La fuga di Barnaba di Piero Teppati

Il mare è pescoso, silenzioso, placido. Barnaba, seduto con la lenza in mano, mentre sale la brezza, guarda l’immensità dell’acqua e vi getta pensieri. Vi getta il passato.
Abbandonate le frivolezze e le contraddizioni della trascorsa vita borghese, si ritira in un borgo ligure. E qui incominciano i suoi giorni nuovi, mentre svaniscono sempre di più nella sua mente le figure della moglie Arianne e quella delle figlie Denise e Margot. Ma d’improvviso, un giorno, qualcosa di inaspettato accade. Scompare Micetta, la sua gatta. Si risveglia nella mente del protagonista il passato che ha di nuovo voci, suoni, colori. Prendono corpo i ricordi e la consapevolezza dell’essere. Un romanzo psicologico che affonda le radici nel pensiero e nel cuore alla ricerca di quella verità che risiede, nascosta, in ciascuno di noi. Nicla Morletti

LA FUGA DI BARNABA
di Piero Teppati
Il Filo – Collana Nuove voci
2008, pag. 175

Elogio della solitudine.
Barnaba Parrodi è un uomo cinico e schivo, dotato di grande acume e di disarmante ironia. Abbandonate le frivolezze e le odiose contraddizioni della società borghese, si ritira presso un piccolo borgo ligure dove comincia una nuova vita, lontano dagli affetti e in compagnia del fedele gatto, Micetta. Il tempo scorre placido, come quel mare in cui sovente Barnaba s’addentra: un mare pescoso e silenzioso che gli concede lunghi attimi di raccoglimento, lì seduto con la lenza in mano, intorpidito dalla brezza e dimentico del proprio passato. Egoista e scontroso, non trova spazio per gli altri nella sua vita; nell’oblio s’annebbia l’immagine di Arianne, moglie fedele ch’eppur lo ha “tradito”, e delle due amate figlie, Denise e Margot, cui lo legano sentimenti profondi che non riescono a emergere dal pastoso ego tronfio e inaridito. Un fulmine a ciel sereno sconvolge un giorno l’ordinario equilibrio di questo Antistene moderno: la scomparsa di Micetta genera un precipitoso moto verso la totale messa in discussione di sé. È il momento di affrontare la realtà, di sciogliere i nodi, di ammettere fragilità e vanità della propria fuga.

