossi l’aveva visto crescere, mentre la sua vita era segnata dal passaggio del treno, dal suo fischio prolungato e dal movimento meccanico delle sbarre che si alzavano e si abbassavano in base agli orari. E tutta una famiglia vive serenamente la sua quotidianità all’insegna di questi suoni, movimenti, rumori ferroviari. I bambini che inizialmente hanno riempito di gioia la casa crescono, divengono adulti e si avventurano in quello che è il più grande viaggio: quello della vita. Ed in quella casa, senza più le grida festose, abitata ormai da una nuova famiglia, ma che pur sempre è rimasta nel cuore di chi vi è vissuto antecedentemente, si consuma, improvviso, un cruento assassinio, seguito da un omicidio, fatti di cronaca nera che coinvolgono i mass media nazionali. Iniziano così le indagini, tra segreti e colpi di scena. Il male e il bene lottano senza tregua tra le vicissitudini della vita. E si riscopre così l’uomo, quel fragile essere che è, convinto di poter manipolare e guidare il carro del destino e tenere le briglie alla sorte. Ma c’è qualcosa di più che regna in questo universo: la giustizia, che se non è quella degli uomini, è quella segnata dal tempo, dalla fine che tutti ci attende, perché tutti siamo legati a quel filo bianco che la parche hanno tra le mani e che ad un tratto si spezza. Un bel romanzo, dal messaggio chiaro e forte, un libro che si tinge di giallo, dal tessuto narrativo forte e dalla trama ben strutturata, mentre fluido è il narrare. Nicla Morletti

Vincitore del I Premio nella XVI edizione del concorso “Tra le parole e l’infinito” 2014

Anteprima del libro

Patrizio Lauria, detto il capotreno, aveva lasciato da tempo il suo lavoro, ma chi lo conosceva continuava a chiamarlo così.
Lea, sua moglie, aveva provato una strana sensazione quando, appena andato in pensione, lo aveva visto indossare gli abiti borghesi. «Non ti vedo così da quando si è sposata la nostra piccola Agnese!» aveva esclamato, pensando a quel giorno in cui, in abito scuro, Pat aveva accompagnato all’altare la loro unica figlia.
Lui, sempre un tutt’uno con il suo lavoro, a dire il vero tra i binari c’era nato, dato che suo padre era custode di una casa cantoniera. Dislocata dalla città, la costruzione di mattoni rossi l’aveva visto crescere dapprima da solo, poi in compagnia di Lorenzo e Gaia, i gemelli che avevano sei anni meno di lui. La sua vita era segnata dal passaggio del treno, dal suo fischio prolungato che ne annunziava l’arrivo, e dal movimento meccanico di quelle sbarre che s’alzavano e s’abbassavano a seconda dei casi. Già da tempo conosceva gli orari e la diversa velocità dei treni che distingueva in locali, regionali e di lunga percorrenza. La casa cantoniera, in aperta campagna, era recintata da una staccionata di legno che Nania, suo padre, si ostinava a pitturare di un verde sgargiante, due volte all’anno. Nella bella stagione, Patrizio si sedeva sui gradini all’ingresso della casa e, aspettando il passaggio dell’uno o dell’altro treno, s’intratteneva con Gek, il cagnetto dal pelo color miele, compagno delle sue scorribande. Aspettavano insieme ogni arrivo e, mentre Pat era tutt’occhi, il cane correva impazzito quasi volesse inseguire a distanza il mostro in fuga. Mamma Santina, finite le sue incombenze, si fermava a rammendare e a sferruzzare sulla panca di legno predisposta con un cuscino che la faceva stare comoda. Sua madre, abitualmente di poche parole, brontolava per quel sedile che al rinnovarsi della staccionata, non veniva mai riverniciato.
«Nania, un giorno o l’altro lo farò io!» diceva al marito. «Non capisco perché, meticoloso come sei, con questo recinto diventi trascurato.» Lui, che amava stuzzicare la mogliettina morbida e grassoccia, rispondeva: «Se non molli da lì il tuo sederone, come faccio a pittare?»
«Quando non vuoi fare una cosa, tutte le scuse sono buone!» ribatteva lei. Poi, pensando alle sue parole, aggiungeva con tono burbero, ma compiaciuto: «E tu, malandrino, pensi sempre ai miei attributi!» Ridevano, e gli occhi brillavano a entrambi.
Tutto questo accadeva prima che nascessero i gemellini, perché, al loro arrivo, la vita di tutti era cambiata. La mamma correva ora dietro l’uno, ora dietro l’altra e impartiva ordini: «Pat, fai questo, prendi quello!» E lui, alquanto servizievole, eseguiva con aria rassegnata. Se, però, doveva passare un treno, spinto dal suo richiamo, fingeva di non sentire.
I treni si alternavano nella corsa con rumore di ferraglie e folate polverose. Lui distingueva a distanza l’arrancare pesante del treno merci, il lento procedere dell’accelerato, il muoversi veloce del diretto. Erano gli anni Cinquanta e si guardava a quest’ultimo come a un miracolo di velocità e ci si stupiva se, a poca distanza dalla strada ferrata, si sentiva il suo locomotore bucare l’aria per poi sparire silenzioso insieme alla lunga coda di vagoni. La velocità del diretto era il massimo per quel tempo, ma era poca cosa rispetto alla corsa sempre più sfrenata dei “direttissimi”, diventati “espressi” negli anni Settanta, per distinguersi in “rapidi” e “intercity” un decennio dopo.
Durante la sua lunga carriera, Pat avrebbe visto questi e altri cambiamenti, ma nel suo cuore sarebbe rimasto il ricordo dello sventolio dei fazzoletti e l’agitarsi di braccia dei passeggeri in segno di saluto. Per lui, ancora giovinetto, era come se il mondo dei viaggiatori entrasse nel suo, per aprirgli nuovi orizzonti. Quando di persone affacciate ai finestrini ermeticamente chiusi a protezione dei condizionatori d’aria non se ne videro più, Pat era già adulto. La casa dai mattoni rossi, però, continuava a segnare il suo destino, pur presentando la realtà meno allettante dei suoi vecchi ricordi. A Pat piaceva ricordare quando, all’apertura del passaggio a livello, si sentiva liberato dall’attesa, e fuggiva verso il boschetto distante pochi salti dalla casa cantoniera. Gek correva con lui, restando al passo oppure precedendolo di poco, per poi tornare indietro ad abbaiare come per dire: «Dai padroncino, facciamo in fretta!»
Giunto al posto consueto, Pat si sedeva sopra un masso, mentre il cagnetto, tutto pelo e scodinzolii, restava ritto sulle zampe, pronto a rincorrere lucertole e ramarri che sgusciavano fuori dalle siepi. Tra i cespugli, mirtilli e more mature rendevano dolce quella sosta e se Pat decideva di andare oltre la staccionata di separazione costruita dalla guardia forestale, i due arrivavano al Campetto di fragole. Pat sceglieva le più mature tra il verde tenero delle foglie, mentre Gek abbaiava: non si saziava mai di mangiarne. «Smettila, sei un ingordo» gli diceva. «Lo sai che stai male se ne mangi tante!»

