La recensione di Nicla Morletti

La commessa dagli occhi verdi di Paola GrandiUn romanzo affascinante, o meglio ancora una favola vera, ambientata nella seconda metà del novecento. La favola di una cenerentola che diviene nobildonna al vertice di una casata influente.
In un narrare limpido e armonico, come nelle fiabe di un tempo, sfilano personaggi particolari: generosi cavalieri, streghe malvagie, uomini politici. E poi ancora sortilegi, pratiche magiche, filtri e ciarle. Amori e tradimenti. Voluttà e passione in un intrecciarsi e susseguirsi di vicende che catturano il lettore per la magia che le avvolge. Un eccellente libro di oltre seicento pagine da leggere e da gustare. Una sapiente metafora della “scalata al successo in quest’epoca priva di ideali”.
In questo libro dall’attraente titolo: “La commessa dagli verdi”, Paola Grandi dimostra così il suo innato talento di narratrice esemplare che sa vedere nelle pieghe dell’anima i dinamismi della vita. Ottimo romanzo. Da leggere.

In copertina “La Maja desnuda” di Francisco Goja

LA COMMESSA DAGLI OCCHI VERDI
di Paola Grandi

Genesi Editrice – Collana: Le scommesse
2008, p. 683
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Liliana si rese conto che Costanzo le adocchiava le gambe, tirò giù la gonna, per quanto possibile perché andavano di moda corte, si era messa un paio di calze scure per il lutto, ma le forme non le poteva celare. “I fianchi e le cosce sono il tuo forte”, le avevano sempre ripetuto gli uomini, era stata una continua cantilena, avvertì come in un sogno ricco di sensazioni la pressione dei genitali maschili su per le natiche e la risposta pronta del suo giovane corpo. “È oltre un mese che non faccio all’amore, perciò mi vengono certe fantasie”, controllò che Costanzo mantenesse le mani salde sul volante, e si ritrasse il più possibile verso la portiera “non vorrei che col pretesto di cambiare marcia mi sfiorasse le cosce, sta un poco a vedere che sono diventata una che per montare in fregola basta che un uomo la guardi”.


Dal Capitolo I


L’infanzia e la prima giovinezza di Liliana

Liliana T. viveva, nella seconda metà del XX secolo, in base al calendario Gregoriano, assieme ai genitori ed alla nonna paterna in un grosso caseggiato situato nella periferia della città di Bologna. L’alloggio occupato dalla famiglia era composto dalla cucina e da due camere. In una di queste, la più vasta e meglio arredata, dormivano i genitori, nell’altra, dacché la sorella maggiore di Loredana, la Noemi, si era sposata, dormiva, sola, Liliana; la nonna aveva preferito seguitare a coricarsi sul vecchio sofà sistemato per lei in cucina, perché in inverno, stagione in cui i suoi dolori alle ossa si accentuavano, quell’ambiente si manteneva tiepido anche di notte. L’appartamento era privo di servizi igienici, un unico gabinetto sul ballatoio serviva alle tre famiglie del piano; questa circostanza non rappresentava una grossa privazione né per la nonna, vissuta per la maggior parte della vita in campagna, che considerava i sottoprodotti della digestione, al pari dello sterco delle vacche, una ricchezza, di cui in città si faceva spreco, né per Liliana, cresciuta in città ma avvezza dai tempi dell’asilo comunale su su fino al lavoro in negozio a fare la fila davanti alla porta di una latrina più o meno pulita. La mamma invece, che teneva un laboratorio di sarta in casa, con tanto di preziosa specchiera installata in camera da letto, perché le clienti ci si provassero innanzi gli abiti, della stanza da bagno mancante se ne faceva un cruccio, timorosa del giudizio di certe signore sempre pronte ad arricciare il naso di fronte al volgo, anche se con tutto il loro elevato sentire non esitavano poi a tirare sul prezzo e facevano sospirare a lungo il saldo della fattura.

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