Dal Prologo

I quadrupedi non parlano forbito. Anzi, non parlano affatto, è cosa ovvia. Comprendono però, e quelli domestici, in particolare, si fanno anche capire. Spesso è più comodo non farci caso, non prestare attenzione ai loro segnali. Altra cosa ovvia: da tempi immemorabili gli animali seguono un preciso tracciato che sembra appagarli perfino in amore. Ma ciò non basta a coinvolgere le menti erudite: non serve a stimolarle. I sentimenti, ancorché istintivi – ogni corteggiamento ha un suo linguaggio che andrebbe interpretato – paiono esistere solo per chi è in grado di esternarli con modalità umane. In altri termini, i sentimenti bisogna saperli dichiarare. E le bestie, anche questo è arcinoto, non sanno esprimersi a voce, tanto meno con qualche scarabocchio su un pezzo di carta. I finti dinieghi delle femmine e soprattutto le furiose contese tra i maschi non sono considerate normali fasi di corteggiamento ma truci aggressioni, raramente spingendosi oltre (anche l’uomo arriva a uccidere per gelosia). Gli animali, d’altra parte, badano al sodo quando gli va di fare sesso. L’amor platonico non gl’interessa; non sanno che farsene forse perché non scendono a compromessi con le mezze misure. Ma poiché la razza umana talvolta si compiace proprio delle mezze misure, giudica gli atti dei quadrupedi procedure diseducative e un po’ volgari, retaggio di ripetuti riti ancestrali. Quindi banalità di scarso interesse.
Per gli animali, di conseguenza, anche l’evoluzione della specie, così decantata fino al relativismo del secolo scorso, diviene ben poca cosa. Ci sarebbe da chiedersi, forse, che di evoluzione per loro non ce n’è stato il bisogno. Perché affannarsi inutilmente quando la Natura guida, rimedia e provvede? Perché insediarne gli equilibri? In breve, per le bestie non esiste un passato e probabilmente neppure un futuro. Restano bestie, bestie al presente, creature senza un’anima e incapaci di qualsiasi sentimento.
In sintesi, ove manchino i pensieri espressi, i mutamenti nei gusti e nei costumi, i trascorsi di passioni e di vizi, i virtuosismi artistici e gli squarci di fantasia, si esaurisce ogni interesse da parte di sociologi, storici e letterati in genere. Tra questi intellettuali, talvolta qualcuno si giustifica con risposte pronte solo perché non si è posto troppe domande.
Salvo una sparuta schiera di studiosi a porsi il problema sull’esistenza di una dimensione spirituale anche per le creature con zampe e pelliccia (i temerari di un tempo, tacciati di animismo e definiti “eretici” secondo il pensiero dell’epoca, quindi condannati alla pena del rogo) i più vorrebbero chiudere il capitolo per cimentarsi in disquisizioni su più dotti e nobili argomenti, sottovalutando così un aspetto curioso su cui varrebbe invece la pena riflettere: la sorprendente sensibilità di molti animali. Come altrimenti si spiegano certe loro precognizioni? Pare, infatti, che essi percepiscano gioie e dolori. Soprattutto dolori, del tipo la sofferenza che li attende a breve. Pur senza conoscere, appunto, alcun tipo di alfabeto, leggono nei gesti e nello sguardo volutamente distratto del padrone un segnale di allerta. Talché il suddetto padrone si sente obbligato a fingere di occuparsi d’altro per nascondere il vero proposito, non sempre nocivo. Ma alla fine deve arrendersi all’evidenza: la bestia gli ha letto nel pensiero.
Quel giorno Barnaba doveva condurre il suo gatto in ambulatorio per il vaccino annuale e per un controllo generico. Ma il gatto, viziato al di là di ogni ragionevole decenza, non ne voleva sapere di lasciarsi acciuffare.
«Micetta, non perdiamo tempo, esci fuori di lì senza graffiarmi, si parte! Andiamo in città a far visite. Se sarai brava, ti darò poi un cucchiaio di gelato». In altre circostanze lei, curiosa e avida di qualsiasi novità, entrava nel gabbiotto da viaggio spontaneamente perché sapeva di non finire sul tavolo del veterinario.
Nella sala d’attesa dell’ambulatorio, Barnaba aveva fretta che la seccatura terminasse al più presto. Guardava impaziente l’orologio sollevando gli occhi al cielo in un moto più di stizza che di preghiera. Le lancette gli sembravano fisse, dipinte sul quadrante. Il divieto di fumo lo costringeva a un’astinenza troppo prolungata. E dalla scomoda sedia a lato di un tavolino colmo di vecchie riviste, altro non gli restava che alzarsi infastidito per camminare avanti e indietro tra il mormorio di disappunto dei presenti. Si sentiva ingabbiato in quella trappola di quattro pareti asettiche col pavimento al Lysoform. L’aria impregnata dall’odore dolciastro del disinfettante gli stimolava ancor più l’insofferenza. Avrebbe dato chissà cosa pur di uscire subito all’aperto con una sigaretta fra le labbra e il gatto sotto braccio.
In termini relativi, beninteso, anche l’eternità potrebbe talvolta considerarsi circoscritta entro un breve periodo… Come nel caso di Barnaba, che da una mezz’ora interminabile non sapeva che fare. Non disponendo di meglio per smaterializzare il tempo, decise di sollevare il gabbiotto da terra per guardarci dentro. Si ritrovò così a contemplare il suo agile campione di velocità e dinamismo ora inerte, rannicchiato sulla coda in fondo al trasportino. E dall’immobilità dell’animale colse frammenti di calma. Già molto, dato il soggetto.
Poi, osservando attentamente quel musetto impaurito, il suo animo si riempì di tenerezza. Tenerezza e ricordi. L’aria mesta e sperduta della bestiola gli evocava sguardi supplichevoli e rassegnati: gli occhi lucidi di due bambine mentre subivano i suoi rimproveri o le sculacciate di Arianne. Correvano a piangere nelle loro camerette finché qualcuno apriva la porta. Barnaba, commosso dai singhiozzi delle sue figlie, resisteva per qualche minuto. Per lui, un’altra eternità. In punta di piedi e con il fazzoletto in mano, entrava sedendosi accanto a loro. Le prendeva in braccio, asciugava le lacrime e le colmava di parole dolci, d’affetto e di carezze. Non di rado, il giorno dopo portava un dono in cambio di promesse e buoni propositi.
“Io sono quella dei castighi che si meritano! Tu, invece, continui a viziarle! Non è così – lo rimproverava Ariane – che si educano i figli!”… Barnaba nel pensiero inseguiva a ritroso quegli anni, e i ricordi affioravano lievi alla sua mente.
Intanto, il veterinario era impegnato a suturare la zampa lacerata di un cane di piccola taglia. Era un Basset-Hound che, meschinello, tremava di paura. Barnaba, entrato con una certa titubanza nella camera delle garze, delle siringhe e dei bisturi, scalpitava impotente, costretto tra l’angoscia per la bestiola ferita e la pena per il suo gatto steso a forza sul bancone a fianco. Micetta, già colma di rabbia e all’improvviso assetata di vendetta, sgusciava dalle mani dell’assistente divincolandosi per graffiarlo, per difendersi dall’ago puntato sul suo corpo.
Erano visioni di disagio e sofferenza per chiunque d’animo sensibile, ma per lui anche nostalgiche. In quegli istanti convivevano il dolore per ciò che osservava e il tenero ricordo di sguardi e sorrisi d’amore abbandonati in un nido vuoto, scomparso, perduto per sempre. La sua famiglia, che non esisteva più.

Piero Teppati, è nato il 23 agosto del 1940 a Genova, dove risiede. Conseguita la laurea in Scienze Politiche, si è poi occupato di trasporti marittimi, soggiornando per lunghi periodi a Londra, in Francia e negli Stati Uniti. La fuga di Barnaba è la sua prima pubblicazione.

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