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La casa dei mattoni rossi di Adalgisa Licastro
La casa dai mattoni rossi
di Adalgisa Licastro
2013, 238 p., rilegato
Wip Edizioni

21 Commenti

  1. Bellissimo incipit, dal contenuto accattivante, che solo una famiglia di “ferrovieri” come la mia, può condividere e comprendere appieno! Mi piacerebbe molto leggere questo libro che, sono certa, mi appassionerà come non pochi!

  2. Questo è un romanzo della nostalgia, la classica di quanto si è adulti e ci si ricorda della dolcezza dell’infanzia

  3. Che belle le case cantoniere, mi hanno sempre affascinata e da piccola la gita per me iniziava quando si superava la casa rossa… quante volte ho chiesto a mio babbo chi ci vivesse e li a costruire storie immaginarie e ora leggo di Pat che sembra venuto fuori da uno di quei sogni d’infanzia… leggere l’incipit mi ha risvegliato vecchie emozioni. Mi piacerebbe continuare la lettura di questo libro!

  4. Mi sembra di stare lì, insieme a Pat, a seguire il percorso del treno, e tutto ciò che accade intorno. E poi a giocare e scherzare con i suoi fratelli in questa splendida famiglia. Un libro molto piacevole ed interessante

  5. Mi piace molto il tema del viaggio,con il suo continuo rinnovarsi,come il passaggio del treno sempre diverso ma sempre uguale a sè stesso. bell’incipit,mi piacerebbe molto leggerlo tutto.

  6. Secondo me questo libro è assolutamente da leggere e spero di farlo…mi sembra che abbia un sentore di antiche storie che sono sempre attuali…
    ps : bellissima copertina comunque!!!

  7. Amo da sempre le case cantoniere, sogno di acquistarne una e farne il luogo dei miei sogni. Questo libro lo trovo molto interessante e coinvolgente già dall’incipit. Vorrei avere la possibilità di leggerlo..tutto ad un fiato

  8. ed ora vorrei solo sapere come va avanti il libro, cosa farà Pat? mi è subito piaciuto un sacco e vorrei veramente leggerlo! Complimenti!!!
    Elena!

  9. Non conoscevo questa autrice ma l’anteprima mi ha appassionato, se potessi leggerlo ne sarei davvero onorata

  10. La presentazione di questo libro ha aperto la mia curiosità. Credo sia un libro ricco di colpi di scena. Se lo leggerò, lo scoprirò.

  11. Da sempre mi incuriosiscono le case cantoniere che vedo ancora spesso nei miei lunghi viaggi in macchina. Mi chiedo sempre chi ci ha vissuto, come e che funzione aveva e questo libro sembra che in parte me lo possa svelare, insieme ai suoi misteri noir!

  12. a mio parere un libro che dovrebbe essere letto dai giovani………..che purtroppo pensano all’acquisto di case sempre piu’ piccole vuoi mettere la bellezza della vita in una bella casa in campagna che sia di mattoni rossi o gialla come la mia ma racchiude mille storie

  13. Ennesimo capolavoro di Adalgisa. Che ormai scrittrice affermata, allunga l’ elenco dei suoi best seller. A vantaggio dei lettori e della loro curiosita’.
    Gaetano

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